Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve loro più chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare. Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per l'altra. Ora nulla avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.
Bice invece era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima: lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo mondo così spirituale e così eroico nella semplicità, quale a Lamberto era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il più alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di sè stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.
Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.
E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente, rendendola quasi più limpida nel considerare invece la condizione che si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva più fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto il braccio.
Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro, colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco di un sogno.
Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.
La strada costeggiava quasi il fiume.
Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che andavano anche più piano; poi Nello, per uno di quei capricci inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella di Bice.
—Tu sei felice, Lamberto?—ella gli chiese con accento così dolce di speranza, che lo fece trasalire.
Allora una tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui risorgeva trasmutato dal dolore in una più pura carità: tremò, ma non sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.