Il trionfo del podestà nell'equilibrio di due partiti cessa quando, nell'impossibilità di sopprimersi reciprocamente e nel lungo esercizio della lotta, le due sètte sono troppo cresciute di numero e di forze. Il podestà, dittatore e giudice al tempo stesso, non può comandare che nell'infanzia e quindi nella debolezza delle due parti; appena la città è tutta divisa e il popolo da un canto e i grandi colla plebe dall'altro si scagliano al combattimento, la sua repressione dittatoriale e la sua giustizia arbitraria rimangono impotenti. La guerra sociale diventa civile, e si moltiplica tingendosi di tutti i colori della guerra municipale. Ai concittadini e ai cittadini, cioè ai feudali e ai borghesi, succedono nelle battaglie i guelfi e i ghibellini.

La loro origine, nella quale si sono fanciullescamente perdute le fantasie dei primi cronisti, l'acume del Machiavelli e l'erudizione del Muratori, sta nelle rivoluzioni anteriori a quella del podestà; la loro ragione nella necessità di proseguirle. Mentre i primi castellani deportati nella città l'odiavano e dovevano essere frenati dal podestà, i loro discendenti naturalizzati nel nuovo ambiente invece di sognarne la distruzione ne ambiscono la conquista. Il podestà è dunque inutile dal momento che la città non è più in pericolo. Nella nuova lotta impegnata nelle vie e per le piazze è scopo il possesso indiviso della città e il suo reggimento democratico o aristocratico.

La vita degli individui si sviluppa nel partito e si consuma pel partito. La neutralità è assurda. Tutti i casi dell'esistenza si prestano a drammi politici, nei quali la morte falcia i personaggi a tutte le scene; i ghibellini sono i prosecutori degli antichi castellani, i guelfi i discendenti dei primi borghesi.

La guerra, propagandosi in tutte le città e assorbendo odii municipali, inimicizie storiche, rivalità economiche, pretensioni politiche, dissidi sociali, si complica così da non parere più che un disordine di battaglie, una marea di espulsioni e di ritorni, un tumulto di vita e di morte, nel quale si distinguono solo i colori dei combattenti. Poichè tutte le città hanno un partito esiliato, le alleanze si stringono per parte, e ognuno trova la propria italianità e quindi la propria nazionalità nell'esilio. L'idea municipale è quindi sorpassata da quella di setta, mentre la persecuzione inflitta o patita per un principio non più angustamente cittadino crea rapporti, provoca sentimenti, concorda pensieri, unisce opere prima non solo sconosciute ma inconoscibili.

Guelfi e ghibellini irreconciliabilmente nemici e reciprocamente invincibili, non sono che due forme del medesimo fatto e due momenti della stessa idea. Gli uni rappresentano una democrazia mal destra nelle armi se abile al governo, avara, nemica di ogni grandezza individuale e di ogni intellettuale libertà per rabbioso sentimento di uguaglianza; gli altri sono un'aristocrazia armigera, prodiga, altera di libertà legale, irrigidita entro vecchie formole e quindi incapace di comprendere gli interessi mobili e multipli del popolo. La storia, imponendo loro un combattimento secolare senza vittorie, ottiene dai guelfi il progresso, la ricchezza, l'uguaglianza, la democrazia; dai ghibellini, il genio, il carattere, la libertà. Nella loro epoca intanto entrambi snaturano i due principii della chiesa e dell'impero, dai quali s'intitolano e pei quali sembrano battersi così fanaticamente da ingannare cronisti e storici. Infatti sul cominciare della lotta, nel 1250, l'impero è vacante e più tardi nel fervore degli scontri cittadini, Rodolfo di Asburgo è in pace colla chiesa: più tardi ancora imperatore e pontefice, capi ideali, restano fuori della guerra, cui discendono invertendola Nicola IV, Martino III, Giulio II, Leone X, Clemente VII come pontefici ghibellini, e Rodolfo d'Asburgo, Carlo IV e Roberto come imperatori guelfi. Le vittorie alternate dei due partiti consacrano tutto il progresso ottenuto dal vinto prima della sconfitta: la plebe, insondabile fondo nel quale ambe le sètte pescano forze, accoglie tutti i caduti e si alza con tutti i sorgenti: i suoi individui senza nome diventano cittadini combattendo nella città per la città; il partito è scuola di guerra, di diplomazia, di governo, di viaggi, d'eguaglianza, di libertà, di nazionalità, di italianità. Mentre il palazzo del grande minacciando la casa del borghese protegge il tugurio del povero; la casa del mercante attira nobili e plebei: il denaro e il potere, il mezzo e lo scopo della guerra disciplinano ed avvicinano tutti coloro che vorrebbero divergere. Quando trionfano i guelfi, arti e mestieri raddoppiano la massa del popolo ufficiale; quando prevalgono i ghibellini, le arti minori, i più vili mestieri, le industrie più spregiate, il popolo magro, i Ciompi, invadono la scena e vi conquistano un posto.

