Il padre di Loris, figlio di un povero curato di Kourlak, nel governo di Voronege, era cresciuto nella triste infanzia di tutti i suoi pari; la parrocchia, vasta quanto una diocesi italiana, non aveva che pochi villaggi composti di alcune isbe, abbandonati a grandi distanze, e rendeva assai poco. Il vecchio pope, magnifico esemplare dell'antico stampo tutt'ora comunissimo in Russia, buono ed ignorante, s'ingegnava a munger danaro ai contadini disimpegnando le proprie funzioni, come un qualunque altro impiegato, colla massima negligenza e con tutta la corruzione possibile; ma, contento di vivere, lasciava vivere gli altri alla meglio. Se pregava poco e non pensava affatto, beveva quasi più del possibile, e per unico orgoglio aveva la magnifica voce da basso del proprio diacono. Sua moglie invece, troppo cagionevole di salute, non poteva nemmeno partecipare alle loro lautezze brutali ed intermittenti. Quando venne l'unico figlio, dopo tre figlie morte successivamente a poca distanza dalla nascita, egli lo chiamò per devozione Nicola, mettendolo così sotto la protezione del massimo santo ortodosso, di quello che, secondo la leggenda russa, deve ereditare da Dio, divenuto finalmente troppo vecchio, l'impero del cielo.
Ma il bambino si sviluppava così malaticcio da inspirare continui timori di morte. Il padre, robusto e colossale, non poteva persuadersi di tale mingherlina struttura, prodotta forse dai proprii eccessi alcoolici. Poi Nicola cominciò a mostrare molto ingegno, e il padre se ne compiaceva, come di un elemento amabile di conversazione, senza un sospetto dei pericoli, che tale superiorità potesse attirare sopra un pope, legato all'altare come un servo alla gleba, nel più orribile degli isolamenti.
A sedici anni Nicola, avendo compiuto il corso del seminario diocesano, entrò nell'accademia di Kief, una delle quattro maggiori, e vi si fece tosto notare sfavorevolmente per la energia indomabile dello spirito. In quella vita tumultuosa di collegio egli fu uno dei più calmi e, nel medesimo tempo, dei più insubordinati; invece di abbandonarsi, come tutti i suoi compagni, a quegli scandali col vino e colle donne, divenuti popolari in Russia dopo le novelle di Pomialovsky, un figlio di pope morto a trent'anni di miseria e di stravizî, egli divenne il precettore della loro incredulità e il capitano delle loro rivolte. Tale iattanza di indisciplina, troppo frequente nei seminari russi per mettere pensiero ai superiori, perchè tutti quei chierici mal'educati andrebbero poi ad esaurirsi nella solitudine delle parrocchie senza poterne alterare la vita tradizionale, assunse allora per opera di Nicola proporzioni più gravi. Si dovettero adoperare più spesso le verghe, benchè da poco tempo abolite; Nicola stesso vi passò più di una volta. Naturalmente il supplizio, da lui sopportato con stoicismo feroce, mutò il suo disprezzo per la religione in odio, e la sua miscredenza in pessimismo. Di ribelle crebbe a nemico. Quindi raddoppiò di ardore negli studi, leggendo di straforo tutte le opere di esegesi ecclesiastica, distruggitrici della verità cristiana, che allora uscivano dalle grandi università tedesche. Poi a scuola le sue obbiezioni, presentate sempre colla più sottile ironia, impacciavano spesso il professore, sino ad impedirgli la risposta fra lo scherno della scolaresca, mentre la sua empietà, più profonda degli stessi misteri cristiani, trovava sempre un dubbio dopo qualunque prova, o inventava una avvilente interpretazione umana pei dogmi più divini.
A poco a poco s'impose ai professori.
Era piccolo, magro, con una fisionomia quasi di donna, che avrebbe potuto essere bella, se un avvizzimento precoce non l'avesse sciupata. Aveva la fronte alta e ripida del combattente, la bocca un po' storta, quasi dolorosa, specialmente dopo aver parlato, e allora i suoi occhi stranamente neri lanciavano spesso occhiate, che parevano bestemmie. Nè al seminario, nè all'accademia aveva contratto vere amicizie; i suoi compagni più invidiosi lo dicevano senza cuore, ma allorchè un vecchio maestro di storia ecclesiastica, ammirato del suo ingegno, gli consigliò di entrare nei monaci per avere così l'adito ai più alti gradi della chiesa, egli rispose freddamente che non poteva abbandonare i genitori.
— Non desideri piuttosto di prender moglie?
— Credete la fornicazione dei monaci meno voluttuosa del matrimonio? ribattè Nicola.
Infatti, accettando la propria condizione, sposò per essere ordinato pope la figlia di un curato vicino, e tornò nella propria parrocchia a sostituirvi il padre, reso impotente dalla continua ubbriachezza. Ma in questa decisione l'amore di famiglia era entrato ben poco; era stato piuttosto uno scoramento disperato a rigettarlo entro l'orbita infrangibile della chiesuola paterna, mentre la religione non gli parerà che una volgare commedia, doppiamente necessaria all'ignoranza dei mugiks e all'autocrazia dello Stato. Egli avrebbe dovuto egualmente servire dovunque; anzi, salendo nella gerarchia, la necessità di mentire sarebbe cresciuta ad ogni scalino, consolata solamente dalla crudele comodità di poter tiranneggiare qualche povero curato.
Non ne valeva la pena.
Allora ogni rivoluzione era impossibile. Non restava che vivere da sè stesso, scorazzando come un cosacco a cavallo pei campi della fede, divertendosi a saltare gli ostacoli, davanti ai quali tutti s'inginocchiavano. Nessuno ne avrebbe mai sospettato, ma che importavano gli altri? Sapere per sapere era la divisa del suo giovane orgoglio. Laonde organizzò la propria piccola vita. Era povero; sua moglie, Maria Alexewna, non gli aveva portato che trecento rubli di dote; la chiesa non possedeva che dodici desiatine in terreno, poco più che dodici ettari, ma la metà solo era devoluta al pope. Tre desiatine andavano al diacono, il resto si divideva in parti eguali fra il cantore e il sagrestano. Poi le terre erano tutt'altro che di prima qualità. Con sì magre risorse la famiglia stentava dolorosamente la vita. I contadini, che avrebbero dovuto lavorare gratuitamente i campi della chiesa, gettandosi l'un l'altro la soma, finivano spesso coll'evitare quest'obbligo e lasciare il curato nella più crudele perplessità, giacchè al tempo dei lavori la scarsezza delle braccia rendeva difficile il trovarne, quand'anche, e il caso era piuttosto raro, egli ne avesse avuto il danaro sufficiente. Negli ultimi anni, il vecchio pope era stato costretto più di una volta a condurre da sè il proprio aratro.