—È proprio una deliziosa passeggiata!—esclamò la signora
Giulia:—Nello, vuoi venire con me?
Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.
La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse: entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento di separarsi la loro tristezza aumentò; Lamberto rimaneva preoccupato, Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro pendeva una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la tettoia, era aperta.
Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i saluti furono precipitati; Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi piedi già sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo sotto le braccia.
—Fa un bacio alla signora.
Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella penombra a guardare il treno, che fuggiva già invisibile verso Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.
In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza dell'estate, ma le ombre parevano più profonde e il sonno della campagna più stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novità di quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il paesaggio, così chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi addormentato al monotono murmure del fiume.
Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta alla meglio per tale uso, già appartenente alla contessa Ginevra; nella camera più grande si apriva il refettorio, dove i bambini ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di scroccarle così qualche migliaio di lire.
La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma anche là nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacchè il piccolo Giulio era morto, la separazione, già provocata dalla sua nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso troppo delicato, perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo, faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione: