Il podestà.

Questo funzionario unico, investito di ogni funzione politica e giuridica dei consoli, è uno straniero. La sua autorità civica e feudale sovrasta all'anarchia; tiene corte come un sovrano, è magistrato come un cittadino, impera da soldato e da giurista ai due partiti, sui quali eseguisce egli stesso le proprie sentenze. Può chiamare all'armi i cittadini, trarre fuori dalle porte il carroccio, guidare la guerra, firmare la pace. Assedia i ribelli nei loro palazzi e li spiana, rende tutta una famiglia responsabile del crimine di uno solo, esilia i sospetti, amnistia i colpevoli, concilia, reprime, opprime, sopprime. Il suo dispotismo supera quello di tutti i tiranni perchè ha per scopo la libertà. Se non che il popolo non gli si sottomette senza garanzie, e però conserva i consoli riunendoli ad un maggiore consiglio di anziani, ne elegge un altro del podestà, quasi giunta amministrativa che lo consigli e diriga, mantiene la grande assemblea, e finalmente esige da lui un giuramento di fedeltà agli statuti e a tutte le giurisdizioni acquistate nelle vittorie contro i castellani. Qualunque trasgressione o distrazione del podestà è tariffata e multata: non gli si permettono parenti nella città o dimestichezze con alcun cittadino. Come un generale, che nessun'altra cura può distogliere dalla vigilanza del campo, egli non può nemmeno condurre nel proprio palazzo la moglie: finchè spirato il tempo della carica viene sottoposto ad un processo, nel quale ogni cittadino da lui offeso ha diritto di presentare la propria azione.

La rivoluzione dei consoli sale dunque di un grado col podestà, decidendo questioni di alta sovranità senza permesso nè del papa, nè dell'imperatore. Tutto un nuovo ordine di legislazione s'inizia. Se le prime leggi giurate dal podestà non sono che le prime costituzioni del popolo persistenti come usi e costumi, nel nuovo esercizio, che egli ne fa come magistrato straniero, se ne precisano le formole; e a poco a poco ordinanze e regolamenti si moltiplicano, si applicano alla finanza, all'edilità, ai diritti personali e reali, cancellando il diritto longobardo col diritto romano, formando i cento statuti della nuova Italia.

Non sempre il podestà raggiunge lo scopo della propria carica, ora egli stesso concittadino di nascita e cittadino di parte, o cittadino di nascita e concittadino di parte; ma la sua azione fatalmente ostile all'aristocrazia feudale è sempre benefica pei cittadini, e quella sottomette alla legge comune e questi educa colla costante rappresentazione dell'unità civile del governo. Infatti la sua crudele ed arbitraria imparzialità soffoca presto ogni tumulto, mentre la qualità di straniero necessaria alla sua carica, togliendo ad ambo le fazioni la possibilità d'impadronirsene, spoglia a poco a poco i loro misfatti di ogni carattere politico per lasciarli ricadere condannati nell'ignobile prosaicità dei delitti comuni. E quando esplode contro di lui la reazione pontificia ed imperiale, tutta la perfidia dei papi e il genio di Federico II non bastano a vincerlo.

Questi, costretto a sdoppiare il proprio carattere nell'antitesi delle due nazioni sulle quali regna, combatte i podestà dell'alta Italia come despoti nomadi e democratici in guerra coi castellani, ultimi sudditi e soldati dell'impero. La rivoluzione tedesca uscita dal trattato di Costanza impone un altro combattimento alla rivoluzione italiana trionfante della guerra ai castelli. Ma il tempo di Barbarossa è passato; la stessa guerra municipale di città contro città sembra quasi rallentarsi per lasciare il campo a quella intestina di ogni comune. Federico II non trova più i numerosi e furibondi alleati di Barbarossa: il suo appoggio ai concittadini contro i cittadini invocanti il podestà come ultimo termine di un sillogismo, del quale i vescovi e i consoli erano stati le premesse, ridestando il terrore di una ripristinazione del regno, concorda contro di lui tutte le forze dormienti delle vecchie rivoluzioni. La reazione condannata al regresso si frange contro tutte le impossibilità della vita: quando i concittadini la seguono, i cittadini più numerosi la combattono; se i cittadini delle città militari la sostengono, i concittadini aiutati dalla lega lombarda l'osteggiano; nessuno dei due partiti può soggiogare l'altro mercè la dispotica neutralità del podestà, che esprime appunto l'equivalenza delle loro forze. Federico II avrebbe dovuto imporre a tutte le città un podestà straniero e strettamente imperiale, che cancellando ogni legge e franchigia dei comuni li pacificasse nella soggezione all'impero; ma il regno sarebbe così risorto sulle conquiste dei vescovi, dei comuni, dei consoli, ed era impossibile.

