Il signore, splendido, forte, abile, dotto, generale, ministro, sovrano, esprime il nuovo popolo da lui assimilato nel proprio spirito insieme all'anima degli antichi feudatari, al carattere dei primi borghesi e al cuore della plebe. Ormai le famiglie non sono più tanti nuclei nemici in un centro infrangibile; il valore dell'individuo comincia a diventare unità di misura sociale, e il valore non è più solamente guerresco. Le idee si dilatano; la signoria slargandosi oltre la città aumenta la patria; il signore non è più il capo della propria parte o dell'avversa, o il podestà straniero, servo provvisorio incaricato di funzioni provvisorie sovrane, ma un rettore che deve comprendere, soddisfare, eseguire tutto. Il popolo è talmente sicuro di se stesso che non si premunisce più contro di lui come contro i consoli e il podestà. Nella politica del signore, che sostituisce il tradimento alla guerra civile, si bada solo al risultato, perchè ogni ingrandimento di lui diventa grandezza della città. I partigiani piegano e si mutano in cortigiani o in sicari, al palazzo di città ne succede un altro, non ancora reggia e nullameno modello insuperato di tutte le reggie future.

Così il signore, dominando la città, l'emancipa dal papa e dall'imperatore, cui non chiede più l'investitura e dei quali non tiene più conto nel legare ai discendenti la propria sovranità come un patrimonio qualunque. Invano i partiti non ben morti insorgono con moti di agonia per assassinare il signore ed impedire l'assetto della sua dinastia; il tradimento settario non arriva all'efficacia del tradimento di stato, e la successione prosegue, la dinastia si stabilisce, la signoria si assicura. La sua necessità deriva dall'altra di una monarchia pacificamente progressiva che rassicuri il commercio, l'industria, l'agricoltura, le arti e le scienze effervescenti nella febbre di creare tutto un mondo. Il signore guarantisce la pace del lavoro per tutti i capolavori imminenti. Il ritorno alla republica è impossibile; se il signore soccombe ad una cospirazione, il cospiratore dovrà cangiarsi in signore; se la sua discendenza troppo numerosa richiamasse i pericoli della passata anarchia, il signore salverà la società scannando coll'efferatezza dei vecchi sicari tutta la propria famiglia, perchè le leggi della storia diverse da quelle della morale sono anche più inflessibili.

La guerra municipale diventa regionale quando le città di secondo ordine cadono sotto quelle di primo, e le altre incapaci di giungere alla signoria soccombono al signore più prossimo, le militari alle romane, atteggiando una geografia politica ben diversa da quella dell'antichità e del medio evo. La nuova dominazione unifica senza il soffocamento inevitabile in ogni altra dominazione anteriore; gli stati, che già si disegnano e non possono ancora consolidarsi, sono tirannici nella capitale e liberali nelle altre città, industriali nelle tendenze e militari nelle tradizioni, costretti alla guerra per l'interesse medesimo della pace e nullameno poco atti a mantenerne gli eserciti necessari. Questa suprema impotenza diventerà poi causa della loro rovina.

A Milano la signoria incominciata col tradimento di Matteo Visconti impone tosto agli emigrati di rientrare, proibisce alle famiglie rivali ogni guerra intestina, ordina alle truppe di sterminare i briganti, ai partiti di non più spianare le case dei proscritti. Quindi, pacificata all'interno, la forte metropoli conquista Piacenza, Bergamo, Alessandria, Tortona, Pavia, ed alleandosi con altre signorie guelfe o ghibelline diventa il centro di una lega di signori come nei secoli scorsi lo era stata per quella dei vescovi e dei consoli. Cangrande della Scala dietro l'esempio di Matteo Visconti rifiuta il titolo di capitano del popolo per sottomettere invece il parlamento ed annullare republica e tirannia in una signoria perpetua, che finge tenere dall'imperatore; a Padova la famiglia dei Carrara, rappresentanti il partito medio sorto tra i tiranni neo-guelfi e i proscritti ghibellini, s'impadronisce della repubblica; Ponzino Ponzoni a Cremona, Cecco Ordelaffi a Forlì, Francesco Manfredi a Faenza, Rinaldo d'Este a Ferrara, Alberghetto Chiarelli a Fabriano, Giovanni Gabrielli a Gubbio, i Malatesta a Rimini, i Vistarini a Lodi, i Trinci a Foligno, i Tarlati ad Arezzo, senza parlare dei minori, improvvisano altrettante dinastie.

Nelle regioni feudali la signoria si svolge regolarmente aiutata dall'unità militare e dalla successione dinastica. Così il Monferrato si acqueta facilmente nella signoria di Teodoro Paleologo e di Giovanni II; la casa di Savoia, sempre a due facce, guelfa in Piemonte e ghibellina in Savoia, accorda le proprie differenze lasciando a Amedeo V di Chambéry la supremazia sopra Filippo signore di Torino per meglio combinare i tradimenti di entrambi e preparare, slargandolo, l'ancor piccolo stato al grande intervento savoiardo nella politica italiana.