Il Capitano del popolo.

Quindi l'ordinamento della città subisce profonde mutazioni: all'arbitrato del podestà, che manteneva l'imparzialità, succede il regno delle parti. La dittatura scade al capitano del popolo, generale dei vincitori e proscrittore dei vinti, padrone e custode della repubblica, mentre il podestà scelto nel partito e dal partito trionfante, mantenendo appena le funzioni giudiziarie, si muta a grado a grado in carnefice.

Ma il capitano, onnipotente e semplice cittadino, ha per organi e freni del governo il consiglio del popolo da lui presieduto in un palazzo speciale, il consiglio del comune presieduto dal podestà per le materie amministrative, l'antico consiglio degli anziani spesso diviso in due, la credenza per gli affari segreti di diplomazia e di polizia, il gran consiglio colle maggiori ampliazioni possibili allorquando si tratti di compromettere il maggior numero dei cittadini nelle publiche vendette; e il consiglio eslege, tirannico, assoluto, rappresenta il governo nel governo come la parte è il governo nello stato. Naturalmente tutte le corporazioni imitando l'esempio della repubblica costituiscono i loro consoli, i parlamenti, il capitano, si armano, sono partito ed esercito, vincitrici e vinte.

E la guerra guelfo-ghibellina irrompe in tutte le città d'Italia, sconvolgendo con tale furore le posizioni politiche della guerra municipale che i vinti di un partito riparano presso il medesimo partito di una città anche nemica, e vi trovano accoglienze ed aiuti. Le nuove rivoluzioni sembrano propagate dal vento, esplodono come tanti gas ammorbando l'aria ed offuscando la luce. Poichè tutti i cittadini si fanno partigiani, tutti i banditi si arruolano nelle due parti. Ma presto i due disegni storici della guerra municipale e della guerra guelfo-ghibellina, entrambe generate dalla stessa guerra sociale indispensabile alla formazione del comune e del cittadino, s'incorporano assestandosi sulla base delle rivalità geografiche. Nelle città romane prevalgono i guelfi, nelle città regie trionfano i ghibellini attraverso vicende così confuse, che i cronisti vi si perdono e gli storici non possono inoltrarvi.

A Firenze il dramma degli Uberti e dei Buondelmonti crea Farinata, che vietando ai ghibellini vincitori, ghibellino egli stesso, la distruzione di Firenze, afferma la differenza della nuova guerra colla precedente delle città contro i castelli: borghesi e feudali, cittadini e concittadini, guelfi e ghibellini, la patria è per tutti la stessa città. Quindi in ognuna di esse la rivalità si produce e prende nome da due delle maggiori famiglie dei due partiti, quasi ad accennare che nella futura rivoluzione, quando le parti saranno esauste e gl'interessi intermedi cresciuti, le famiglie vincenti ripeteranno il podestà sotto forma di tiranno. A Milano il duello comincia tra i Torriani e i Visconti, a Bologna lottano i Gallucci e i Carbonesi, a Modena gli Aigoni e i Grasolfi, a Faenza gli Accarisi e i Manfredi, a Bergamo i Colleoni e i Soardi, a Orvieto i Monaldeschi e i Filippeschi, ad Alessandria i Lanzavecchia e i Guasco, a Reggio i Roberti e i Sessi, a Camerino i Baschi e i Varano; mentre nelle città militari i partiti capovolgendosi mostrano la democrazia ghibellina e l'aristocrazia guelfa. Così Genova e le città nemiche di Firenze e di Milano sono tutte ghibelline di popolo e guelfe di nobiltà per meglio resistere all'espansione delle due grandi città odiate, che potrebbero col più fuggevole accordo imporre loro una durevole soggezione.