Rattazzi dovette soccombere.
La contessa, che per la prima volta dimentica degli sguardi della gente, era scattata in piedi col volto raggiante, incontrò l'occhio profondo e quasi mesto di De Nittis; egli le offerse prontamente il braccio per uscire.
Appena fuori della tribuna le disse:
—Ha vinto per altri.
E fu vero.
Da quel giorno la salute di lui si alterò.
La contessa Ginevra raddoppiò d'amore sopportando ammirabilmente le sciocche punture del conte, che incapace di sospettare la loro passione, e passato naturalmente al partito di Corte, si divertiva a canzonarli di quel fiasco. La sua scempiaggine cresciuta cogli anni e nella nuova vanità senatoriale, che gli faceva credere di dover capire la politica, arrivava talvolta sino all'impertinenza; l'altro invece atterrato nell'egoismo della propria ambizione non sentiva quasi più le delicatezze consolatrici della donna.
Quindi lentamente tutto finì. Vi furono assenze e brevi rotture, nelle quali ella si mostrò inalterabile di abnegazione, benchè costretta ogni giorno più a ripiegarsi sopra Bice: poi la gente si diradava nel suo salone, mentre ella ingrassava rimanendo ancora bella, parendo ancora la regina di un regno già tramontato da un pezzo. Il pubblico abituato da troppo tempo ad ammirarla si era rivolto altrove; finalmente ella lo sentì, ed abbassò il capo sotto la condanna.
Quando cinque anni dopo egli morì a Roma, nella nuova capitale d'Italia, senza essere più ridiventato ministro, ella già vedova del conte accorse da Bologna per ricevere l'ultima parola della sua anima.
Egli non la riconobbe.