Loris si era obliato nell'incanto.

Improvvisamente la dea vibrò, tutti si ritrassero; ella, spiccando un salto, giunse all'uscio di Loris, l'aperse e scomparve.

Loris si trovò stretto fra le sue braccia prima di aver tempo di muoversi.

Ella lo aveva sollevato e lo portava correndo; traversarono il prato, salirono nella casa, al buio, sino a quel gabinetto. Loris si sentì gettato sul divano.

Poco dopo ella ritornava vestita modestamente di bruno, e si metteva ai suoi piedi guardandolo.

Quindi gli abbandonò la testa sui ginocchi.

Loris rimase in quella casa oltre un mese. Ouliana, innamorata sino alla sommissione, avrebbe voluto abdicare al grado di Boghiniia per andare a vivere con lui a Mosca; ma non era abbastanza ricca per questo. In danaro contante non possedeva allora che trentamila rubli, il resto lo aveva profuso in gioielli e nel lusso dell'appartamento. Loris non le aveva nemmeno detto il proprio nome, contentandosi di cangiare i vecchi cenci in un modesto abbigliamento di gentiluomo campagnuolo.

Topine rintanato nel canile, con due grossi veltri, che lo amavano, viveva inorgoglito di quel trionfo di Loris come di un successo personale. Nella demenza delle proprie idee settarie egli ammetteva solamente l'amore vagabondo per non riconoscere nel matrimonio un patto sociale; e non diversa era l'opinione dei Klysty e della Boghiniia, che ogni tanto prescieglieva qualcuno fra i propri adoratori. Però in quella casa, malgrado l'intimità di una vecchia serva, colla quale s'amavano nel più sozzo libertinaggio, Topine fu presto ripreso dal proprio umore randagio. Una mattina ne parlò a Loris, che passeggiava meditabondo entro lo steccato.

— Dove vai? questi gli chiese.

— A Voronege.