D'altronde la guerra municipale, che involge la guerra guelfo-ghibellina, giustifica ogni arbitrio del tiranno.

Difendendo la città colle forze meglio organizzate della propria parte e costringendo quella avversa ad allearsi colle città nemiche, questi legittima l'assolutismo delle proprie funzioni coll'assicurare con più vere alleanze e con più formidabili colpi l'avvenire della patria. La tirannia come unità diventa ragione di vittoria: i comuni, dibattentisi ancora nelle convulsioni della prima lotta guelfo-ghibellina, non possono quindi resistere a quelli, che giunti alla seconda fase posseggono nel tiranno un generale ed un ministro costretto a non sbagliare mai sotto pena di perdere se stesso, il suo partito e la sua patria. La rivalità delle grandi famiglie, le insurrezioni subitanee, gli accidenti drammatici, onde prima era resa impossibile ogni vera combinazione politica e militare, assoggettati ora alla necessità del tiranno, si assettano secondo la propria importanza nel partito senza frangerlo; la fatalità del quale, più evidente nell'unicità del capo, prepara gli spiriti a quel senso misterioso di abile solidarietà e di libera sudditanza alla legge necessaria a formare il carattere del cittadino moderno. Ma tali sentimenti e idee non sono ancora che rudimentali: il tiranno forzato a meritare la classicità del proprio nome, o arrivando al potere o mantenendovisi coi supplizi, non può nemmeno garantirvisi fra passioni ancora troppo selvaggie e una coscienza publica troppo incerta. Quindi, superbo come un vincitore e implacabile come un vinto, perfido ed eroico, guelfo col popolo e ghibellino colla plebe, dovrà consumarsi nell'impossibilità d'impadronirsi di ogni comando; mentre l'orrore della guerra, dilatando la sua vita sino alle proporzioni di un dramma fantastico, la sottoporrà al ritmo disperato di tutte le cadute e di tutte le espulsioni.

L'avvicendamento dei tiranni, ammirabile di precisione a Milano nel duello dei Visconti coi Torriani, comincia in ogni città secondo le sorti e le leggi della guerra, a Rimini fra Parcitade e Malatesta, a Ravenna fra i Polentani e i Traversari, a Ferrara tra Azzo d'Este e Torelli Salinguerra, a Treviso fra i Camino e i Romano, favorendo una democrazia dispotica, nella quale si conservano le vecchie cariche e i vecchi nomi. Le funzioni politiche sono guadagnate dalle nuove dinastie, gli uffici amministrativi meglio distinti e coordinati diventano invece sempre più impersonali a servizio del popolo e della plebe cresciuta.

Nelle città militari come Mantova, Verona, Urbino, Pavia, la scena è anche più cupa perchè meno feconda la vita. Pisa, già sconfitta da Genova, prepara nella tragedia del conte Ugolino il tema forse al più tragico fra i canti di Dante, rivelando in un solo fatto lo spaventevole segreto di tutto un secolo, giacchè, tradita dalla vanità del conte Ugolino, non può essere salvata nemmeno dalla severità del suo successore Guido da Montefeltro: Genova si alza raggiante sul mare coprendolo di navi, inghirlandandolo di colonie e sfidando in Venezia un'altra rivale ben altrimenti grande e poderosa. Invece Firenze, ancora atteggiata a repubblica, è divisa come Perugia, Siena, Parma, Bologna fra comune e popolo, subisce due statuti, suona due campane tiene due consigli. Poichè il dualismo delle sètte paralizzando lo sviluppo della sua vita la rende inferiore alle città rivali. Giano della Bella tenta una rivoluzione contro i grandi, che farebbe di lui un tiranno plebeo; ma l'astuzia dei nobili lo rovescia, improvvisando invece l'ignobile tirannia del podestà Monfiorito da Padova senza riparare a nessuno inconveniente della vecchia libertà consolare. Il disordine della legislazione è tale nelle città libere, e l'indipendenza dei cittadini belligeranti così violenta, che una più alta tirannia diviene il più urgente dei bisogni e il solo mezzo di progresso. Le assemblee republicane vi si tengono in armi; la gelosia spaventata del popolo rinnova i consoli ogni trimestre e li imprigiona, li rende invisibili per mantenerli incorrotti; la penalità esagera il taglione e colpisce i parenti del reo; la clientela dei grandi è cangiata in compagnia di armati e la loro insolenza diviene tanto facile, che si debbono dare cauzioni al popolo per danni non ancora commessi. Così Brescia e Piacenza non sapendo crearsi un tiranno nominano Carlo d'Angiò, e pacificate dalla sua pressione svolgono le proprie dinastie.

Nelle regioni feudali la tirannia procede con minori tragedie ma più scarsi benefizi, perchè nella storia il risultato di una contraddizione è sempre in ragione diretta della sua vastità e della sua durata. Il Monferrato, invaso dai Milanesi, salva la propria indipendenza, portando alla tirannia il figlio di Guglielmo IV Spadalunga caduto prigioniero di Alessandria; la casa di Savoia, non potendo assurgere all'unità della tirannia per l'inconciliabile dualismo de' suoi due governi di Piemonte e di Savoia, si spezza in due tirannie; mentre nelle due Sicilie i Vespri rompono l'unità francese di Napoli cancellando per metà il lavoro di Carlo d'Angiò colla resurrezione di Palermo sotto una dinastia ghibellina ed aragonese; e la grande famiglia dei Colonna, forte nella tradizione ghibellina del popolo romano, lotta di tirannia con Bonifacio VIII, equivoco temperamento egli stesso di settario e di tiranno.

Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo.

Questa loro guerra, propagandosi a tutta l'Italia vi determina un supremo tentativo contro il progresso, rappresentato dai tiranni sull'atroce anarchia guelfo-ghibellina. Bonifacio VIII trascinato dalla ingovernabile molteplicità delle proprie macchinazioni, dopo aver chiamato Carlo di Valois alla conquista della Sicilia diventata aragonese e ghibellina, assale l'Aragona colla Francia, ma Giovanni da Procida, il grande cospiratore, e Ruggero Lauria, il grande ammiraglio, riparano tutte le debolezze della casa di Aragona mantenendole la Sicilia contro Napoli e Roma. Pisa evita la reazione nominando con satanica malizia Bonifacio stesso a proprio tiranno, Genova resiste collo schiacciare inesorabilmente tutti i guelfi che le rientrano, mentre i Torriani invece riconquistano Milano, e in tutte le altre città la reazione accelera il ritmo delle espulsioni senza profitto del pontefice, spaventato egli medesimo dalle catastrofi settarie della sua guerra ai tiranni.

In questa nuova crisi le due sètte si suddividono in neo-guelfi e neo-ghibellini, o in guelfi bianchi e guelfi neri, così che l'intreccio dei partiti confonde l'esattezza dei cronisti ed offusca le idee degli storici. Alberto Scotti a Piacenza, Giberto Correggio a Parma, Corso Donati a Firenze, Maghinardo di Susinana e Uguccione della Faggiola grandeggiano fra le tenebre e i lampi di questo temporale politico, che sconvolge tutte le città per sostituirvi la tirannia di un forte a quella di un debole. Se nella guerra fra i Colonna e Bonifacio VIII la vittoria resta a quest'ultimo per l'insidioso consiglio di Guido da Montefeltro, la rivincita di Sciarra, che al soldo del re francese arresta e malmena in Anagni il papa vincitore, pareggia fra loro il conto; quindi l'avvelenamento di Benedetto IX perpetrato dai Colonna e la fuga di Clemente V in Avignone, feudo del re di Napoli, suo vassallo, emancipano finalmente Roma e guarantiscono il trionfo alla rivoluzione dei tiranni.

Siamo al 1305, il secolo che resterà classico nella letteratura come aurora del mondo moderno. Cinque anni dopo l'esilio del pontefice almeno venti città sono passate dai guelfi ai ghibellini che abbondano di guerrieri, di capitani, di tiranni, di cronisti, di filosofi. Uguccione è dittatore a Pisa, Federico d'Aragona liberatore in Sicilia, Spinola sorpassa i Doria a Genova, Dino Compagni, oggi negato, è il primo cronista del tempo; Cecco d'Ascoli inizia con Pietro d'Abano la rivolta filosofica nella quale morirà Giordano Bruno e ne esperimenta il rogo; la poesia canta le stragi come un'allodola alta nei cieli sopra un campo di battaglia, e insegna le canzoni a Guido Cavalcanti, il sonetto a Guittone, educa in Cino da Pistoia il maestro di Petrarca, accarezza in Jacopone da Todi un'originalità popolaresca, bigotta e ribelle, eroica e gioviale, apprende a Marco Polo la nostalgia dell'Oriente sconosciuto, intanto che Dante, cacciato da Firenze alla discesa di Carlo di Valois, erra pallido e tetro per le terre d'Italia raccogliendo il gemito dei feriti fra l'urlo dei vincitori, avvelenandosi alla coppa di tutti i tradimenti, trasalendo di gioia infantile a tutte le bellezze della natura, fremendo come un eroe e declamando come un profeta a tutte le catastrofi della rivoluzione, che gli nascondono col polverio delle rovine i profili dell'epoca nuova. Ma quantunque tutta la tempesta medioevale infurii nel suo spirito e il suo pensiero abbracci tutto lo scibile del tempo, egli vi è come uno sconosciuto. Non arriva e non può arrivare all'idea d'una Italia, ma ne fissa nullameno l'eloquio volgare; sogna inevitabilmente l'impero, e in questo sogno sembra intravedere qualche lineamento dello stato moderno; è il più grande cittadino di tutti i secoli, e la sua patria non è ancora che la sua città. L'esilio, facendolo nomade per tutta la vita, lo rende italiano, e dà ai suoi vizi di partigiano l'onnipotenza di una passione, che Eschilo non avrebbe indovinato e Shakespeare non potrà poi sorpassare. Quindi incomprensibile ed incompreso riunisce nel proprio genio e nel proprio poema tutta la natura e tutta la storia, tutto il mondo e tutto Dio, per creare la lingua più bella, la poesia più profonda, la visione più fantastica e più reale in un secolo che resterà alla testa di tutti gli altri come Cesare e Napoleone sulla fronte dei loro eserciti.

E al suo grido di ghibellino invocante un'altra reazione imperiale, che schiacciando i tumulti di quella rivoluzione dei tiranni permetta alla neonata civiltà di fecondare il mondo, Arrigo VII, nuovo imperatore di Germania, scende le Alpi con attardata e magnanima ingenuità. Secondo l'idea del podestà, da lui rappresentato nelle nove città del Lussemburgo e nell'impero, ricusa persino di pronunciare i nomi di guelfo e di ghibellino, valuta i tiranni come avventurieri che la sua presenza basterà a mettere in fuga, giudica quella guerra civile una demenza di molti e una ribalderia di pochi intesi ad essere capitani per mutarsi in padroni. Il segreto dell'epoca gli sfugge insospettato.