Topine se ne andò senza rispondere.

Alle dieci Loris si fermava dinanzi al cancello di quella casa, e Topine lo introduceva nello steccato. Appena dentro gli parve d'intendere uno strano ronzio di voci. Invece di dirigersi alla porta girarono dietro la casa verso un enorme capannone bruno, del quale era impossibile indovinare l'uso. A Loris sembrò che le voci crescessero; poi entrarono per una porticina, al buio, in una specie di andito pieno di un forte odore di terriccio. Adesso non poteva più dubitare, il capannone era pieno di gente ed illuminato; la luce filtrava dalle fessure dell'assito. Più innanzi v'era un uscio a vetri.

— Mettiti lì, gli disse Topine e scomparve.

L'uscio, chiuso dal di dentro e bipartito, aveva nel mezzo di ogni battente un largo vetro tenuemente colorato in rosa.

Quel capannone era un'immensa sala, tutta parata di bianco in mussolina indiana sapientemente panneggiata e frangiata d'argento; la sua vôlta scompariva sotto un tulle candido e cilestro, come un cielo che si vedesse tra nuvole lattee. Egli n'ebbe una grande impressione di soavità, attraverso quel vetro rosa, che toglieva a tutto quel bianco la inevitabile crudezza dei toni opachi. Trenta o quaranta persone, vestite di lunghi accappatoi bianchi, strette nel mezzo a circolo intorno ad una lunga tinozza bianca, posta sopra un tripode acceso, giravano lentamente tenendosi per mano e salmodiando. Le loro teste gittate indietro, così che i colli ne divenivano gonfi violentemente, guardavano al cielo. Un alito leggero di vapore saliva dall'acqua bollente della tinozza, perdendosi nell'aria.

Loris osservava estatico. Tra quella gente v'erano fanciulli e vecchi, donne dai capelli bianchi spioventi sulle faccie grinzose, e giovinette dal viso fresco di primavera, che parevano impallidite per una dolorosa emozione. Tutti gli accappatoi erano uguali, tutte le teste e i piedi nudi; un tappeto bruno sul pavimento imitava la terra. Molte lampade dorate, sospese a cordoni bianchi, penzolavano dalla vôlta, spandendo colle incerte fiammelle una luce misteriosa; dinnanzi alla tinozza, coperto di un drappo nero, saliva per tre gradini una specie di trono, agli angoli del quale ardevano quattro alti candelabri. E il circolo girava sempre lentamente, mormorando, strisciando sul tappeto i lunghi accappatoi; si sentiva già lo sforzo di qualche respiro, alcuni si portavano le mani al collo come per sottrarsi allo spasimo di una soffocazione. Poi si fermarono, e una voce declamò questo versetto:

«E accadrà negli ultimi giorni, dice il Signore, che spanderò il mio spirito in ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.»

Il circolo ricominciò a girare, prima adagio alternando ritmicamente i piedi e scuotendo le teste, poi crescendo a grado a grado di velocità. Era la danza sacra dei dervischi, la ronda stordente, che prelude alla frenesia della rivelazione. Cominciavano i rantoli e le grida. Quindi d'un tratto il circolo si spezzò; gli uomini scaraventarono lungi le donne per restringersi in un cerchio più piccolo e più rapido, ma esse si riattaccarono fra loro a grandi urla, e si scagliarono in una ridda inversa circuendoli. Allora la visione s'intorbidò; non si distinsero più che due pareti bianche, formate dagli accappatoi, sui quali ondeggiavano penzoloni le teste coi capelli svolazzanti, due pareti circolari, aggirantisi come sopra un perno segreto, rapite da una bufera insensibile. Non si poteva sorprendere una fisonomia, afferrare una forma, nel volo di quel bianco abbacinante. Loris ne risenti l'impressione angosciosa.

Essi giravano sempre più rapidi, trasportati dal reciproco impulso, nell'impossibilità di arrestarsi. Si udiva il fischio rantoloso del loro respiro, s'indovinavano nei tremiti di una impossibile caduta gli spasimi di un deliquio, che l'energia dei più forti ritardava.

Loris si tolse da quel vetro per ritornare nel buio dell'andito. Una collera profonda ruggiva nel suo spirito allo spettacolo di quell'ultima degradazione della preghiera umana. Avrebbe voluto essere già fuori da quel corridoio, ma nelle tenebre non trovava più la porta, per la quale era entrato. Perchè dunque era venuto a questa suprema imbecillità religiosa? Attraverso l'assito gli giungeva ancora il rumore turbinoso della danza come un sordo murmure di acqua, che s'inabissi nelle bocche di un molino. Involontariamente tornò ad ascoltare. Così nell'ombra contemplava ancora quelle due pareti umane, bianche e rigirantisi sopra sè stesse, colle teste che trabalzavano cadavericamente; vedeva certi sorrisi tormentati, certe occhiate livide, certi denti balenanti dalle bocche spalancate, come gli era parso di osservare dianzi. Ma essi turbinavano sempre; se li sentiva intorno, quasi al di dentro, colla vertigine di un vortice. Poi un urlo immenso, lacerante, lo colpì.