— Non dubitate; ho sofferto abbastanza.

Nicola scosse il capo.

— Sarai solo! ripetè, e il suo sguardo malinconico sembrava perdersi nell'avvenire del figlio, come quello del pellegrino sulla steppa, quando annotta.

Malgrado tutte quelle minaccie ai mugiks, Nicola si decise per l'Epifania a fare benedicendo il giro delle isbe per raccogliere dalle offerte di che sostentare sè stesso e la famiglia per qualche settimana. Loris, indovinando quel supremo sacrificio, partì per la foresta; Maria Alexewna si rimise a letto. Nicola, costretto a bere la vodka in tutte le isbe, cadde svenuto a mezzo il giro così che i mugiks lo riportarono a casa in branco, sghignazzando e cantando il solito proverbio: «La croce è di legno e il pope è ubbriaco». Siccome in casa non c'erano domestici, e il diacono col cantore e il sagrestano avevano seguitato il giro. Maria Alexewna dovette alzarsi per mettere il marito a letto. Nicola rinvenne, dopo due ore, sotto l'azione della febbre.

Alla sera Popiel mandò il raccolto delle offerte, che non era mai stato così magro. Evidentemente diacono, cantore e sagrestano lo avevano decimato, ma, siccome il principe non era al castello, mancava l'elemosina principale. L'indomani Nicola era già in piedi; non voleva ammalarsi. Anche Maria Alexewna parve rimettersi, però Loris s'accorgeva che i due genitori s'ingannavano reciprocamente sulla loro tristissima condizione. In quei giorni Nicola ricevette gli ultimi scritti di Bakounine, l'implacabile monomane della rivolta, e li passò a Loris senza leggerli.

La propaganda nichilista, allora nella prima fase, stava per chiudersi coll'enorme processo detto dei 193, iniziando quel periodo di terrorismo, che costò poi la vita ad Alessandro II. Ma se nelle città se ne parlava con molto fermento, nelle campagne se ne sapeva ben poco, e nel villaggio di Kourlak la notizia della prima rivolta produsse la più stupida meraviglia. Solo Nicola v'indovinò, tremando, un segno dei tempi. Temeva che Loris, ancora fanciullo, gettandosi nel partito rivoluzionario, vi soccombesse subito miseramente. Qualche volta lo assalivano persino rimorsi di averlo educato così.

Poi, un venerdì, ricevette dal vladika Dmitri Telivanof una circolare, che gli imponeva di tenere qualche sermone ai mugiks nelle domeniche, per inculcare la devozione all'ortodossia e allo Czar, presi di mira dall'empietà rivoluzionaria. Quest'ordine lo esasperò; una conversazione con Popiel, che affettava il più religioso orrore per le idee nichiliste, qualificando di assassini tutti i ribelli, finì di perderlo. Alla prima domenica, durante la messa, al momento di spiegare un passo del vangelo arringò i mugiks; era pallido, si sentiva la febbre, ma dinanzi a quella piccola folla tutta in piedi, e che seguitava a ripetere i soliti interminabili inchini all'altare, gli parve di crescere gigante. Finalmente era venuto il tempo di parlare. Le sue parole, prima rade e fioche, s'affrettarono a grado a grado, salendo di tono e di pensiero; invece d'invocare Dio, evocò tutti i dolori della storia, riassunse la tragedia della vita, si commosse piangendo sul popolo, ed incuorandolo alla speranza. Nè Loris, nè Maria Alexewna erano in chiesa; quegli errava per la campagna, questa non s'alzava da una settimana. Egli li cercò istintivamente collo sguardo, perchè avrebbe voluto essere udito da loro per l'ultima volta.

Popiel lo guardava in sospetto.

Allora tutta la sua ira traboccò. Invece di ubbidire alla circolare del vladika, l'attaccò furiosamente accusando lo Czar, la chiesa e sè stesso della miseria popolare; tutto derivava dalla menzogna dei potenti, e tutto era menzogna in essi. Perchè sperare in un'altra vita la giustizia, che è il primo dovere di questa?

Ma i mugiks, incapaci di comprendere quel discorso, guatavano credendolo impazzito; Popiel cercava di rattenerlo con gesti.