—Bisogna che la fanciulla non diventi una suonatrice di pianoforte: questo orribile istrumento deve servire solo per imparare a leggere la musica.
De Nittis, che entrava in tale momento, si voltò meravigliato; quell'ometto chiuso in un vecchio soprabito color nocciuola, tutto rasato, parlava con voce ridicola. Infatti s'intimidì; e per farsi perdonare quelle strane parole, mentre Bice era presente, disse che il pianoforte avrebbe potuto indebolirle il petto, poi sopraffatto dalla vergogna di quella scusa anche peggiore del fallo, abbassò la testa tormentando il cappello fra le ginocchia.
Ma Prinetti guardò De Nittis.
—Permettetemi di darvi ragione, maestro.—intervenne questi colla sua voce melodiosa;—i dilettanti sono la più insopportabile mostruosità del pensiero. Si arriverà forse un giorno a non credere più nella musica, questa suprema preghiera dell'anima, perchè tutti sapranno suonare.
—Questo giorno è già arrivato.
—Speriamo di no. Se i pianoforti stanno per sommergere nella inanimità del loro suono il sentimento musicale, la nostra anima veglia ancora sulle cime più alte, e ha bisogno di un linguaggio indefinito per tradurre a sè medesima le proprie fuggevoli intuizioni. La musica sola può esprimere rapporti, ai quali è impossibile dare un nome, benchè siano forse runica certezza, che ci resti dopo tutte le distruzioni della critica.
—Oh!—egli esclamò rapito d'ammirazione come dinanzi all'uomo, che gli traduceva finalmente quello che da tanti anni faceva il tormento del suo spirito; e si alzò per prendergli la mano.
De Nittis, vedendolo perplesso per la timidezza, gliela stese pel primo: poco dopo Giorgi, che lo ascoltava sempre colla stessa avidità, si lasciò sfuggire involontariamente:
—Che bella voce!
La sera di quel giorno stesso, Giorgi tornò da Bice, che lo aveva accettato ridendo della sua strana figura, per suonare sul magnifico Erard della contessa Ginevra, nel gran salone giallo, una delle proprie più belle composizioni sulle prime parole della Messa: