Ma l'improvvisa ed eccessiva fortuna della signoria milanese minacciante tutte le altre determina presto una nuova spaventevole guerra di reazione. Primo Cola di Rienzi, perduto nel sogno di una unità republicana, appella al papa e all'imperatore contro i tiranni di Lombardia; poi nel 1350 Clemente VI manda il proprio parente Durafort a ritentare col medesimo esito l'impresa di Bertrando del Poggetto; nel 1352 Siena, Firenze e Perugia si alleano contro i Visconti; nell'anno successivo Mantova, Verona, Ferrara, Padova, Venezia pattuiscono una lega, che invoca l'imperatore Carlo IV. Questi discende in Italia, e tre anni dopo si congiunge con Albornoz, vittorioso dei signori romani, per distruggere la signoria milanese. Il combattimento dura ventisette anni come quello di Barbarossa, ma riesce alla vittoria di Milano e di tutte le altre signorie, trionfanti del proprio errore reazionario per la forza stessa dell'idea che combattono.
In questa lunga crisi l'eroismo politico dei Visconti sfolgora attraverso tutta la varietà dei loro caratteri individuali nelle più cupe tragedie, superando tutti gli eventi. Poichè Luchino soccombe troppo presto avvelenato dalla moglie, l'arcivescovo Giovanni più forte dell'antico Eriberto resiste al papa minacciando: allorchè Carlo IV giunge a Milano per ripetervi forse la tremenda condanna di Lodovico il Bavaro, che gettava Galeazzo nei forni di Monza, i tre fratelli Matteo, Galeazzo e Bernabò gli oppongono finzione a finzione, e lasciandolo fuori della mura lo assediano di visite, lo stordiscono di feste. Quindi fronteggiando in battaglia tutti gli avversari, mescolano tradimenti e vittorie, intrighi e sconfitte. La passione rivoluzionaria e l'idea politica del tempo li sostengono. Matteo II, il più vano dei tre fratelli, è ucciso dagli altri; Bernabò, il più forte di tutti, rivaleggia con Ezzelino da Romano, sopprime ogni sètta, largheggia col popolo, innamora la plebe, riordina l'amministrazione, fa inghiottire sul Lambro ai messi del papa le loro lettere, feroce, tiranno, imparziale, temerario sino ad avventurarsi ovunque senza guardie, collerico come un leone, innamorato della propria moglie come l'ultimo dei borghesi. I republicani lo maledicono, i guelfi lo detestano, la chiesa lo condanna, ma il popolo lo adora e le cronache lo esaltano come il capo della rivoluzione, che organizza la vittoria sui campi di battaglia e stabilisce una legislazione duratura per la felicità dei lombardi.
La guerra agevola la rivoluzione.
Ai primi baleni della reazione Bologna e Genova si arrendono ai Visconti; Pavia svillaneggiata dalla mistica demenza di frate Bussolari, tardo imitatore di Giovanni da Vicenza, è ridestata alla vita dalla sola presenza di Galeazzo; Bergamo entra nell'orbita di Milano; Reggio affidata dal signore di Mantova a Feltrino è da questo venduta a Bernabò; il Conte Verde di Savoia, abile guerriero e politico feroce, perde ogni impresa contro i Visconti, e vince tutte quelle che stabiliscono all'interno la sua signoria.
Molte signorie, già al declino e destinate presto a sparire, resistono nullameno a questa reazione che mette in pericolo il principio della rivoluzione; Mantova, Ferrara, Padova, Verona, il Monferrato, la Savoia rimangono immobili, quanto Milano sulle proprie basi; solamente, come a pena dei propri errori, si veggono compromesso il governo da un ultimo infuriare delle sètte. Così a Firenze i Ricci e gli Albizzi rinnovano la contesa degli Uberti e dei Buondelmonti, e all'arrivo dell'imperatore Carlo IV Pistoia, Arezzo, Volterra, San Miniato s'aggrappano alla sua porpora per sfuggire alle mani della republica; la quale, dopo una nuova rivoluzione nel campo imperiale e una nuova guerra contro il papa, rovescia finalmente nel 1378, ultimo anno della reazione, i popolani coi plebei avviandosi mutamente verso la signoria dei Medici.
