Ezzelino da Romano.

Ma fra tanta grandezza di drammi politici e guerreschi, nei quali talora è personaggio tutto un popolo o un solo individuo sembra centuplicarne la forza, assorbendone la vita collettiva nella propria unità passionale, nessuno uguaglia nemmeno nelle città militari quello ghibellino di Verona. Il suo eroe Ezzelino III da Romano, ariano figlio di ariano, diventa così grande che la sua epoca non può contenerlo e Dante solo, il poeta ghibellino di Firenze, potrà poi essergli paragonato. Dotto, incredulo, più freddo di un filosofo e più sensibile di un poeta, capitano fulmineo e politico improvvisatore, egli ha tutte le passioni del proprio tempo nel cuore e tutte le idee del rinascimento nella testa. Appena scoppia la guerra fra le due sètte Ezzelino stermina i guelfi, si associa in un triunvirato Buoso da Doara e Oberto Pelavicino, li dirige, li minaccia con sì terribile prontezza ed irresistibile abilità che tutta Italia piega sotto la sua mano, e le vittorie gli strappano in un grido d'entusiasmo il segreto del suo genio: io sorpasserò Carlomagno! Ma a questa minaccia la lega lombarda diventa guelfa, la Romagna si unisce alla lega, Treviso alla Romagna e l'assalgono. Ezzelino non piega, raddoppia i supplizi, prende Brescia, assedia Mantova, fronteggia tutti i nemici che aumentano e si mutano contro di lui in crociati; difende Padova, ritrascina Treviso nella propria alleanza, accampandosi con una temerità solamente giustificabile dal genio o dalla disperazione sotto le mura di Milano. Allora l'idea regia di Berengario, che lo trasportava così alto, vanisce come uno dei tanti miraggi della storia: le rivolte divampano sotto i piedi di Ezzelino, i tradimenti lo cingono, gli abbandoni lo scoprono. Solo, è ancora così terribile che la sua ritirata pare un trionfo, ma una ferita cogliendolo al tallone come Achille dissipa il terrore del suo nome e della sua spada. Ezzelino è vinto, preso, calpestato dai villani, riparato nella tenda dei traditori dalla loro stessa ammirazione, ove muore senza gettare un lamento, più sublime nella superbia di quest'ultimo silenzio che nel fracasso di tante incredibili vittorie. Ma Verona, da lui indimenticabilmente tiranneggiata, resta fedele alla sua opera, che ha democratizzato il senato degli ottanta, salariati e tolti alla nobiltà i magistrati, sconfitti i castellani delle campagne, prostrate le città nemiche, agguerrito il suo popolo sino a mutarlo in un invincibile esercito.

A Palermo, altra città militare e ghibellina, l'idea regia di Ezzelino trionfa con Manfredi, bastardo di Federico II, che a forza di tradimenti carpisce il regno e vi si fonda contro il papa, dal quale sulle prime aveva ottenuto l'appoggio come capo ostile alla Germania e poco temibile. Invece Manfredi fa spargere la falsa notizia della morte di Corradino, gli prodiga funerali, si dichiara indipendente, favorisce i ghibellini di Roma, soccorre quelli di Toscana, s'affratella cogli altri dell'alta Italia, più piccolo e finalmente non più fortunato che Ezzelino, perchè i guelfi di Milano, di Firenze, delle Marche, di Napoli, di Messina, di Ascoli affrettano sul quadrante della storia l'ora della sua caduta.

Tutta Italia è in fiamme; il Monferriato ghibellino sostiene Torino contro i conti di Savoia che vengono espulsi: la Corsica si strazia col partito trasmontano di Simoncello della Rocca e quello cismontano di Giovanninello della Pietra; la Sardegna si lacera fra Pisa e Genova; Ferrara ingrossa sul Po preparandosi all'urto di Venezia che sta per avanzarsi sulla terraferma; Brescia sanguina al seguito di Pelavicino; Parma e Piacenza si annodano come due serpenti, e non potendo soffocarsi si mordono; fra Cremona e Milano, Crema si sfinisce nella paura della prima e si perde nell'amicizia della seconda. Roma, riconoscendo l'impotenza del podestà a governarla, entra nel periodo delle due sètte colla nomina di due capitani del popolo; gli uni voglion Riccardo di Cornovaglia e gli altri Manfredi; i ghibellini Pietro d'Aragona e i guelfi Carlo d'Angiò.

La guerra comprime tutte le forze della nazione per trarne scatti ed esplosioni senza numero e senza nome.

Carlo d'Angiò.

