Ma la sua discesa provoca invece una reazione ghibellina nella quale Matteo Visconti sopprimendo Guido Torriani e Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, sostituisce la propria alla loro tirannia, mentre altri guelfi, profondamente abili, come Alberto Scotto di Piacenza, sfuggono la catastrofe secondandola, e ghibellini terribili come Cangrande della Scala e Bonacolsi di Mantova proseguono nell'opera propria senza degnare Arrigo VII nemmeno di un omaggio. Perciò la sua opera si esplica in una perpetua contraddizione che lo trascina d'inganno in inganno, attirandolo cogli applausi, stordendolo cogli abbandoni, inceppandolo colle resistenze, evitando sempre i suoi disegni colla perfidia, finchè la reazione torcendosi contro di lui lo costringe ad uscire dall'imparzialità per difendersi coll'appoggio di un partito.

Tutte le città sulle quali contava smentono le sue previsioni e rosseggiano di stragi quasi irridendo alla sua pacificazione di podestà supremo; così che giungendo a Roma non ha più che Genova e Pisa al proprio seguito, e anche queste solo per odio del tiranno guelfo di Napoli, cui molte città come Faenza e Firenze si davano per sfuggire alla reazione ghibellina.

Allora Arrigo VII, aggirato dai Colonna, dagli Orsini, dal re di Napoli, dal papa procrastinante la sua incoronazione, diventa il giocattolo di tutta l'Italia che lo minaccia, lo circuisce, lo insegue, assassina i suoi partigiani, sconfigge i suoi soldati, dissipa il ricordo della sua opera più presto ancora che non cancelli l'orma del suo piede fuggente, e forse gli fa dare un'ostia guelfa avvelenata dai monaci di Buonconvento. Così finiva la reazione e l'eroe invocato da Dante, egualmente vinto dai tiranni che aveva dovuto sanzionare come da quelli che aveva forzatamente nominati, dal re di Napoli che per lui diventa il protettore guelfo di tutti gli stati incapaci di bastare a se stessi, dal papa che lo inganna e lo accusa, dall'Italia che aveva bisogno dei propri tiranni per consumare le proprie sètte ed elaborare le proprie tirannie.

Nè il papa, nè Roberto di Napoli possono quindi profittare delle sue sconfitte, o ritentando la sua opera evitarne gli errori.

Dopo di lui la rivoluzione vittoriosa comincia a discutere la propria vittoria più in alto, entro l'infrangibile dualità della chiesa e dell'impero, interpretando l'uno colle idee ghibelline dei giureconsulti e l'altra colle idee guelfe dei teologi. La discussione rivela già una emancipazione conquistata nella storia contro la chiesa e l'impero dalle nuove forme politiche, sebbene ancora dominate dall'idealità delle due astrazioni sempre identiche malgrado la loro antitesi. Il papato di san Tommaso, di Egidio Colonna e di Tolomeo da Lucca nel De regimine principum è lo stesso impero di Dante nel De monarchia, entrambi concepiti in una unità che discende nella storia invece di sorgerne, realizzati da Dio con un sistema del quale la sua rivelazione ci ha affidata la chiave. Se il papato è religioso e l'impero laico, il loro fondamento è identico per l'unità del fondatore; le loro differenze non arrivano a produrre due fisonomie nella dualità dei loro assolutismi. Invano Dante crede di sottrarre l'impero alla supremazia del papato invocando la sua anteriorità e le parole di Cristo: il mio regno non è di questo mondo! L'impero rimane sempre un concetto monoteistico, ieratico, che toglie ogni libertà alla storia e alla vita. Più assurdo del papato, che in possesso di una rivelazione continua potrebbe dirigere l'una e l'altra sul binario delle proprie leggi, deve soccombere primo nella lotta; e infatti Dante abbandona presto la polemica filosofica per trasportarla nel poema dove scolpisce nel Dio cristiano un imperatore romano e un tiranno medioevale, egualmente impassibile nelle condanne e raffinato nei tormenti. Il suo Inferno è il riflesso dell'epoca: i dannati vi sentono ancora le passioni della vita, i loro peccati dispaiono nell'energia del racconto che li evoca, onde ne rimangono solamente le pene, nelle quali il paziente è spesso così superiore da umiliare persino Dio. Tutta la politica medioevale segue il poeta all'Inferno, in Purgatorio, in Paradiso; la sua collera ha le vampe solfuree delle bolgie, la sua voce scoppia come un fulmine, i suoi morti sono doppiamente vivi, i suoi aneddoti sono tante tragedie condensate, come il suo poema è la sintesi del mondo. Ma accettando la nuova tirannia ghibellina di Arrigo VII e delle corti di Verona e di Ravenna, egli accoglie dal guelfismo le più belle figure in Paradiso, perchè nella sua anima immensa la libertà non può separarsi dalla democrazia, e nel suo istinto infallibile di poeta la realtà necessariamente tirannica del secolo non contradice alla cordiale idealità di san Francesco d'Assisi.

