—Egli ha la mia parola.
Si sciolsero lentamente. Egli andò a sedersi sopra una poltrona, in silenzio, ella ratteneva con un delirante sforzo di volontà le lagrime, che le gonfiavano gli occhi; quindi egli si alzò e venne ad inginocchiarlesi davanti, prendendole una delle belle mani. Se la pose sulla fronte:
—Vostro per tutta la vita.
Ginevra lo baciò sui capelli.
Ma, come doveva accadere, la passione li travolse poco dopo, e tutti lo seppero. Era impossibile a due anime, così alteramente ingenue, il destreggiarsi nelle piccole quotidiane menzogne col pubblico: fortunatamente il conte, colla solita cecità dei mariti, non se ne accorse.
Il loro amore ebbe la solenne poesia dei vesperi estivi, quando la terra brucia ancora degli ardori del meriggio, e nel cielo di un azzurro profondo gli ultimi raggi del sole si colorano di porpora. La contessa Ginevra diventò più bella. Il suo volto, luminoso di serenità, assunse allora quell'espressione di dolce imperio, che anche adesso le rimaneva, mentre tutte le potenze della donna liberandosi finalmente dal suo spirito come germogli a primavera le sbocciarono in una potente ed insieme delicata fioritura. Egli l'adorava rinfacciandole dolcemente di non averlo saputo attendere, perchè allora la sua forza d'uomo ne sarebbe stata raddoppiata. Questo rimpianto del passato, reso più acuto dalle contraddizioni dell'adulterio, alle quali tratto tratto si urtavano dolorosamente, rendeva più trepida la loro tenerezza nella calma drammatica della loro compiuta fusione: egli risospinto ai propositi di gloria dalla fede di avere trovato finalmente in lei quel compagno d'arme, indissolubilmente affezionato, che gli eroi ebbero sempre in tutti i poemi, pareva ringiovanito.
Quindi si dimise da ambasciatore per riconquistare in Parlamento il posto di ministro; il conte Ramponi, da lui persuaso, lo seguì barattando la carica di primo segretario d'ambasciata in quella di senatore. Allora la Corte era a Firenze.
La contessa Ginevra vi si stabilì occupando tutto il primo piano di uno dei più illustri palazzi, e regnandovi con più vivo splendore. Il suo salone diventò il ritrovo degli spiriti più eletti e di ogni celebrità riconosciuta: la colonia estera vi si affollò, professori, artisti, letterati vi aggiunsero colla ricchezza dello spirito quella intonazione di superiorità, che sembra rendere tutto il resto della vita come uno spettacolo per pochi privilegiati. Allora la contessa Ginevra richiamò Bice, sempre così gracile malgrado i suoi tre anni compiti, e se ne innamorò perdutamente come d'una figlia. Quella fu la grande stagione della sua vita: bella ancora, adorata da un uomo che a lei pareva grande, e forse lo era, quasi madre nell'adozione di quella piccola creatura, ammirata da tutti come una regina dello spirito nella città, che ancora ne conservava più viva la tradizione, potè inebbriarsi lungamente di sè stessa. De Nittis, professore di filosofia all'Istituto superiore, divenne uno de' suoi amici più devoti, quantunque il suo spirito profondo e modesto si turbasse quasi agli eccessivi splendori di quella casa; ma Ginevra troppo felice per compiacersi nella preziosità delle grandi mondane, sapeva anche in mezzo a quel tumulto di gloria aristocratica conservare la magnifica semplicità della propria natura.
Quindi De Nittis divise con lei l'intimità di Bice: la piccina, sempre vestita e merlettata come un confetto, non voleva stare che con loro due, ma intelligente quanto ostinata nelle proprie voglie si disdiceva solamente, quando egli fingeva di adontarsene.
Per quattro o cinque anni nessuna nube passò pel cielo della contessa Ginevra; quell'illustre, del quale allora tutti i giornali raccontavano le battaglie quotidiane alla Camera, le serbò la fedeltà dei grandi spiriti; ella lo sostenne colla propria fede recandogli l'aiuto di tutta quella influenza femminile, ed attirando persino De Nittis nell'orbita della loro passione. Durante la crisi di Mentana, in quel rimescolamento tragico della coscienza nazionale, mentre la Prussia già vincitrice dell'Austria si levava lentamente minacciosa verso la Francia, e Vittorio Emanuele per supina dedizione di vassallo si ostinava ancora a pregare d'alleanza Napoleone III, De Nittis presago dell'imminente sfacelo napoleonico e dell'avvento germanico dettò un opuscolo, che servì all'altro per il suo più memorabile discorso contro il ministero Rattazzi. Fu l'ultimo bel giorno di battaglia: la contessa Ginevra stava nelle tribune un po' pallida; l'aria era satura di elettricità, nella Camera guizzavano urli e baleni. Egli si mostrò superbo di destrezza e di temerità; la Camera, indovinando in lui un probabile successore alla presidenza del ministero, tentò al solito di smontarlo, mentre Rattazzi, duttile e veemente, parve concentrare in tale supremo duello tutta la perfidia della propria abilità e l'audacia del grandioso disegno, nel quale aveva rinvolto la monarchia di Savoia, l'impero francese e la rivoluzione garibaldina. Vi furono istanti quasi angosciosi quanto in un naufragio ed effervescenti come in una festa. De Nittis, entrato quasi non visto nella tribuna diplomatica, era rimasto in piedi dietro la contessa Ginevra: ella non ebbe nemmeno la forza di salutarlo.