In quell'anno ritornò il viaggiatore Prinetti dopo un soggiorno di quasi trent'anni nell'Africa centrale, ed avendo conosciuto la contessa in una gita, fu da lei invitato alla villa per divertire Bice coi propri racconti meravigliosi. Allora egli non era così grasso; aveva il viso adusto e solcato da sofferenze di ogni sorta, sebbene respirasse quella calma degli animi forti, che avendo toccato il fondo della vita ne ritornano consolati della sua inevitabile tragedia. A Bazzano la sua piccola famiglia, dalla quale aveva dovuto fuggire d'un colpo, non esisteva quasi più. Era partito con mille franchi, e non era tornato che con poche migliaia di lire, frutto di una magnifica collezione di farfalle venduta a due ricchi inglesi di Porto Said: ma una improvvisa agiatezza lo attendeva nella vecchia casa. Il padre, morto tardi e solo, dopo aver dato metà del proprio patrimonio al figlio minore prediletto, aveva amministrato il resto per quell'altro, assente, con una avarizia resa anche più intensa dal rimorso di averlo costretto alla fuga. Per molti anni non lo si era veduto uscire di casa, ma pur non ricevendo mai sue notizie si ostinò a non volerlo credere perduto, anzi sperò da Dio come un perdono la grazia di vederselo ricomparire innanzi da un giorno all'altro. Questi invece non tornò in paese che quattro anni dopo la morte di lui, trovandovi contro ogni aspettazione una modesta eredità di centomila lire; ma anche l'altro fratello non era più, e la sua vedova aveva sposato in seconde nozze un vetturino beone ed attaccabrighe. Sulle prime non vollero nemmeno riconoscerlo, come un morto che tornasse dal sepolcro per contendere loro un'eredità: ella aveva una fisonomia di bella donna, fredda e malvagia, e i suoi figli non somigliavano affatto a quel fratello morto.

Fu la più grande amarezza della sua nuova esistenza, poi l'amicizia della contessa Ginevra lo consolò. De Nittis e Prinetti, scapoli, sulla cinquantina, già ritirati da ogni agone, composero allora con quella donna intorno a Bice l'ammirabile quadro di una famiglia di adozione, senza rivalità d'interessi, nè divergenze di passioni.

Il dottore Ambrosi, infelice nella propria, perchè prima la moglie gli era scappata con un amante senza che se ne fosse saputo mai più nulla, poi l'unico figlio, al quale aveva pagato troppe volte i debiti, aveva dovuto fuggire in America con altro nome per sottrarsi ad un mandato di arresto per cambiali false, vi si aggiunse al loro ritorno d'inverno in Bologna. Il dottore, considerandosi oramai solo, aveva proibito a tutti di pronunziare persino il nome di quello sciagurato davanti a lui; ma quando la contessa Ginevra, troppo intelligente per non indovinare tutta la malata bontà del suo cuore sotto quella rudezza, aveva osato tenergliene parola:

—Ho perdonato,—le aveva risposto con due grosse lagrime negli occhi:—egli sarà il mio erede per interposta persona, perchè bisogna che almeno laggiù il suo nuovo nome non sia macchiato. Non ne parliamo.

Il dottore viveva con un servo, contadino anche lui, del quale l'adorazione incosciente gli teneva in casa luogo di tutto.

Quindi la contessa Ginevra chiuse i propri saloni di ricevimento per non accogliere più che quei tre amici, e qualche altra signora, come la contessa Maria; più tardi v'entrò anche Giorgi, maestro di cappella nell'antichissima chiesa di Santo Stefano, povero e grande musicista, ammogliato ad una megera, che lo bastonava, senza che egli trovasse mai il coraggio di resisterle. La sua vita rimasta nel mistero, perchè la Confraternita dei Lombardi, che gli passava un magro stipendio di venti scudi al mese, non faceva quasi mai grosse feste, era tutta piena della sua arte: dava qualche lezione nel seminario, e scriveva secretamente magnifici pezzi di musica sacra, chiedendone l'ispirazione a Dio colla commovente semplicità di un antico fedele. Prinetti lo aveva scovato in un piccolo caffè di via Lamme una sera, solo, mentre scriveva sul marmo di un tavolino colla matita alcune battute; quindi lo propose alla contessa Ginevra per maestro di pianoforte a Bice.

In quella casa Giorgi potè finalmente rivelarsi.

Nel suo entusiasmo pei grandi maestri vecchi egli non ammetteva nè melodrammi, nè romanze da camera, nè virtuosità di artisti: la musica non doveva esprimere secondo lui che la vita religiosa dell'anima, dacchè la rivelazione cristiana ne aveva ridato all'uomo la concessione ed il modo. Se il primo peccato aveva troncato il dialogo fra l'uomo e Dio, Cristo scendendo a morire sulla terra lo aveva riannodato. Solo nella musica quindi l'uomo poteva rivelare il dramma della propria coscienza fra dubbi deliranti di terrore e grida trionfali di fede, quando dinanzi all'impenetrabile mistero dei dogmi il suo spirito ne urtava l'una su l'altra le formule bronzee per udire il loro suono profondo allontanarsi per l'infinito, o rapito da una improvvisa fulgorazione traversava tutti i cieli senza giungere mai donde quel raggio era scoccato.

Da questa altezza di concezione perigliosa per l'arte egli umiliava senza accorgersene i modelli stessi de' suoi grandi maestri, giacchè la loro musica non aveva significato che il dramma biblico o cristiano, quale era apparso nella storia. Giorgi invece prendeva per la propria musica le mosse dal paradiso di Dante; e se la parola e l'immagine avevano rappresentato Cristo, la musica doveva esprimere lo spirito, questo inaccessibile rimasto senza culto, e che veglia come una luce di zaffiro in fondo a tutte le coscienze.

Alla contessa Ginevra piacque subito per l'originalità della sua prima dichiarazione: