— Sei qui anche tu! esclamò scorgendo Tatiana, che si era appressata allo scrittoio. Lo vedi? Ricusa questo regalo per superbia: siete un imbecille. Se aveste davvero della superbia, avreste accettato questi cinquanta rubli, e me li avreste restituiti in acconto di quanto mi dovete pei quattro anni, che vi ho tenuto qui. Questa sarebbe stata superbia; non siete che un imbecille. Se aveste almeno saputo far questo, vi avrei fatto frustare, ma vi avrei stimato un uomo. Tatiana, conducilo via.

Durante questa scarica d'ingiurie, Loris era diventato livido; poi Tatiana volle ammonirlo. Loris la guardava meravigliato di non essere compreso, l'accento di Tatiana diventava sempre più freddo.

Stettero impermaliti parecchi giorni. A tavola il principe affettava di non vedere Loris, questi perdeva il coraggio di mangiare. Tatiana non sapeva che dire, madama d'Aubrivilliers tentando di annodare una qualche conversazione si attirava dal principe certe occhiate, che parevano schiaffi. Allora Loris si chiuse nella propria camera. Si sentiva più abbandonato della mattina, nella quale era rimasto solo, nella casa deserta, col cadavere della mamma sulle ginocchia accanto alla stufa spenta. Bisognava partire; i milionari non possono amare i poveri, nemmeno volendo.

Ma Loris amava Tatiana; avrebbe voluto abbracciarla, stritolarla sul proprio petto, commettendo magari un delitto per uscire da quella condizione in faccia al principe. Tutti gl'istinti malvagi della sua natura rifermentavano, mentre la ragione più terribilmente limpida ora gli rivelava la falsità di quei quattro anni. Il principe non era che un vecchio bisbetico, generoso del proprio danaro, non sapendo che farsene; se lo aveva raccolto per carità, fors'anche per un dispetto al vladika, non aveva e non poteva avere nessuna affezione per lui. Perchè dunque Loris avrebbe dovuto essergli grato? Tatiana era una civetta, che giuocava all'amore con lui, come quattro anni prima a mosca cieca. Egli invece l'amava perdutamente: perchè? Perchè si era egli abbandonato a questa passione, che lo ratteneva ancora nel castello a ricevere simili affronti?

Il passato lo riprendeva. Tornava a rivivere gli anni dell'infanzia, quando soffriva la fame, e la mamma era malata e il padre ruggiva bestemmiando per la casa. Allora tutto era vero intorno a lui. Egli rimpiangeva quella miseria, della quale gli rimaneva almeno l'orgoglio di non aver mai piegato dinanzi a nessun altro uomo. Ora invece era un giullare due volte vile e ridicolo.

Evitò Tatiana per tre giorni; il quarto ella gli scrisse un biglietto, ma invece di risponderle Loris cercò d'incontrarla nella sala rossa.

Era un giorno d'estate. Il sole, passando attraverso le tende rosse, riempiva la sala di una luce quasi sanguigna. Loris, che si era finalmente deciso, le offerse di fuggire con lui o di permettergli di andare dal principe a chiedere la sua mano; Tatiana, di umore più chiassoso quel giorno, si mise a ridere. Allora egli la prese per mano, la condusse al canapè, e con tutto l'impeto della giovinezza le rinnovò per la centesima volta la solita dichiarazione di amore. Il mondo era sparito; non pensava al come avrebbero vissuto, se Tatiana lo seguisse nella fuga e il principe non li riprendesse a qualche versta dal villaggio; non vedeva più che il volto di lei pensieroso, più pallido, col seno che le ansava, e un sorriso tremulo sulla bocca. L'abbracciò. Tatiana invece, sentendo l'impossibilità di quella scena, ne soffriva senza osare di opporsi alla passione di Loris; quindi con abilità istintiva si fece scherzosa per evitare di rispondere alle sue pressanti domande, ma segretamente irritata seco stessa di quella momentanea soggezione.

Loris voleva domandare la sua mano al principe.

Tatiana ebbe un cattivo sorriso:

— Non l'oserai.