Quindi la vita e il genio di Federico II si dibattono vanamente entro quest'impresa, che tenta tutti i problemi e accenna a tutte le soluzioni senza darne alcuna; la sua guerra non rimane che un tentativo di reazione contro la guerra interna dei comuni. L'imperatore, anche là dove trionfa, non può mettere unità o direzione nel moto sparpagliantesi a lui d'intorno; il pontefice suo signore per l'investitura delle due Sicilie lo scomunica, gl'insidia Palermo, fomenta contro di lui tutta la reazione della bassa Italia per disfarne l'unità, nella quale è perito l'alto diritto della Santa Sede. L'immensa donazione delle provincie meridionali ottenuta da Carlomagno e da Ottone I non è più che un rimpianto per il papato, il quale aveva dovuto investirne i normanni e la vedeva, oramai fusa coll'impero nella persona di Federico II. Laonde il papa non risparmia perfidie a combatterlo. Ogni arma è buona, ogni delitto diviene santo per la santità dell'intenzione, che vuole sottrarre la chiesa al pericolo di soccombere all'impero. Federico più forte del papa, fa scacciare da Roma Gregorio IX, salta di Terrasanta in Terra di Lavoro, quando questi gli invade le Puglie, lo umilia, lo costringe a sconfessarsi. Più tardi Gregorio IX predica inutilmente la crociata contro l'imperatore e convoca un concilio per deporlo: il suo successore Innocenzo IV, esule da Roma, lo ritenta a Lione, ma ogni rivolta viene soffocata nelle stragi, l'insidia di Pier delle Vigne è punita colla cecità, tedeschi e saraceni difendono Palermo nei posti più avanzati del regno, perchè l'imperatore vi è egli stesso invincibile quale podestà.

Invece i papi soccombono a Roma nella lotta contro il senatore e il podestà. Innocenzo III non resiste che per cedere negli ultimi giorni, Onorio III è scacciato due volte; Gregorio IX, che esordisce scomunicando l'imperatore Federico II, è inseguito fino a Perugia ed espulso altre due volte; Celestino IV muore avvelenato dopo sedici giorni, e la fuga di tutti i cardinali sospende ogni nuova elezione, finchè Francia ed Inghilterra imponendo allo stesso Federico di sollecitarla, viene nominato Innocenzo IV. Ma sotto di lui trionfa appunto la rivoluzione del podestà colla nomina del bolognese Brancaleone dell'Andalò, al quale vengono accordati tre anni di dispotismo e numerosi ostaggi contro l'odio del pontefice. E tosto s'infervora la lotta fra i due poteri: Innocenzo IV, assediato nel proprio palazzo dai creditori come un castellano fallito, deve sollecitare la sprezzante protezione del podestà; più tardi Alessandro IV, riparato in Anagni, dirige la reazione feudale contro Brancaleone, che vinto è nuovamente reintegrato dal popolo e vendica con terribile giustizia l'effimera sconfitta.

Tutte le predicazioni del papa contro l'imperatore, tutte le battaglie dell'imperatore contro il papa, tutta la guerra d'entrambi contro la rivoluzione finiscono al trionfo del podestà, primo magistrato e sola giustizia dell'epoca fra le carneficine di due partiti incapaci di schiacciarsi e la necessità del progresso, che sbozza nella sua magistratura, impersonale a forza di essere straniera, la figura del moderno magistrato indipendente dai governi ed astratto quanto la legge.

Persino nel campo chiuso della teologia imperversa la grande guerra della democrazia contro la feudalità; e nel 1247 Giovanni da Parma, generale dell'ordine francescano, spingendo troppo in alto l'ascetismo del suo fondatore, predica la virtù di una nuova rivelazione superiore a quella di Cristo. Sarebbe il regno dello Spirito Santo, annunziato come distruzione del regno del figlio nella stessa guisa che questi aveva nel mosaismo distrutto il regno del padre. Ma Guglielmo di Saint-Amour alla testa dei dottori di Parigi, perorando nella chiesa una insurrezione quasi feudale, accusa di demagogia la libertà democratica dei francescani e mostra nelle incessanti tragedie di Roma la rovina della religione; finchè il papa, imparziale fra ì due partiti estremi come un podestà, soffoca la rivolta mistica dell'uno e l'insurrezione laica dell'altro per inaugurare nella scolastica la riconciliazione della scienza colla fede. Aristotele, già proscritto, diventa il maestro dei nuovi dottori; dogmi, miracoli, misteri primitivi, tutto è dichiarato evidente e quindi indiscutibile; ragione e natura sono egualmente rivelazione divina, ma si possono e si debbono interpretare per trovare il punto dove combaciano colla rivelazione cristiana: le contraddizioni fra la tradizione umana e la religiosa, fra il dramma della filosofia e la tragedia della rivoluzione, fra Dio e la natura, fra l'uomo e Dio, non sono che apparenze, illusioni della mente o vizi del cuore. La libertà è dunque permessa entro l'ambito della fede, mentre S. Tomaso e S. Bonaventura, i due genii dell'epoca, che ne consigliano nel pontefice il podestà universale, spengono tutte le strambe ed inutili sedizioni del pensiero religioso anteriore, preparando l'uno nella più vasta enciclopedia filosofica, l'altro nella più solida metafisica del cattolicismo il terreno alla filosofia del rinascimento.

I guelfi e i ghibellini.