Siena, più crudele, massacra i propri Nove all'arrivo dell'imperatore per ripetere alla sua partenza una eguale sommossa contro il governo da lui ordinato, straziandosi per tutta una serie di carneficine imbrogliata da un'aritmetica politica che varia sempre il numero nei membri del governo. Finalmente esasperata dal ritorno dell'imperatore, lo assedia nel proprio palazzo, lo condanna alla fame, lo annienta nel ridicolo, lo scaccia, e seguita a dibattersi nelle convulsioni della propria republica destinata a perire sotto la signoria di Firenze. Indarno l'imperatore decapita pazzamente a Pisa il signore Gambacorti, giacchè Agnello dei Raspanti lo sostituisce per morire in una identica tragedia e cedere indi a poco il dominio ai Gambacorti riconfermati. La reazione imperiale si consuma in tentativi inutili, che non distruggono nessuna signoria e non salvano l'indipendenza a nessuna città: onde Firenze riacquista presto i propri dominii, e Genova sempre sotto la dipendenza dei Visconti prosegue la guerra contro Venezia.
Solamente il cardinale Albornoz, combattente nel nome del papa, passa di vittoria in vittoria contro i signori romani. Le sue improvvisazioni infallibili di politico e di guerriero riparano prontamente l'insuccesso di Durafort e rovesciano tutte le giovani dinastie, i Vico di Viterbo, i Trinci di Foligno, i Gabrielli di Gubbio, i Gentile di Fermo; tentano i Varano di Camerino; penetrano tutte le città di Romagna raddoppiando le vittorie della guerra cogli intrighi della diplomazia. Ma il suo spirito è troppo grande per un'opera così falsa. Quindi l'ingratitudine del pontefice, che gli chiede i conti e al quale egli risponde mostrando con epico gesto un carro carico delle chiavi delle città prese, lo obbliga a ritirarsi dalla scena. Allora una nuova evoluzione di Firenze contro il papa trascina alla rivolta ottanta fra città e fortezze, cancellando in dieci giorni l'opera di ventidue anni.
Il cardinale Roberto di Savoia, sostituito all'Albornoz per ristabilire la sua conquista, non è più che un pazzo sanguinario, febbricitante nel furore di una reazione impotente. Il suo interdetto sui fiorentini, i pisani e i genovesi, nel quale permette a tutti di derubarli e di farli schiavi; la minaccia contro Bologna di lavarsi i piedi e le mani nel sangue dei cittadini; l'incredibile strage di Cesena, nella quale quattromila persone vengono sgozzate e i bambini lattanti sbatacchiati pei muri, mentre egli seguita ad urlare: voglio sangue, voglio sangue! determinano alla morte di Gregorio XI, nella questione se il papa debba risiedere a Roma o ad Avignone, la esplosione del grande scisma. Lo slancio dei Visconti nel riadergere quanto l'impeto di Albornoz aveva abbattuto, il nuovo entusiasmo d'Italia per un'altra guerra civile e politica contro la cieca democrazia cattolica del medio evo, e la stessa tirannia reazionaria dei papi d'Avignone strappano al conclave, quasi interamente francese, l'elezione di Urbano VI ghibellino, mentre il popolo grida: romano lo vogliamo o almeno italiano! E quando il conclave, riparando timidamente a Fondi, rinnova con criteri assassini l'elezione per proclamare papa guelfo lo stesso cardinale Roberto di Savoia, stupidamente sanguinario ed insanguinato, nel tuono degli anatemi barattati tra i due papi s'intende la voce trionfale della rivoluzione che gitta a tutta l'Europa l'appello della ragione contro una fede diventata insufficiente al pensiero e in contraddizione colla storia.
L'unità ideale italiana.
Ma la tradizione regia di Verona iniziata da Berengario, seguita fra le stragi da Ezzelino, accarezzata nel trasporto di un sogno glorioso dai primi Scaligeri, turba la cronaca milanese. Le vittorie viscontee danno alla grossa metropoli lombarda le vertigini del regno. Così quando Giovanni Galeazzo, il più ammirabile ipocrita del secolo, getta improvvisamente il proprio terribile zio nel castello di Trezzo, e la signoria milanese dilagando colla foga di un torrente s'impadronisce nel 1387 di Verona e Vicenza, nel 1388 di Padova, nel 1399 di Pisa, poi di Perugia, di Lucca, di Assisi, di Novara, di Spoleto, di Bologna, portando il proprio signore al titolo di duca, sembra davvero che tutte le rivoluzioni anteriori abbiano mirato a questa sua sovrana indipendenza per arrivare con essa all'unità politica nazionale d'Italia. I cronisti Fiamma e Mussi, scrivendo l'apologia di Milano, formulano nell'ingenuità vantatrice del proprio entusiasmo municipale le pretese regie della nuova capitale con una arditezza che non arretra nemmeno dinanzi al papa.