"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui lætificat juventutem meam."

Allora anche Bice lo ammirò, sebbene la sua anima ancora troppo piccina non potesse intendere la solenne e patetica temerità di tale apostrofe musicale. Egli suonava con una potenza inaudita, trasfigurato nel volto: nessuno parlò, ma sentendosi finalmente compreso Giorgi provò la prima estasi della propria sovranità spirituale.

Il resto della serata passò per lui come un incanto, poi uscì con De
Nittis.

—Voi non pubblicherete questo,—disse il filosofo rattenendolo un istante per la mano:—come il pensiero di Spinosa, la vostra musica sarà stata salvata dalla incoscienza di un secolo per un altro, che la intenderà. Adesso la pubblicità la falserebbe.

Giorgi non sapeva chi fosse stato Spinosa, ma comprese la terribilità di quel complimento, che lo condannava a morire sconosciuto; il suo cuore tremò, nullameno, allo svoltare per via San Giovanni in Monte, ancora lungi da casa, la sua natura artistica aveva già ripreso il sopravvento, facendogli sperare che quei nuovi protettori lo aiuterebbero a pubblicare tutte le sue opere inedite.

La educazione di Bice cominciò tardi, perchè il dottore non voleva arrischiare la sua salute, ancora troppo debole, contro la fatica di quelle prime applicazioni sui libri. La fanciulla sapeva appena leggere e scrivere, avendolo appreso fra i giochi quasi senza accorgersene dalla contessa Ginevra; ma nell'intimità di quelle conversazioni così spirituali molte cose le erano rimaste nella mente, e parlava altrettanto bene il francese e l'inglese colla zia che il dialetto coi servitori. Così a forza di partecipare anche ai chiassi di Lamberto, finì per aiutarlo nei piccoli temi di scuola, che egli le spiegava alla propria maniera con una vanteria di minimo maestro. Ma presto Bice lo sorpassò. Il ragazzo, incapace per la stessa esuberanza della propria natura a resistere dieci minuti nell'immobilità, era a scuola uno dei più tardi e dei più turbolenti malgrado la sua profonda tenerezza per Bice sempre in apprensione per i castighi, dai quali era colpito quasi tutti i giorni. Però solo con lei Lamberto si ammansiva al punto d'ubbidirle, anche quando gli imponeva di tornare dai maestri a dimandare scusa. Lamberto non aveva che il padre, molto trascurato verso di lui, quantunque abbastanza ricco per potergli lasciare da vivere senza la necessità di una professione; ma sino d'allora il ragazzo parlava di farsi soldato. La sua più grande felicità erano i regali soldateschi della contessa Ginevra, alla quale diceva zia come Bice, sebbene non fosse che un lontano cugino, perchè il padre nel lasciarlo per mesi interi in quella casa era stato il primo a dare scherzosamente quel titolo alla buona signora. Ma egli passava invece quasi tutta la propria giornata pei bigliardi.

Lamberto avrebbe preteso di abbandonare le scuole pubbliche per studiare sotto la maestra di Bice, se la fanciulla spaventata dalla sua turbolenza, che le avrebbe impedito quei primi raccoglimenti intellettuali, avesse voluto consentirvi. Invece ripigliava volentieri i giuochi con lui in giardino, appena la maestra se n'era andata. Lamberto ne usciva spesso impantanato, cogli abiti in brandelli; ella l'osservava seduta sopra una panchina, sorridendo con grazia di donna, che già ammira, senza poterlo seguire nelle sue corse sfrenate. Lamberto andava a letto presto, sfinito, Bice rimaneva invece nel salotto sino alle nove, piccola e felice nel centro di quelle conversazioni, che per lei si svolgevano nelle più amabili semplicità dell'ingegno. Quegli uomini formavano come un'accademia, gareggiando a chi meglio riuscisse nel comunicarle la maggior somma d'idee.

Dapprincipio il preferito era stato Prinetti coi racconti d'Africa, nei quali sapeva insinuare quasi tutte le scienze naturali. La sua fantasia sembrava riaccendersi alla rovente immensità dei deserti, per la quale s'azzuffavano fiere e selvaggi, egualmente nudi nella ingenuità della loro ferocia, mentre le carovane passavano lentamente sui camelli, o lungi fra le sabbie sollevate dai Simoun scoppiava impetuoso un assalto di predoni. Quindi sopra un magnifico atlante tedesco le spiegava nel quadro costante della geografia l'improvviso apparire e dissolversi delle epopee conquistatrici, riserbando tutta l'emozione della propria eloquenza per dipingerle l'eroismo dei missionari, inoltrantisi tuttora fra le più feroci popolazioni con una piccola croce in mano, e morenti l'uno dopo l'altro nel nome di Dio, come sentinelle perdute ai confini del suo impero. Prinetti diventato profondamente religioso fra i pericoli di quelle solitudini trovava allora degli accenti, che facevano trasalire la piccola Bice; ma nemmeno nei più confidenti abbandoni parlava mai delle proprie sofferenze in quei trent'anni di peregrinazioni e di prigionia presso uno di quei minimi sultani, dal quale per poco non era stato arrostito. Talvolta la fanciulla gli diceva improvvisamente:

—E tu dunque?

—Dio mi ha sempre protetto.