Capitolo Terzo.
Le Signorie

Loro primi atteggiamenti.

Tutte le idee e le forme delle rivoluzioni anteriori attendono la consumazione delle due sètte per concentrarsi in una più alta creazione politica. Il comune e la città sono creati: la loro legislazione ha disegnato quasi tutte le funzioni necessarie ad uno stato moderno; le attitudini civili e guerresche esercitate da una lotta secolare hanno acquistato l'infrangibile pieghevolezza dell'acciaio e plasmato il carattere dell'uomo nuovo. Naturalmente tutti non sono ancora cittadini nella propria città, ma nessun cittadino vi ha più il carattere dell'antico civis romanus. L'impero e la chiesa, che sembravano soffocare in una parentesi mondiale l'infanzia di ogni stato, ne sono stati l'involucro protettore; la libertà, procedendo per emancipazioni graduali, per svolte e giravolte, ha superato ogni ostacolo della storia fecondando tutti i germi della vita. La guerra ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile debbono conchiudersi in una vittoria collettiva e superiore, per la quale le città vincitrici si mutino in capitali, i maggiori comuni in stati, i più forti tiranni in signori. Se quelli erano stati l'espressione di una inevitabile supremazia militare rappresentante la violenza dell'ordine nella irrefrenabilità del disordine, questi saranno i mandatari di una sovranità senza titolo, data e sostenuta da una classe di cittadini cresciuta tra le guerre delle due sètte.

La imminente signoria non sarà nè feudale, nè monarchica, nè pontificia, nè imperiale; questi principii fermenteranno ancora nella sua forma originale mentre tutte le altre ne maschereranno, per meglio proteggerla, la fisonomia; però la sua spontaneità italiana resterà come una delle nostre glorie maggiori nella storia universale. Con essa si chiude il medio evo. La signoria è già uno stato moderno creato dalla storia nella storia con le evoluzioni combinate del regno, dei vescovi, dei consoli, dei podestà e dei tiranni. Non ha legittimità di titoli, e quelli che accatta sono tutto al più abili ipocrisie della sua politica; non si conosce confini, dinastie, eserciti, conquiste. Se comincia quasi sempre con una tirannia, questo processo non le è obbligatorio, perchè il suo carattere deriva da una pacificazione delle sètte e da una dedizione che tutto il comune le fa delle proprie franchigie. Un misterioso accordo stringe popolo e signore: il tiranno era il settario più forte, il signore sarà più forte di tutti i settarii. Nessuna garanzia contro di lui che è la garanzia suprema contro la violenza anarchica; il governo diventa personale per essere più spedito; la democrazia accenna alla monarchia per consolidarsi; non più parlamenti che provocherebbero sedizioni, ma un uomo solo che faccia tutto nell'interesse di tutti facendo il proprio. Essendo combattuto dagli avanzi settari, non potrà aggravarsi sul popolo, e come sottomesso ai poteri astratti della chiesa e dell'impero mutarsi in re; d'altronde l'esiguità e la rivalità di tutti i comuni lo impedirebbero. Invece compirà la signoria della città vincente sulle inferiori, annullando nella propria imparzialità le antiche differenze e disegnando i contorni del nuovo stato. Così la nuova pace soddisfa certamente tutti i bisogni, provoca tutte le attività, salva tutti gli orgogli.