Il salone, nel mezzo del castello, non era molto più vasto di una sala; dalle stanze di Loris bisognava giungervi attraverso un corridoio quasi buio, perchè il principe gliele aveva appunto assegnate in fondo all'ala sinistra, per lasciarlo più libero.
Entrando nel salone Loris si senti commosso senza sapere di che; lo aveva già intravvisto passandovi, ma ora gli sembrava più ricco e severo. Alcuni mobili erano dorati, altri di quercia; notò subito un immenso lampadario di bronzo, mostruoso capolavoro cinese, poi in un angolo un grande piano-forte nero, intarsiato di avorio, sulla cassa del quale biancheggiava una piccola copia del centauro greco. Le tende scure cadevano pesantemente sul tappeto azzurro-cupo, la vôlta era a cassettoni intagliati, ma l'ombra ne velava il disegno.
Poco lungi dal piano-forte uno sgabello, formato con corna di renna, di una rusticità polare, e una poltroncina di un cilestro soavissimo, squisitamente parigina, si toccavano ancora chi sa dopo quale conversazione. Loris attratto dalla loro antitesi si avvicinò. Gli parve che la poltrona esalasse un tenue profumo, e che la sua imbottitura fosse pesta.
Quindi molte voci gli giunsero dal di fuori. Un gruppo di mugiks aspettava alla porta del castello, col capo scoperto, di essere introdotto per salutare il padrone.
Questa abitudine servile, rimasta anche dopo l'emancipazione, gli trasse sulle labbra un amaro sorriso; ma la porta a vetri stridè, e tutti i mugiks s'inchinarono, alcuni sino a toccare colla fronte la neve. Il principe si era presentato sulla soglia a ringraziarli, preferendo evidentemente di non riceverli per non ammorbare la casa col puzzo delle loro pelli. Quella scena durò a lungo. Forse i mugiks avevano qualche cosa da chiedere all'antico padrone, e v'insistevano colla loro tradizionale tenacità, seguitando ad inchinarsi dopo ogni parola, come in chiesa, durante la messa. Colle figure tozze, coperte di pelliccie di montone, la chapka in mano, i lunghi capelli sulle spalle e le barbe anche più lunghe, piantati sulle scarpe larghe di vimini, fra l'abbacinante candore della neve formavano un quadro di un vigore straordinario. Stavano ordinati su tre file, ma non parlavano che quelli davanti.
Loris si ricordò il quadro di Gerôme «Ave, Cæsar, morituri te salutant.» Quindi indietreggiarono, curvandosi ancora di più, parlando tutti in una volta, e la porta tornò a stridere sui cardini.
Allora Loris vide una signora vestita di bianco, sotto il lampadario, nel mezzo del salone, che lo guardava. Da quanto tempo? Così nell'ombra non potè discernere la sua fisonomia; egli pure volgendo le spalle alla finestra restava colla faccia al buio, ma indovinando in lei la moglie del principe abbassò lievemente la testa ad un inchino.
La signora era alta, bionda, coi capelli rialzati sulla fronte; la vesta amplissima le cadeva intorno a pieghe grosse e rigide, quasi ieratiche.
Loris seguitò ad inoltrarsi, ma nel passare dinnanzi alla finestra la sua fisonomia s'illuminò.
La signora gettò un grido, rinculando con un gesto di spavento: