Tornò a spiare dal vetro. La ronda era finita, tutti giacevano in un alto mucchio bianco, palpitante e semivivo, come sepolti sotto la neve negli ultimi conati dell'agonia. Le lampade sacre agitavano leggermente gli azzurri lucignoli come stelle tremolanti nel cielo lontano; dalla tinozza il vapore dell'acqua s'alzava in una nuvola sempre più densa, ondeggiante nell'aria al pari di un incenso.
Loris tentò di aprire l'uscio per accostarsi a quell'ammasso di caduti, che subitamente si rialzarono come sferzati da uno scudiscio invisibile, mettendosi a saltare soli, dimenandosi nelle più incredibili contorsioni. Dopo la preparazione collettiva di quella ridda cominciava il tormento singolo dell'attesa in ognuno, l'estremo sforzo verso l'estasi col sommovimento di tutte le fibre. Qualcuno preso da un tremito convulsivo sembrava oscillare come una canna, colle ginocchia piegate e la faccia cinerea; altri balzava furioso come un cavallo slanciandosi nell'aria, chi si dondolava in una specie di valtzer; un vecchio roteava sopra sè stesso, colle mani in croce e gli occhi chiusi, insensibile a tutto. Loris vide una giovinetta bella, dal volto marmoreo, che colle braccia abbandonate e la bocca aperta protendeva il ventre in un conato mostruoso, che le spezzava le reni e la faceva singhiozzare. Poi coppie di uomini e di donne saltellavano prendendosi per le mani, urtandosi rabbiosamente coi petti, e cantavano. Una donna, coll'accappatoio rigettato sui lombi sino alla cintura, scopriva un seno grasso, dondolante, di una carne stanca; verso di lei veniva un'altra donna colle braccia tese e l'occhio fisso come dietro un fantasma, che si fosse involato dal vapore ondulante sulla tinozza. Molti caduti in ginocchio si percuotevano le mammelle, o si rotolavano sul tappeto.
Uno gridava monotonamente: oh! oh! spiccando balzi prodigiosi per ghermire una lampada sospesa troppo in alto; una vecchia, dopo aver corso pazzamente intorno alla sala, venne a cadere moribonda sul primo gradino del trono.
Quello scoppio di demenze individuali era anche più insopportabile della prima ridda. Invano Loris si richiamava alla memoria quanto aveva letto su questi riti orientali, e le spiegazioni nevropatiche che ne dava la scienza moderna; la scomparsa totale della personalità umana in quei bianchi fantasmi, grottescamente saltellanti come per forza magnetica, sconvolgeva la sua stessa ragione. Non solo non poteva comprendere quale stato intellettuale si formasse in essi con quella voluta agonia di tutte le forze fisiche, ma egli stesso si sentiva cogliere da qualcuno di quegli spasimi così intensi, che nessuna crisi della vita vera, malgrado tutte le sue tragedie, avrebbe potuto provocare.
Essi saltavano sempre con una energia inesauribile. Le loro faccie, sudicie di sudore e bianche come la calce, esprimevano un tormento senza nome; dai loro occhi, nei quali lo sguardo si era spento, uscivano lampi vitrei, mentre le loro bocche incapaci di formulare più una parola si stiravano nell'avidità febbrile della sete.
— Oh! oh! oh!
Qualcuno mormorava ancora torcendosi nelle ultime convulsioni; quella vecchia caduta sui gradini del trono li saliva leccandovi come delle orme invisibili, e colle mani incrociate dietro la schiena chiamava tutti gli altri.
Allora da una porta laterale apparve un'alta figura di donna.
Loris palpitò.
La Borghiniia aveva i capelli sciolti come un immenso manto nero, che toccava quasi il terreno; sulla fronte le tremolava una grossa stella di brillanti. Era vestita di un accappatoio azzurro, stellato d'argento. Si fermò sull'uscio colle braccia alte, guardando al cielo. Il suo volto statuario, insopportabilmente bianco, pareva quello di una Niobe, tanto era il dolore che ne gelava i lineamenti; ma le sue labbra erano più rosse di una ferita, e i suoi occhi ingranditi dalle occhiaie livide nuotavano in una fiamma azzurrognola. Lentamente salì al trono. Tutti erano caduti ginocchioni, colle mani tese; alcuni piangevano.