Un riso stridulo, quasi meccanico, fu la risposta.
— Scostatevi, signora, non si tratta di voi; e l'atto di Loris fu così violento, che Tatiana traballando si abbattè sopra una poltrona.
— Quest'uomo vuole uccidermi: vediamo.
— Ti ucciderò, rispose il principe con voce sorda.
— Mi assassinerete.... è il diritto dei deboli. In una lotta con me sareste ucciso.
Il principe ebbe un sorriso di scheletro, ma Loris, invece di restargli superbamente rigido dinanzi, indietreggiò di qualche passo, prese una poltrona, e vi si sdraiò squadrandolo con aria dileggiatrice. Il principe sorpreso da quella manovra si arrestò, nell'occhio di Loris passò un lampo. Il principe non era che a tre passi, teneva la rivoltella in pugno, puntata; la piccola canna pareva di cristallo.
— È dunque la mia morte che vi fa paura? gli chiese Loris con atto di scherno, piegandosi sulle ginocchia e stropicciandosi nervosamente le mani.
Il principe ebbe ancora un istante di agitazione, gettò un'occhiata di sbieco a Tatiana.
Questo bastò a Loris. Con un balzo da tigre, così seduto, s'avventò nelle gambe del principe e lo rovesciò; caddero entrambi sul tappeto, abbrancolati, senza un grido, senza un soffio. Loris tentava di afferrargli colla mano il pugno, nel quale teneva la rivoltella, mentre coll'altro gli stringeva furiosamente il collo; ma il principe era riuscito a scartare l'arma, e gli sparò nel fianco. Loris non provò che un urto violento, si rialzò di scatto, lasciando la presa, e arretrò di qualche passo.
Tatiana alla detonazione era svenuta.