La contessa Ginevra volse la testa con un sorriso, tendendo al vecchio medico la bella mano bianca, sulla quale non brillava che il sottile anello matrimoniale.

—Perchè così tardi stasera?

—Esco ora dalla casa del marchese Roderigi: sta un po' meglio, il caso è nullameno disperato.

Qualcuno degli invitati scambiò un'occhiata malinconica alla triste notizia, ma la conversazione rimase impacciata come prima.

Il dottor Ambrosi si era seduto sopra una lunga poltrona in felpa gialla, presso la contessa Ginevra, abbandonando la testa sulla spalliera colla famigliarità di un amico, pel quale l'etichetta consente molte licenze. Era un bel vecchio alto, quasi calvo, di un color roseo ancora vivace sotto il bianco dei capelli e della barba; mostrava sessant'anni, benchè ne avesse quasi settanta, ma nè la fatica, nè lo studio avevano ancora potuto trionfare della sua robusta complessione.

—E Bice?—chiese subito, riaprendo gli occhi.

—È nella sua camera.

Tutti attesero quello che il dottore avrebbe detto. Egli parve scrutare nello sguardo della contessa, largo e tranquillo; quindi con quella bruscheria, che lo aveva reso popolare, si scrollò sulla poltrona.

—Vapori!

—Bice ha un'anima troppo delicata.