Tatiana rimase sola nella caverna; a quell'ora le contessine Oglobine e Vaska dovevano essere sulle sue traccie, spaventati da quell'assenza. Uscì tentando di correre malgrado le fitte, che l'arrestavano, mentre la foresta le oscillava intorno come squassata da un uragano.

Da lungi risuonava un galoppo.

Il suo bel cavallo, sempre così sdraiato, aveva la gamba destra anteriore spezzata; ella ebbe appena il tempo di sdraiarglisi accanto e di prendergli la testa sulle ginocchia, che Vaska arrivava a tutta carriera. Sebbene fosse disfatta, nessuno sospettò dell'accaduto; la disgrazia di Giaour spiegava tutto.

Tatiana ammalò, ma imitando lo zio non voile medici. Per lunghe settimane rimase a letto, poi si chiuse nella propria camera in un silenzio di malaugurio, che nemmeno lo zio vivamente impressionato di quel mutamento osava rompere. Il suo volto dimagrito, illuminato dai grandi occhi cilestri, esprimeva tratto tratto uno di quei grandi dolori, che cangiano le epoche della vita, e d'una fanciulla fanno una donna, o di questa una vecchia. Aveva perduto ogni brio, non strapazzava più nemmeno i servi. Questi la credevano toccata dalla grazia del Signore, avendola più di una volta sorpresa in ginocchio davanti alle iconi nel fervore della preghiera. Infatti Tatiana, resa quasi pazza dal terrore di essere incinta, si prosternava dinanzi ai santi, chiedendo loro la grazia di farla piuttosto morire. Furono quattro mesi di una tortura inesprimibile, poi un altro spavento la colpì. Agli angoli della bocca le comparvero alcune granulazioni: sarebbe mai l'ulcera del mento di Topine?

Avrebbe voluto consultare un medico, ma una paura anche maggiore glielo impediva; e se questi avesse indovinato tutto?

Non dormiva quasi più. Malgrado ogni sforzo si vedeva sempre in quella caverna, soffocata sotto la stretta di Topine, mentre Loris la guardava con quella faccia di marmo, che ella non potrebbe più dimenticare. Quei due uomini la possedevano ancora, la possederebbero sempre; li sentiva dentro di sè come un ferro, che le fosse rimasto nella ferita, o una demenza, che le si allargasse consciamente nel pensiero. Perchè Loris le aveva fatto così, a lei sola? Ella si ricordava il suo volto diventato più bello; le era persino sembrato in un momento d'indovinarvi un dolore.

Tatiana avrebbe voluto morire di quella prostituzione inguaribile.

Le si era manifestato una malattia uterina. Quindi dopo lungo titubare se ne aperse colla vecchia cameriera, che le suggerì dei bagnuoli con alcuni succhi d'erbe altrettanti innocui che misteriosi. Cominciava a soffrire di vertigini; poi colla nevrosi vennero le convulsioni. Allora lo zio fece venire da Veronese il migliore medico, ma Tatiana si chiuse nella propria camera in preda ad una crisi così spaventosa, che lo zio dovette rimandarlo senza nemmeno averglielo presentato. Quantunque dimagrasse le sue forme acquistavano una afflitta grazia femminile, che la rendeva più bella; gli occhi le brillavano di iridi, ingranditi da un cerchio nero, che le scavava le orbite mentre la bocca le si appassiva, e il collo, allungandosele, si piegava teneramente sopra la spalla sinistra.

Non suonava più. Invece si era data alla lettura del romanzi di Zola, facendoli comprare segretamente dalla vecchia cameriera. Era quella la passione? Quello l'ideale? Eppure Loris, amandola, non era stato così: perchè si era poi mutato? Se lo zio aveva potuto frustarlo per la richiesta della sua mano, quale colpa ne aveva ella? E rivedendosi da capo in quella caverna, si sentiva ancora l'alito fetido ed oleoso di Topine sulla bocca, si vedeva seminuda, colle gambe scoperte, gli stivali in aria, tutte le sottane sul ventre bruciato come da un ferro rovente, mentre Topine la schiacciava con un gomito sul collo, e Loris pallido come un morto si curvava su lei contemplandola.

Allora impeti d'odio la facevano urlare; avrebbe voluto tenere Loris sotto i piedi per ucciderlo o farlo uccidere col più feroce dei supplizi, ma non avrebbe osato rivedere Topine. Il suo aspetto solo l'avrebbe uccisa. Come vivrebbe ella in appresso? A qual uomo potrebbe raccontare quello che le era accaduto? Quale uomo lo crederebbe? Tutto era dunque finito: la sua vita non sarebbe più che l'indomani di quella catastrofe, un indomani atrocemente monotono, senza una speranza, nella solitudine di un rimpianto inconsolabile, colla sensazione inesauribile di quel momento infernale.