La reazione di Giovanni XXII e di Bertrando del Poggetto fallisce quindi il proprio scopo. Nessuna delle signorie combattute vi soccombe, molte invece vi si fondano e prosperano: Filippo di Valois, Enrico d'Austria e Enrico di Fiandra compaiono appena nella lotta; tutta l'energia, l'originalità e il genio brillano nei personaggi della rivoluzione. Matteo Visconti è il suo politico più viscido, Cangrande il più granitico, Filippo Tedici il più raccapricciante; Castruccio Castracani vi si mostra degno d'un impero, Marco Visconti di una corona; ovunque si presenta un signore si è sicuri che la sua apparizione copre un dramma degno di Shakespeare e ha risolti problemi, dei quali le formole basteranno più tardi ad infamare l'ingegno di Machiavelli. Ma la fede dei popoli e la loro prosperità seguono il signore; i delitti di questo rappresentano un'economia sui crimini inevitabili dell'anarchia ed un progresso del diritto politico giunto all'autogoverno mediante un segreto accordo fra popolo e signore. La tirannia, le sètte, il podestà, i consoli, tutte le vecchie forme rivoluzionarie colpite da sterilità o da epilessia non possono accogliere la nuova vita politica italiana, della quale è prima necessità mutare i maggiori comuni in stati. Il sogno reazionario di Giovanni XXII di sottomettere l'Italia all'unità guelfa napoletana per dominarla come un vecchio feudo, è peggio che pazzo; l'aspirazione di Cangrande a ritentare l'impresa di Berengario e di Ezzelino appare come una vanità appena giustificata dalla fortuna delle vittorie e dall'energia dell'ingegno; il piccolo dominio improvvisato nelle terre dell'esarcato da Bertrando del Poggetto, figlio del papa, non resisterà all'imminente reazione imperiale contro le signorie.
Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia.
Infatti le grandi vittorie ottenute dai signori ghibellini contro il re di Napoli e Bertrando del Poggetto sotto le mura di Bologna e di Firenze danno un'impazienza così orgogliosa alla rivoluzione che s'invoca la discesa imperiale di Lodovico il Bavaro per finirla una volta colla insania della crociata pontificia. Ma al pericolo della reazionaria unità guelfa del pontefice e di re Roberto succede l'altro della regia unità ghibellina con Lodovico il Bavaro, fedele alla tradizionale illusione degli imperatori, e la rivoluzione deve neutralizzare con nuovi espedienti politici questo medesimo aiuto supplicato. Quindi i signori s'impettiscono presto contro Lodovico: Cangrande non va alla dieta ghibellina di Trento se non scortato da un esercito, e ne esce sdegnato; se Galeazzo Visconti soccombe da principio alla discesa imperiale invocata contro di lui da Marco e Lodrisio, così che Milano sembra riprecipitare nella anteriore forma republicana colla rivolta simultanea delle città rivali, poco dopo Azzo Visconti la rialza inalberando la bandiera guelfa di Avignone, e il consiglio dei novecento lo proclama signore perpetuo. Cangrande e Mastino, invincibili nella marca di Verona, aumentano le vittorie della loro espansione soggiogando Padova e Treviso; a Mantova Luigi Gonzaga soppianta col più ammirabile tradimento il tiranno Passerino Bonacolsi e fonda la propria dinastia, scrivendo con inimitabile ironia sotto al proprio stemma la parola Fides; e Lodovico il Bavaro deve approvarlo. A Lodi Tremacoldo, un altro servo, imita Luigi Gonzaga contro i Vistarini. Il moto di Lodovico contro i signori fallisce: le signorie restano immobili, il marchese d'Este passa al papa, le città forti resistono, quelle che cedono all'imperatore non ne comprendono l'opera e risentono la sua azione come una crisi di più nelle proprie convulsioni.
