Il suo volto esprimeva una grave concentrazione. Risolutamente soffiò sulla candela, ed uscì nel corridoio dirigendosi al buio verso l'appartamento di Tatiana; per arrivarvi aveva visto di non dover passare per la camera o dinanzi alla porta di alcun domestico. Nel salone la finestra socchiusa lasciava filtrare un po' di luce, poi tutto tornò buio. Ricordandosi meravigliosamente la posizione di ogni mobile non vi fece rumore, ma nel traversare il gabinetto di legno urtò in uno spigolo; quindi s'avviò alla camera di Tatiana, mentre la memoria cominciava a tremargli. Si sentiva battere il cuore. Gli parve di cogliere a volo quell'odore di fieno, e di seguirlo, senza quasi camminare più, come trascinato in un viaggio, che gli si allungava sempre dinanzi.

Finalmente scoperse una luce lontana sul pavimento; la porta di Tatiana era socchiusa.

Tatiana avvolta in un immenso accappatoio bianco, tutto a merletti, stava sdraiata sopra una lunga poltrona leggendo.

Evidentemente lo aspettava. Loris s'inoltrò senza chiudersi dietro la porta e senza guardarsi attorno; oramai ogni prudenza sarebbe stata inutile.

Si fermò dinanzi a lei; le tese le mani, ella le prese, e si alzò. La sua testa bionda, bella ed imperiosa, sorgeva come da una nuvola bianca, ma pareva anche più bianca, mentre gli occhi cerchiati di nero le contrastavano vivamente colle labbra troppo rosse.

— Sono venuto a chiedere la vostra mano, disse Loris con un suono grave nella voce; quindi, come pentito di avergliele già prese tutte due, le abbandonò. Restarono l'uno in feccia all'altro in atteggiamento quasi rigido.

Loris seguitò:

— Vostro zio mi fece frustare per questo la prima volta. Voi non lo sapevate; la mia legittima vendetta non è più che un errore, di cui siamo entrambi innocenti. Volete darmi la vostra mano?

Tatiana gliela porse, e Loris se la portò alle labbra con un gesto compassato; ma come scrollato da quel contatto, respinse Tatiana sulla poltrona, cadendole ai piedi. Se non che quell'atteggiamento gli ripugnò ancora, ed afferrando uno sgabello, sedette così vicino a lei, che le toccava coi ginocchi i ginocchi.

— Vi ho uccisa, non è vero? Dal giorno che non vi ho voluta, gittandovi ad un mostro per infrangere la vostra anima di donna e di principessa, vi domino. Voi non potevate comprenderne allora tutto il perchè, ma io non ero solo in quella rivincita; milioni di uomini e di donne si vendicavano su voi in tale momento. Siamo sopravissuti entrambi, eccomi dinanzi a voi.