Mentre Pisa e Lucca si combattono nelle estreme convulsioni della guerra guelfo-ghibellina con Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, i due più grandi soldati dell'epoca e tiranni e signori al tempo stesso, Firenze invece dorme un sonno agitato sotto la tirannia guelfa di Roberto re di Napoli da lei invocato al principio del secolo per sottrarsi alla reazione di Enrico VII di Lussemburgo. Genova, divenuta guelfa nello strazio degli ultimi furori partigiani, per resistere ai propri emigrati si sottopone alla medesima tirannia napoletana; tutte le altre republiche agonizzano nelle stragi settarie, che i tiranni ormai sorpassati aumentano invece d'impedire. Napoli stessa, incaricata dalla chiesa di proteggere il guelfismo contro l'ultima reazione feudale, non presenta più nella storia che il mirabile fenomeno di una grande influenza senza risultati. La Sicilia, la Corsica, la Sardegna, grande triade insulare d'Italia, non ricevono le scosse politiche del continente che indebolite per tutta la distanza delle acque: la Sicilia è ancora libera contro Napoli cogli Aragonesi; la Corsica dominata ma non per anco riunita dai genovesi; la Sardegna, sempre litigata fra pisani e genovesi e concessa ultimamente da Bonifazio VIII a Giacomo d'Aragona, pare un pomo destinato a riaccendere le discordie, se lo sfinimento delle parti accennasse a placarle.

Ma l'avvenimento dei signori, legalizzando tutte le rivoluzioni antecedenti ed affermando i primi articoli del diritto pubblico moderno, non può passare senza reazione. Tutta l'abilità della diplomazia signorile, immorale sino all'ingenuità e intrepida oltre ogni delitto, non basta ad evitare la discussione pregiudiziale del nuovo principio politico, che consacra in qualunque minimo stato il diritto all'autonomia. La Signoria, imperiale quanto gli antichi podestà e più violenta degli ultimi tiranni contro le sètte nell'interesse della nuova classe popolare cresciuta fra le loro lotte, irrita naturalmente troppe passioni e sacrifica troppe persone perchè non si alzino appelli contro di essa ai due supremi poteri costituzionali della chiesa e dell'impero.

Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto.

Primi alla protesta sono i guelfi maggiormente mortificati dalle grosse signorie ghibelline. Roberto di Napoli loro capo, nel 1320, forzato d'indietreggiare su quasi tutti i punti, invoca Giovanni XXII, suo ospite nel feudo di Avignone, e gli persuade di mandare in Italia il figlio Bertrando del Poggetto a combattere le signorie dei Visconti, degli Scaligeri, dei Bonacolsi e del re di Sicilia coll'aiuto di Filippo di Valois e di Enrico d'Austria. Ma la nuova crociata si limita come sempre alle forze vive dei guelfi italiani, dei fiorentini, dei genovesi, dei bolognesi, degli Arcelli di Parma, dei Cavalcabò di Cremona, dei Lando di Piacenza, tutti egualmente minacciati e destinati a perire sotto le signorie.

La lotta terribile e varia non fa che eccitare le forze della rivoluzione e disegnarne le maggiori figure. Matteo Visconti vi spiega la duttile infrangibilità di un genio che si salva sempre dalla tragedia nella commedia, servendosi della stessa religione nemica e fecondando le vittorie della spada colla corruzione della diplomazia; suo figlio Galeazzo soccombe un istante ma per rialzarsi più forte a riprendere le proprie conquiste, mentre Cangrande della Scala circondato da ventidue capi italiani spodestati combatte Treviso, Padova, Aquileja, l'Austria, minaccia Bologna, soffoca Vicenza. A Rimini Malatestino, rovesciato per un giorno dalla reazione di Ramberto, ne trionfa e scanna poco dopo l'avversario col coltello; Castruccio Castracani, signore di Lucca, moltiplica le vittorie contro i guelfi e accenna a mutare la propria tirannide in signoria; Ostasio Polenta si fa signore di Ravenna con un fratricidio, Silvestro Gatti di Viterbo con una strage, Filippo Tedici con una serie di perfidie, che lo rendono singolare in un'epoca, nella quale le più tragiche infamie e i più mostruosi tradimenti erano comuni. Quindi le signorie si espandono come galvanizzate dalla reazione: gli Appigliaterra si impossessano di Cingoli, i Tarlati di Città di Castello, i Malatesta di Sant'Arcangelo, Cangrande di Belluno e di Feltre, i Visconti di Vercelli e di Cremona, i Bunacolsi di Modena. Altrove il Monferrato si conserva impassibile, la casa di Savoia vigila nell'immobilità, quella d'Este nella sicurezza, mentre le città incapaci di fondare signorie si lacerano in stragi settarie riconfermando così la legittimità della nuova rivoluzione. Infatti San Sepolcro, Urbino, Osimo, Iesi, Recanati, Fermo, Rieti, Spoleto, Assisi, Orvieto s'insanguinano e s'incendiano con ferocia maggiore di ogni demenza; Pisa, caduta in agonia, perde la Sardegna; Firenze, attardata, cede sotto la protezione napoletana alla tirannia provvisoria del duca d'Atene; Genova sembra esaurirsi nell'anarchia di quello stesso patronato che paralizza Alessandria, Tortona, Brescia. Ma la conquista pontificia non è migliore del patronato napoletano. Le città, che vi si abbandonano, sono o republiche colpite da marasma come Firenze e Genova, o città ancora dibattentisi nelle convulsioni delle sètte e quindi impotenti a comporsi altro governo come Piacenza, Parma, Reggio, Bologna, Cesena.