Infatti Carlo d'Angiò, pallido imitatore di Rodolfo in Germania e di S. Luigi in Francia, chiamato da Urbano IV per soffocare la rivoluzione delle due sètte, dopo lunghe trattative nelle quali i pontefici tentano di ridurlo a semplice vassallo della chiesa, giunge a Roma per conquistare il reame delle due Sicilie. Una terribile reazione guelfa lo sostiene contro Manfredi, facilitandogli la conquista che si compie con tutti i furori delle sètte. Palermo detronizzata soccombe a Napoli, nuova capitale; i francesi si sovrappongono come gli antichi normanni, i ghibellini sconfitti, dispersi, trucidati a migliaia diventano così deboli che il tragico tentativo di Corradino per riafferrare la corona sveva non fa che raddoppiare la loro disfatta. La vittoria guelfa propaga per tutta l'Italia, mentre il papa, indarno superbo di esserne l'arbitro supremo per aver chiamato Carlo d'Angiò a limitare il trionfo ghibellino, prosegue invano nel sogno di podestà imperiale. La Toscana, tutta ghibellina nel 1262, è tutta guelfa nel 1270; ogni città è insanguinata, diroccata, incendiata. Le espulsioni e i ritorni accumulano in pochi anni le tragedie di molti secoli, poichè la guerra guelfo-ghibellina infuria fra quella municipale e l'altra dei castelli. Ma le città, inceppanti il moto dell'èra consolare, lasciano ora circolare la corrente della nuova vita: la libertà, monopolio sotto il vescovo, i consoli e i podestà, si è estesa giù nelle arti e nei mestieri della plebe. Colle vecchie famiglie sono svaniti molti antichi pregiudizi, gli odii viventi hanno assorbito gli odii regi, generazioni progressive sono succedute alle generazioni granitiche dei primi tempi. L'Italia rozza e grossolana dei barbari è oramai splendida e rumorosa, le sue chiese sono ricamate nel marmo, sulle fronti de' suoi minacciosi palazzi balenano già i sorrisi degli ornati. I suoi feroci partigiani hanno modi e cultura di cavalieri; alcuni parlano il bel provenzale di Carlo d'Angiò, altri il delizioso italiano di Federico II. Dante, Petrarca, Boccaccio, il primo ghibellino, il secondo guelfo, il terzo imparziale, stanno per riassumere nell'incomparabile originalità dei propri capolavori la varietà feconda di quest'epoca ingrassata di lagrime e di sangue, nella quale la frenesia della vita vince il delirio della morte. L'orrore di tante battaglie è così necessario che le cronache anzichè esprimerlo sembrano economizzare quei lamenti, onde i futuri storici fuorviati da idee posteriori saranno prodighi. Le due tradizioni contradittorie dei guelfi e dei ghibellini, uscendo dai sogni mitologici e dalle etimologie infantili, si precisano e si elevano: questi si assimilano la causa dei longobardi contro i pontefici, dei conti contro i vescovi, dei castellani contro i mercanti, della casa dei Weibelingen contro la chiesa. Per essi l'imperatore è libertà sopra tutti e contro tutti, d'opera e di pensiero, capace di anteporre un astrologo ad un vescovo, Averroe al Vangelo, distinguendo gli uomini come la natura in forti e in deboli, in grandi e piccoli, coordinandoli colle gerarchie che consacrano nelle differenze sociali le disuguaglianze del valore personale. Ma i guelfi, imperiali quanto i ghibellini colla dinastia dei Welfi, oppongono loro l'eroismo secolare dei pontefici che vincono la barbarie longobarda, dei vescovi che limitano la tirannide dei conti, di Gregorio VII che sottomette l'impero, di Alessandro III capo della lega lombarda che vince l'imperatore, di un progresso sempre romano che opponeva il diritto di Giustiniano alle legislazioni barbariche, la propaganda delle conversioni alle invasioni, l'uguaglianza di tutti alla libertà di pochi, l'emancipazione del comune all'indipendenza eslege del feudo.

Dopo trenta o quarant'anni di carneficine, dal 1240 al 1280, la rivoluzione guelfo-ghibellina non è ancora stremata. Attraverso azioni e reazioni incalcolabili l'armonia del sistema ha migliorato senza mutarsi; le città militari sono ancora ghibelline. Aquila, Benevento, Mantova, Forlì, Verona, il Monferrato, Pavia, Asti, Lodi, Pistoia, Arezzo, Siena, Genova, incrollabili sulle proprie basi, proseguono la lotta colla tenacità di un odio reso malleabile da una perfidia politica capace di raggiungere la sapienza; mentre dopo sedici anni di guerra civile e cinque papi invano imparziali e tre interregni, Roma trascina finalmente con Nicolò III il papato nel campo ghibellino contro le altre città romane guelfe; e guerre e rivoluzioni sembrano non dare ancora risultati. Infatti sotto il governo del capitano del popolo e l'amministrazione del podestà, lotta e scambio di partiti sono così disordinatamente rapidi da non potersene cogliere il frutto: bisogna quindi che la guerra, diventata stato normale della vita, atteggi colle proprie forme e discipline i governi perchè la vittoria dì una parte diventi davvero proficua, e la superstite energia dei vinti si canalizzi attraverso l'opera dei vincitori, fecondandola.

I tiranni.

Dal crescere della rivoluzione guelfo-ghibellina il capitano del popolo, assorbendo anche le funzioni del podestà, si muta in tiranno. Come capo e generale del partito, mentre la guerra politica e militare è più furibonda, questi sorge dalla vittoria per organizzarla: preterisce le procedure, viola i diritti, oltrepassa le sciocche pacificazioni predicate dai monaci, disciplina la milizia, riordina il governo colle idee della propria, parte togliendo che il suo contenuto storico si consumi in inutili tentativi. Le rivincite del partito sconfitto diventano così più tarde e difficili. Ogni idea ha tempo di maturarsi, e lo deve per vincere. La vecchia libertà municipale, troppo precocemente simile all'indipendenza individuale di noi moderni, svanisce; i consigli diventano corte o senato del tiranno, che nominandone i membri vi domina le votazioni. Alla testa del proprio partito e al disopra del partito vinto, il nuovo tiranno limita col proprio interesse le feroci rappresaglie della vittoria e mette modo agli odii, ordine alle vendette; condannato ad essere contemporaneamente amato, odiato e temuto, favorisce la plebe e frena il popolo, mentre la regolarità da lui imposta al disordine permanente della guerra asseconda tutti i lavori, compensando nella coscienza dei più la violazione di quasi tutti i diritti.