Castruccio Castracani, avendolo chiamato per insignorirsi della Toscana, profitta della sua presenza per prendersi Pisa, ma gli lesina i soccorsi e si premunisce contro i suoi possibili tradimenti; cosicchè, alla morte improvvisa del grande capitano, l'imperatore incapace di dominare nella Toscana deve mettere Lucca all'asta; Guido Tarlati, nobile vescovo di Arezzo e modello dei signori, lo insulta; a Roma i Colonna e gli Orsini gli resistono; intanto Firenze conquista quasi silenziosamente Pistoia e Valdelsa; la signoria s'alza a Parma coi Rossi, a Reggio coi Fogliani. L'odio italiano enorme, invisibile, invincibile, circonda, paralizza l'imperatore; tutto gli falla; non può colpire Napoli, abbattere Bertrando del Poggetto, sottomettere la Toscana, domare i grossi signori, affezionarsi i più piccoli; i delitti gli diventano inutili, le vittorie inconcludenti, le disfatte ignominiose, i risultati sempre contrari alle intenzioni e queste a rovescio dei tempi, finchè è costretto ad abbandonare l'Italia satanicamente incomprensibile alla sua intelligenza di tedesco.
Ma il suo abbandono accrescendo il terrore nelle città esposte alle annessioni delle grandi signorie, rinasce con Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII di Lussemburgo, l'illusione di salvare con altro intervento l'indipendenza delle città destinate a soccombere. Brescia è la prima ad invocare il nuovo podestà germanico; dietro di essa Bergamo, Novara, Vercelli, Pavia, Cremona, Crema, Piacenza, Parma, Modena, Lucca, tutte le città agonizzanti, tutti i tiranni sfiniti si accalcano al seguito di lui. Bertrando del Poggetto regna ancora sulle Romagne per mezzo di vicari, riproducendo a Bologna quella signoria che dovrebbe negare. Ma Giovanni di Boemia, generale e balordo come un soldato, nulla intendendo della vita italiana, protegge i nobili contro i borghesi, gli uomini d'arme contro quelli di commercio, irrita guelfi e repubblicani sino a spingerli sotto le odiate signorie. E allora, avviluppato dai Visconti, dagli Scaligeri, dagli Este, dai Gonzaga, perde tutte le città protette; è battuto, sbertato, annullato. L'espansione delle signorie prorompe, le annessioni si moltiplicano: Milano, Verona, Mantova, Ferrara sorgono come tante capitali di piccoli regni.
In quello improvvisato di Bertrando del Poggetto le rivolte federali e signorili detonano come petardi: Rimini si ribella con Malatesta Guastafamiglia; Ravenna, Cervia e Bertinoro col fratricida Ostasio da Polenta; Imola cogli Alidosi, Forlì cogli Ordelaffi, che s'impossessano di Cesena. Bologna, eccitata da queste ribellioni e tradita nelle speranze di nuova capitale del pontefice, abbindola con Taddeo Pepoli e Brandoligi Gozzatini il terribile legato, lo assedia nella fortezza, lo costringe a capitolare, ad esulare, dissipando come un triste sogno il suo tentativo di regno guelfo.
La rivoluzione, trionfante secondo la parola del Villani nell'accordo dei guelfi e dei ghibellini per abbassare il re di Boemia e il furbo legato, ha contemporaneamente respinto imperatore e papa. Quegli per decisione di Lodovico il Bavaro prenderà d'ora innanzi il titolo d'imperatore prima della consacrazione, e rinunzia alle periodiche discese in Italia, all'intervento diretto colle vecchie teorie ghibelline; questi, capo della chiesa, è così poco sovrano che, espulso da Roma e rifugiato ad Avignone, non intenerisce e non impaura alcuno. Quasi straniero all'Italia, dalla quale Gregorio VII si era alzato minaccioso sull'impero e nella quale Alessandro III aveva sconfitto il più grande degli imperatori, la sua ultima invasione con Bertrando del Poggetto lo ha diminuito alle stesse proporzioni di Enrico di Fiandra e di Giovanni di Boemia. L'avvenimento dei signori non potrà lasciargli che una specie di presidenza decorativa delle loro forze, poichè Marsilio da Padova, araldo del nuovo pensiero, proclama la sovranità del popolo sul principe e la separazione della chiesa dallo stato in nome di una più alta interpretazione del principio cristiano. Il doppio misticismo di S. Tommaso e di Dante dilegua: al lugubre carnevale della chiesa e dell'impero sta per succedere la tragedia ben più vasta e profonda dell'individuo e dello stato.
