Ma l'unità politica è impossibile nella storia italiana predestinata a svolgersi federalmente nell'interesse della storia europea. La conquista milanese produrrebbe l'oppressione di tutti gli stati, distruggendo col terribile livello del proprio dispotismo tutte le fisonomie del pensiero italico. Mantova, Genova, Ferrara, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Palermo scomparirebbero dalla storia per discendere a grado di città subalterne e perdere in una sterilità senza compensi la fecondità del loro genio incaricato di elaborare i materiali e le idee della nuova civiltà europea. D'altronde le varie coscienze regionali non dominate ancora da una più alta coscienza nazionale, giacchè cittadino e stato italiano non esistono ancora, contrasterebbero alla dominazione unitaria milanese così ferocemente da ricondurre fra l'antica barbarie del regno longobardo gli ultimi orrori della guerra guelfo-ghibellina. Prima di raggiungere l'unità politica, l'Italia deve esaurire tutta la varietà dei propri caratteri servendosi dei confini interni come di tante egide, delle guerre incessanti come di un tonico, della religione come di una poesia e dell'empietà come di una indipendenza; esperimentando il regno nelle due Sicilie, la teocrazia a Roma, la oligarchia a Venezia, tutte le basse forme monarchiche nelle signorie, tutti i modi democratici nelle republiche. La sua arte, la sua scienza, la sua filosofia, il suo commercio, la sua industria, i suoi capolavori moltiplicati in tutte le opere, la sua sapienza che utilizza tutti i disastri, la sua virtù che resiste a tutte le colpe, i suoi vizi che si parano di tutte le bellezze, il suo primato in Europa, dipendono dalla sua mancanza di unità. Ognuno de' suoi piccoli stati può ottenervi così l'importanza e influenza di una nazione. L'Italia, necessaria ancora per molti secoli come campo di battaglia all'Europa, riducendosi per opera dei Visconti troppo presto ad unità nazionale, imporrebbe alla storia europea tutt'altro sviluppo.

Quindi la guerra ai Visconti, minaccianti di assorbimento regio le signorie, diviene una necessità italiana, nella quale Firenze, più nobile e fine di Atene, rappresenta col proprio contrasto a Milano, la grande tradizione federale, che dava già ad ogni borgo una così originale bellezza e a tutte le rivoluzioni anteriori la gloria di una inimitabile invincibilità. Nel proprio federalismo equanime Firenze è quasi italiana, giacchè i suoi cronisti, a rovescio dei milanesi chiusi nell'orbita della propria città come in un cerchio incantato, si occupano di ogni vicenda in ogni parte d'Italia e anche fuori. La sua azione politica limitata alla Toscana vi propaga irresistibilmente la propria influenza; la sua mente libera da ogni vapore di sogno precisa e sminuzza cose e idee; l'egoismo restringendola l'acumina; il regionalismo isolandola la perfeziona. Milano, troppo vasta per una signoria e troppo piccola per un regno, soccomberà; Firenze, mutata in ducato, arriverà sino alla grande rivoluzione nazionale, allora che Cavour, slargando l'ingegno politico del suo Guicciardini, e Mazzini, aggiungendo l'eroismo del carattere al patriottismo rettorico del suo Machiavelli, riuniranno l'indipendenza della nazione alla libertà dei municipii.

Petrarca e Boccaccio.

Se il suo Dante ha creato col maggior poema del mondo la lingua nazionale, Petrarca, librato nell'estasi della bellezza al disopra delle passioni che hanno tratto all'Inferno il grande ghibellino, mette nella parola una tale dolcezza, insinua nel verso una melodia così accarezzante, confonde siffattamente nel proprio entusiasmo l'erudizione romana e l'ignoranza politica del proprio tempo ancora tanto pieno di eccidi, che il mondo oramai pacificato nella signoria s'innamora di lui sino all'adorazione. Popoli, papi, imperatori, signori e republiche, tutti s'inchinano alla bellezza plastica di questo genio, che vede tutto attraverso gli splendori di una visione, nobilita tutto nello stile, unifica tutto colla parola. Se Dante è fiorentino, Petrarca è già più italiano che toscano; se la Beatrice di quello è meno che donna, la Laura di questo è al tempo stesso una Venere e una madonna dalla bellezza voluttuosa a forza di essere soave. Il dramma della signoria non turba il Petrarca. Egualmente amico dei vincitori e dei vinti, egli prodiga a tutti lettere e versi; sonnambulo nella lotta che gli ferve d'intorno, sembra non scorgervi che larve e concetti di storia antica avviantisi verso una misteriosa storia moderna. Le sue canzoni trasfigurano gli eroi, cui sono indirizzate; le sue evocazioni politiche, possenti e malinconiche, passano attraverso un crepuscolo colla grandezza e l'immunità di una profezia. Solo contro il papato di Avignone il suo classico sdegno diventa ira e le parole gli scoppiano dalle labbra stridendo come nelle terzine di Dante, quando fra i lembi di una rotta visione gli si para dinanzi il cadavere della chiesa corroso da tutte le cancrene. E allora la rivoluzione trionfante anche del suo genio contemplativo e del suo temperamento sensuale e serafico compie l'ultima vittoria, strappando al più immateriale dei poeti la più concreta delle invettive.

