— Lo voglio, lo voglio, gli gridò un giorno stizzosamente: dovete ubbidirmi.

Questa volta Loris impallidì.

Ella cresceva di civetteria ogni giorno, quasi sollecitando quella bellezza femminile, ancora troppo lenta a rivelarsi nel suo corpo, sebbene le mettesse già nel sorriso della bocca e nelle grazie nascenti del petto una seduzione indefinibile. Il vecchio principe, nel vederla così inorgoglire, le prometteva a certi momenti di buon umore di fabbricarle colle proprie mani un castello di fata, in legno dorato, per sottrarla alle importunità di madama d'Aubrivilliers, sempre intenta a darle sulla voce e a proibirle metà di quanto faceva. Ma in tanto orgasmo Tatiana non sapeva più con che cosa divertirsi. Poi soccombeva ad improvvise malinconie, come se tutti la contraddicessero per astio.

Da qualche tempo Loris era passato con lei dai tu confidenziale al voi, abbassandosi involontariamente nell'inferiorità della propria posizione. Ma se quella vita al castello gli riusciva sempre più incompatibile colla dignità di uomo, nullameno si sorprendeva spesso a sognare l'impossibile fortuna di sposare Tatiana, diventando così milionario, principe, e fors'anco ministro per grazia dello Czar. La sua onestà giovanile, non al tutto corrotta dall'empietà dell'educazione paterna, gli diceva invano, che sarebbe la più vile delle ingratitudini ricambiare tutte le bontà del principe col sedurgli la nipote; giacchè subito dopo l'orgoglio satanico del suo carattere rispondeva, che egli valeva bene qualunque altro, e che Tatiana, sposando un principe, sceglierebbe probabilmente un uomo a lui inferiore.

Poi Tatiana era bella. Qualche cosa di puro e al tempo stesso di voluttuoso esalava dalla sua fresca personcina di quindici anni, come uno di quei vapori di primavera, lievi e penetranti, che salgono dalle zolle umide ai primi tepori del sole. Ella stessa sembrava inebbriarsene a certe lunghe occhiate di Loris, nelle quali s'abbandonava come nuotando inconsciamente verso di lui malgrado i sospetti, che già la vigilavano. Senonchè madama d'Aubrivilliers avendola ripresa un giorno seccamente, Tatiana non trovò che un sorriso stentato. Loris invece stette più sull'avviso. Quindi cominciò ad assentarsi dal castello, stringendo più intima relazione con Andrea Arsenief, quel settario del Raskol, che gli aveva regalato Aiace. La sua isba, non diversa dalle altre, sebbene Arsenief fosse meno povero de' suoi compagni, sorgeva all'estremità del villaggio. Andrea Arsenief era un uomo di cinquanta anni, corto e grosso, dagli occhi dolci; sua moglie, una brutta donna ancor giovane, non aveva mai avuto figli, quindi vivevano ritirati con una grande modestia. Ma quantunque per gratitudine dei servigi ricevuti dal vecchio pope Arsenief si mostrasse molto devoto a Loris, non aveva mai voluto rivelargli nulla sul Raskol, o diffidasse della sua età o, vedendolo così innanzi nella grazia del principe, credesse coll'ingenuità di un villano, che finirebbe collo sposare la principessina e diventare il padrone del villaggio.

Batouska, voi sarete un giorno il nostro barine; gli diceva talvolta, strizzando l'occhio.

E Loris, pure irritandosene, sentiva una sottile vanità salirgli al cervello dalla supposizione di così immensa fortuna.

Nell'estate capitò al castello il principe Nesvitskj, maresciallo della nobiltà di Veronege; egli si ricordava confusamente il processo del pope Nicola, ma non fece più attenzione a Loris che agli altri servitori. Madama d'Aubrivilliers, che detestava il ragazzo, se ne compiacque vivamente vedendolo malgrado la protervia del carattere perdere improvvisamente ogni spirito.

Appena finito il pranzo, Loris si ritirò. Tatiana nel traversare il grande salone con un fascio di musica nelle mani lo trovò poco dopo appoggiato alla finestra.

— Loris! gli disse con voce tremula, indovinando il suo dolore e prendendogli una mano, che l'altro ritirò. Ma la fanciulla, indispettita dell'inefficacia della propria carezza, gettò tutta quella musica in mezzo al salone, e fuggi nelle proprie stanze.