Trionfo dei signori.
Al disopra di questa tragedia spirituale la prosperità dei signori dispiega dal 1335 al 1358 la propria decorazione. Dopo la ritirata del re Giovanni di Boemia e di Bertrando del Poggetto le signorie s'improvvisano come una commedia dell'arte sui teatri di pressochè tutte le città d'Italia. A Genova l'ispirazione di un cencioso, arrampicatosi sopra un piuolo per arringare la moltitudine, suggerisce trionfalmente il dogado di Simone Boccanegra che, secondo le parole della cronaca, trasferisce l'impero dai nobili al popolo ed opprime le sètte; a Padova, momentaneamente vassalla di Verona, il tradimento dei fratelli Ubertino e Marsilio Carrara contro Alberto della Scala, emancipa la città ricostituendone la signoria; Firenze eseguisce contro il duca di Atene, soldato francese e proconsole napoletano, la rivolta eternata dallo stile di Machiavelli; a Bologna Taddeo Pepoli, schiacciando il proprio alleato Brandoligi Gozzadini, si muta in signore; ad Orvieto Benedetto Buonconti, moltiplicando i tradimenti coll'abilità di Filippo Tedici e le coltellate colla precisione di Benvenuto Cellini, s'impossessa della città; a Pisa morente comanda l'effimera dinastia neo-guelfa dei Gambacorti; a Gubbio Giovanni Gabrielli domina col tradimento e coll'aiuto di Milano; Viterbo ripete con Giovanni Vico ghibellino la signoria di Silvestro Gatti guelfo ucciso da Lodovico il Bavaro; ad Urbino regna Galasso da Montefeltro; su Fermo preme Gentile da Magliano, a Jesi, a Volterra, a Pergola spuntano i Simonetti, i Belforti, Ongaro da Sassoferrato. L'idea della signoria s'impossessa di tutte le regioni italiane, mascherandosi con tutte le forme, servendosi di tutte le illusioni. Qualunque ne sia il governo democratico o aristocratico e per quanto incerta la sua durata, la signoria trionfa come un'avventurosa combinazione dell'imparzialità del podestà e della supremazia del tiranno per favorire con la pace interna lo sviluppo della vita civile. Se derivando da un tradimento e mantenendosi quasi sempre colla perfidia, essa compie ancora molte stragi, queste esigenze storiche non sono l'essenza della sua idea e non tolgono alla coscienza publica di assecondare il signore, giacchè nelle provincie tuttavia in preda all'anarchia guelfo-ghibellina, o sottoposte alla violenta pressione partigiana del tiranno, la vita e la civiltà sembrano ogni giorno decrescere tragicamente.
A Napoli l'imparzialità politica della signoria s'insinua tra le orgie e i tradimenti della regina Giovanna, frivola e feroce così da strangolare il suo primo marito, Andrea d'Ungheria, divenuto troppo presto e troppo imprudentemente ghibellino, e da sposare poco dopo Luigi di Taranto principe guelfo. Quindi perseguitata con orribile processo da Carlo Durazzo, essa deve rifugiarsi presso il papa, cui promette la proprietà di Avignone se la proclami innocente in faccia a tutto il mondo. Il papa acconsente. Allora richiamata dagli stessi errori del suo avversario, che aveva attirato nel regno il brutale Luigi d'Ungheria alla vendetta del fratello Andrea, non ha che aspettare l'assassinio dell'uno e la partita dell'altro per passare come una santa fra le ovazioni del popolo e regnare sull'oppressione simultanea delle due sètte. A Palermo i due partiti si dilacerano anche con maggiore atrocità per calmarsi quasi istantaneamente col truce omicidio dei due massimi capi, il signore di Cimina e il ministro Palici, preparandosi nella pacificazione interna all'imminente signoria di Napoli. In Sardegna il gran giudice di Oristani, dopo aver soppiantato la signoria ghibellina dei pisani colla signoria guelfa degli aragonesi, vorrebbe disfarsi di quest'ultimo coll'aiuto di Genova, ma costretto ad un processo di unificazione regia contro le quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, è invece sconfitto dalla signoria aragonese, che emancipa tutte le città imperando sopra di esse alla guisa di Verona e Milano.