Ovunque le signorie distruggono le repubbliche, o entrando nella loro forma le forzano ad agire come tante signorie. Asti, la più generosa e vivace città longobarda, si sottomette a Milano. Alessandria, costrutta dalla lega lombarda quale monumento di vittoria, subisce la stessa attrazione. Parma benchè più forte e lontana non può sottrarvisi. In Toscana Pisa e Lucca agonizzano, Siena e Firenze si dilatano e si spiano: se la prima è forse militarmente più forte, la seconda è incomparabilmente più abile. Perugia più feroce arriva sino alla distruzione per assicurarsi la conquista della piccola Bettuna. Dove invece le repubbliche tardano a morire, lo spettacolo delle stragi inutili vi è così pazzo, paragonato alla calma operosa delle città ridotte in signoria, che si direbbe un supremo conato per raggiungere l'imparzialità da queste ottenuta colla forza. Nulla uguaglia lo slancio e lo splendore di Milano; e il Monferrato sempre immobile, la Savoia che si espande, Verona regnante ancora su tante città al disopra di Mantova che sembra dividerla da Ferrara sempre in aumento, Ravenna, Rimini, Perugia, Siena, Firenze, Napoli, Palermo, tutte paiono prese nell'orbita crescente della grossa metropoli lombarda, diventata come il sole di un nuovo sistema politico.

Cola di Rienzi.

A Roma, sempre città universale malgrado la doppia perdita dei papi e degl'imperatori, la signoria si annunzia invece in un nuovo sogno d'impero. Cola di Rienzi, povera figura plebea di notaio, mettendosi con uno sforzo eroico della volontà nel mezzo di tutte le tragedie provocate da quell'anarchia dell'interregno, se ne assimila tutte le grandezze. La cornice costituisce questa volta pressochè tutto il valore del quadro, sul fondo cupo del quale la sua figura brilla un momento nella luce del trionfo. Immaginoso come un trovatore, eloquente quanto un tribuno, colto al paro dei notai di allora che spesso erano letterati e poeti, Cola di Rienzi s'impadronisce della fantasia popolare con una esposizione di quadri simboleggianti lo stato della città, solleva le truppe e occupa il Campidoglio.

La sua azione è così rapida, i suoi primi decreti di pacificazione tanto provvidi che il popolo lo acclama e i baroni lo riveriscono. Ma l'ampiezza della scena turba la mente dell'attore. Voci fatidiche salienti a notte dalle rovine di Roma, come echi o profezie di un impero immortale, impongono alla sua coscienza la fatalità del comando universale passato dagli imperatori ai papi e da questi a tutti i ribelli morti combattendo. Il rogo di Arnaldo da Brescia non aveva potuto bruciare la sua idea. Cola di Rienzi, còlto dalla stessa vertigine di una risurrezione romana, decide di riunire in fascio tutte le rivoluzioni italiche e di metterlo in mano al papa, dominandolo coll'idea di Roma. Non è l'unità italiana, ma una torbida visione romana che esercita il tribuno. La terribile unità cattolica di Gregorio VII, il primato italico di Alessandro III capo della lega lombarda, le pretensioni dominatrici di Bonifazio VIII, sono estranee alla sua idea. Roma sola ne è la causa, e la signoria, che trionfa in Italia, il processo. Cola di Rienzi sarebbe così il signore dei signori, come Roma è la città delle città. La sua idea non acquista coscienza di se medesima misurandosi colla realtà, ma luminosa e colorata come un sogno si presenta colla forma fantasmagorica di un concilio italiano, al quale tutte le città debbono mandare due deputati e un giureconsulto.

Si tratterebbe dunque di una federazione politica italiana contro gli interventi e le dominazioni estere, ma il modo sultanico d'intimazione usato dal tribuno di Roma indica subito che siamo ancora nel sogno. Nullameno l'Italia risponde a quest'invito, che implica la sua liberazione dai due poteri costituzionali del papato e dell'impero; il concilio si affolla, e Cola vi rivendica fra un entusiasmo frenetico l'impero immaginario di Augusto e di Gregorio. Storia, archeologia, poesia, religione, ne sono le ragioni: echi, imagini, ricordi, fantasmi che vorrebbero dominare la vita. Quindi trascinato dalla logica delle parole, egli dichiara romane tutte le rivoluzioni italiane, libera le città, naturalizza i loro abitanti, dà la propria bandiera ai loro soldati, cita al proprio tribunale inermi gli imperatori di Germania. Fraseologia e decorazione lo inebriano: tribuno, solo, poggiato su Roma, si sente più grande dell'imperatore e più universale del papa.