Ma se il Petrarca sembra obliare il medio evo e il proprio tempo per discendere nell'antichità come Dante nell'inferno, o per salire in un cielo ancora terrestre di colori e di profumi, il Boccaccio dimentica egualmente tutto nella gioia della nuova vita. Le sue novelle inconsapevolmente nazionali ospitano fiorentini, genovesi, veneziani, napoletani, palermitani: deridono tutti i partiti, sbertano tutte le passioni. Infallibili di verità, salgono coll'ironia fino alla sapienza più antica e serena della vita, trattando collo stesso sorriso prelati e mercanti, frati e re, Dio e il diavolo, l'amore e la politica, la scienza e la religione, la fede e la lussuria, l'usura e l'eroismo, la virtù e il vizio. Il loro scetticismo è quello medesimo del popolo, che accetta la signoria per liberarsi in una sola volta di tutto il passato; la loro originalità contiene tutta una flora artistica, che Dante non avrebbe sospettato e che il Petrarca scandolezzato non intende. Ma il Boccaccio prosegue più libero e moderno di entrambi, sorridendo delle passioni che avevano ucciso il primo, ghignando sulle bellezze ancora troppo vaporose che innamorano il secondo, opponendo al terrore della peste l'eroismo di un'allegria che esprime finalmente l'emancipazione dello spirito umano da tutte le superstizioni religiose e le barbarie storiche. Se Dante ritto sul proprio immenso poema domina colla fronte livida e luminosa tutto il medio evo, Petrarca e Boccaccio si presentano sulla soglia dell'evo moderno, l'uno col sorriso della bellezza che dovrà inspirare Raffaello, l'altro col riso della vita che animerà l'Ariosto.

Capitolo Quarto.
Venezia nella storia italiana

Ancorata nelle lagune, come un'immensa nave, Venezia sembra nella propria storia piuttosto assistere che partecipare a quella d'Italia.

Il patto della chiesa e dell'impero, chiudendo in una infrangibile parentesi la vita italiana, non vincola la sua; le agitazioni rivoluzionarie e gl'interventi stranieri, come condizioni inevitabili dello sviluppo italico, non mutano l'indole del suo governo. Le rivoluzioni dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, la guerra ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile, si acquetano nelle sue lagune producendovi appena qualche ondulazione.

Da lungo tempo Venezia, quasi ignorata sul continente, è celebre e poderosa in Oriente. Le sue navi entrano in tutti i porti, il suo commercio sfrutta tutte le terre, le sue ricchezze superano quelle riunite di tutta l'Europa, i suoi patrizi sono più splendidi dei re, i loro palazzi somigliano piuttosto a reggie che a fortezze: il suo popolo che arricchisce nei traffici, la sua plebe che si espande sui mari, paiono non occuparsi del reggimento interno affidato ad una aristocrazia muta e solenne, duttile ed inflessibile. Fino dal 1040, dopo una sommossa, questa statuisce che nessun doge potrà più nè indicare il proprio successore, nè darsi un collega fondando così una dinastia civica. La democrazia elettiva dei conti entra dunque nel dogado senza che il popolo si scateni o il patriarca s'imponga. Amalfi, Gaeta, Sorrento, Bari, incapaci di sollevare tant'alto il proprio doge, lo lasciavano invece cadere, e cadevano con lui sotto i Normanni.