IV.
A dieci anni Bice fu in grave pericolo di vita.
Una tosse secca ed ostinata minacciava giorno per giorno di spezzarla. Sebbene non si fosse molto sviluppata, il viso pensoso, con quel naso aquilino troppo grande, le dava già un'aria di brutta donnina. Aveva le gengive scialbe di tutte le anemiche, e il petto incurvato sotto le spalle; solo la fronte, alta sui magnifici occhi neri di una intensa espressione spirituale, poteva renderla simpatica, malgrado la naturale eccessiva serietà del suo carattere.
Suo cugino Lamberto Tibaldi, che la contessa Ginevra teneva presso di sè lungamente perchè Bice potesse meglio distrarsi, non l'amava meno degli altri. Chiassoso, aitante, coi capelli lievemente crespi e gli occhi dolci, quantunque di una monelleria irrefrenabile, era il compagno de' suoi giochi e lo schiavo delle sue volontà. Bice lo proteggeva contro i maestri, egli la vegliava già nell'orgoglio delle proprie forze maschili contro tutti i pericoli fantastici con un coraggio appassionato. Quando Bice dovette porsi a letto, Lamberto espulso dalla sua camera ne provò un'angoscia, che per qualche tempo gli modificò il carattere; divenne quieto, obbediente, finchè seppe farsi ammettere in quel vasto salone, ove la zia Ginevra aveva per consiglio di Ambrosi posto il lettino della fanciulla.
Bice cogli occhi chiusi, senza tossire, pareva già morta. La malattia durò quattro mesi, monotona, resistendo a tutti i tentativi della scienza sino all'estate; poi il sole la vinse. Per tutta la famiglia era stato quasi un uguale sbigottimento. In quella casa, molto ricca e di abitudini patriarcali, i servitori si sentivano fusi coi padroni, quantunque la distanza segnata fra loro dall'educazione non ne venisse diminuita; laonde la morte della piccola Bice, disperdendo nome e patrimonio, avrebbe d'un colpo mutate tutte le loro esistenze. A fianco della contessa Ginevra, muta ma più vigile di lei medesima, la vecchia Rosa pareva un genio antico del lare. Era stata la nutrice di Ada, e alla morte di lei avendo vegliato sulla balia di Bice, non aveva poi voluto a nessun costo staccarsi dalla piccina. La sua tenacità di villana le attirava al tempo stesso il rispetto e il ridicolo di tutti. Prima ancora che Ambrosi, spaventato dall'estrema debolezza della fanciulla avesse detto che bisognava riportarla in campagna, ella si lagnava già tutto il giorno dell'aria di città, nella quale anche i contadini avrebbero dovuto finire col diventare pallidi.
E una mattina, mentre la contessa era assente, aveva aperto la porta-finestra del salone mettendosi colla bambina, ravvoltolata dentro le coperte del letto, a sedere sul balcone nel sole.
La trovarono lì, con Bice sulle ginocchia, che nella vivezza ridente di quella luce pareva una statuina di cera, affagottata nella seta, appunto perchè non si squagliasse.
Rosa invece di rispondere alle loro interrogazioni seguitò a cullarla, mormorando una vecchia ninnananna.
Ma ci volle tutto quell'estate, perchè Bice potesse tornare come prima, senza che la tosse sparisse mai del tutto.
Poi la contessa Ginevra andò alla più lieta delle proprie ville, verso il Sasso, fra Bologna e Porretta, dove il Savena si congiunge al Reno allargandosi entro un paesaggio incantevole. Il paesello, scavato per metà nel masso, si direbbe abitato da trogloditi, ma non è povero: la ferrovia vi passa sotto lambendo il fiume, il tramvay vi arriva sulla larga strada provinciale recando nella bella stagione molta gente ad ammirarvi la postura ed a pranzarvi. La villa della contessa, poco lungi alle falde di un colle, scendeva coi giardini sino al fiume, ma il vento ed il sole ne agitavano sempre l'aria mantenendola pura.