Ma questi con una sola parola soffia sopra il suo sogno e lo dissipa. La chiesa scomunica il tribuno, usurpatore di Roma da essa già quasi perduta. Allora la soggezione religiosa riprende i popoli sbigottiti dall'anatema scoppiato sulla testa di Rienzi come un fulmine; la sua idea fantastica svapora, la sua autorità dilegua. Troppo timido per immolare i baroni da lui stesso imprigionati, fugge di Roma innanzi alla insurrezione ghibellina del paladino di Altamura per riparare, dietro l'esempio antico di Temistocle e colla demenza vanitosa dei poeti, a Praga presso il medesimo imperatore Carlo IV da lui citato alla sbarra; ma imprigionato da questo gli scrive in stile apocalittico la propria visione dell'imminente riforma universale con Roma e l'imperatore alla testa. Deriso si umilia, da profeta discende a buffone, da tribuno si muta in cortigiano per consigliargli una reazione tedesca sull'Italia al modo di Enrico VII di Lussemburgo e di Giovanni di Boemia. Allora l'imperatore lo rimanda al papa, che lo imprigiona; e Cola bacia ancora le proprie catene, mente, calunnia, si rinnova, si muta, compie la propria evoluzione uscendo di carcere al seguito del cardinale Albornoz mandato a ritentare l'impresa di Bertrando del Poggetto. Quindi nuovamente senatore di Roma si mostra più gonfio, più declamatore, più falso, più pazzo di prima. Il suo republicanesimo è così assurdo, la sua volubilità così ignobile, i suoi tradimenti così miserabili, le sue imposte così avare che una insurrezione lo investe. Egli trema, dimentica ogni eloquenza, non trova alcun coraggio, getta le armi, cangia più volte di vesti, finchè ravvolto in un saio da saccomanno è scoperto dall'odio vigile della plebe e trucidato a' piedi della scalea capitolina, che non avrebbe mai dovuto salire.

Ma la sua demenza politica e la sua viltà morale non bastarono ad ucciderlo nella storia. Il suo sogno di unità italico-romana col papato e dominando il papato si riprodusse; le sue repressioni dei baroni, i suoi trionfi, le sue peripezie, il suo carattere rimasero nella tradizione e passarono nell'arte. Non si potè o non si volle capire la vanità insulsa della sua opera. Le idee politiche, che la sconvolsero e per le quali non seppe nè agire nè morire, parvero quasi sue idee personali; guelfi e ghibellini acclamarono la sua memoria, quelli per la sua liberazione d'Italia concepita col papato e pel papato, questi per il suo tentativo di mettere Roma al disopra del papa e a capo di una nuova Italia. Quindi Cola di Rienzi, moltiplicato per la grandezza del quadro e per l'antichità della cornice, entro la quale aveva recitato abbastanza malamente la propria parte di signore, parve giganteggiare fra le massime figure del tempo, tra i Visconti e gli Scaligeri, così terribilmente trionfanti nella storica realtà. Si è creduto lungamente che Petrarca gli dedicasse una delle sue più belle canzoni; Wagner, il maggior musico di questo secolo, cominciava da lui la serie dei propri melodrammi immortali. Ma oggi una critica più acuta disdice le dedica a lui della canzone del Petrarca, Wagner rinnegò il proprio melodramma; e Cola di Rienzi, severamente giudicato dalla storia, che a distanza di secoli punì della stessa morte il suo tentativo riprodotto da Pellegrino Rossi, vanisce nell'arte come una di quelle ambigue figure, alle quali nè il pensiero potè dare la trasparenza luminosa dei fari, nè l'azione il rilievo inconsumabile dei bronzi.

L'impresa fallita di Rienzi provava solo che il papato non era ancora maturo alla signoria, e che nullameno nessuno poteva sostituirlo in Roma.

Difatti Roma, predestinata all'opera del papato, doveva solamente con esso esaurire tutte le forme politiche, prima di rientrare nella futura unità italiana.

Il cardinale Albornoz.