Per qualche tempo seguì il passaggio dei pochi devoti, che entravano nella chiesa, s'inchinavano a quell'altare ed uscivano dall'altra porticina di fianco. La chiesa diventava volgare come ogni luogo pubblico. Malgrado lo spessore della pelliccia, ella si sentiva già i ginocchi indolenziti sulla durezza dello scalino: a che scopo quella visita, a quell'ora?

Ma le altre due donne, e la vecchia Rosa, seguitavano a pregare immobili, col volto fra le palme, in una posa di profondo abbattimento; per loro la Madonna era così presente, che non avevano nemmeno il bisogno di guardare la sua bella immagine sull'altare. Allora Bice s'incantò di nuovo a contemplarla, rammentandosi confusamente le parole di De Nittis sulla Vergine Madre di Dio. Erano vere: nessuna poesia supererebbe mai quella della madonna cristiana, così vergine da ricusare l'onore di madre di Dio, e così madre da abbandonare alla morte il proprio figlio divino per salvare quelli di tutte le altre donne. Ma la soave figura di quel quadro era appena malinconica: le sue guance rotonde, la sua piccola bocca, la sua fronte liscia non esprimevano la sovrumana tragedia della sua vita; solo gli occhi appannati lasciavano indovinare come un pianto di rugiada.

Poi tutto fu inutile, Bice non potè pregare. Invece era sorpresa di sentirsi così indifferente, mentre la grande crisi della sua vita stava per scoppiare.

—Di' un'Ave Maria con me,—le susurrò Rosa.

Uscirono: all'aria aperta Bice tornò pensierosa.

—Il signor tenente Lamberto è già nel salotto ad aspettarla,—disse il cameriere aprendo loro la porta dell'appartamento.

Bice sussultò.

—La zia è tornata?

—No, signorina.

Bice entrò risolutamente nel gabinetto, senza trarsi la pelliccia, alzandosi il velo sul cappellino; il tenente Lamberto balzò in piedi ma, per quanto si fosse preparato al colloquio, rimase incerto di tenderle la mano o d'inchinarsi solamente.