A Palermo invece Guglielmo il Malo, resistendo a tutti i moti della reazione feudale incoraggiati dalle discese di Federico, regna da vero capo della democrazia consolare. Maione suo primo ministro, cittadino di Bari come Mello, ne continua la lotta contro l'aristocrazia, che si difende assassinandolo per essere tosto dispersa e trucidata da una insurrezione di popolo. Quindi il re precipita da un'inerzia sospettata e sospettosa a tanto crudele tirannide da sbigottire anche gli storici più favorevoli alla causa della Sicilia, insino a che il suo successore sul finire della reazione viene chiamato Guglielmo il Buono, e Federico, già in guerra contro Alessandro III, avvisando l'utilità dell'amicizia con Palermo sempre in lotta coi baroni tutti alleati della chiesa, sposa al proprio figlio Arrigo VI l'unica erede delle due Sicilie. Così riconciliato colla grande rivoluzione italiana, dopo aver bruciato Asti, rovesciata Tortona, distrutta Milano, Federico Barbarossa diventa improvvisamente l'idolo e l'alleato di tutti contro le pertinaci pretese della Santa Sede; a Torino frena l'ignobile tirannia del conte Umberto III di Savoia, in Sardegna, sconfessando le due nomine di re concesse a Barisone e al duca di Baviera, finisce col vendere per 1300 marchi d'argento l'isola ai pisani, che sostengono la federazione di Cagliari, Torres e Gallura contro la regia Oristani.
Ormai l'imperatore e il papa non sono che due consoli di una guerra, che nè Gregorio VII, nè Arrigo IV avrebbero compreso. Qualunque sieno le segrete pretensioni del loro pensiero individuale, la loro reciproca ostilità li costringe a riconoscere come alleati o nemici i nuovi poteri popolari esorbitanti da ogni formola imperiale o pontificia. Le vecchie favole giuridiche, già dominatrici del mondo, pesano ancora sul pensiero universale dell'epoca, ma non impediscono più la formazione dei nuovi organismi storici, entro i quali stanno riparate le grandi idee future. Infatti le crociate, splendido sogno ed incomparabile espediente della rivoluzione anteriore, declinano subitamente nell'èra dei consoli. Alla terza crociata di Riccardo Cuor di Leone, l'interesse delle colonie cristiane soverchia già quello della croce; poco dopo, l'altro d'Europa costringe i principi a ritornare nei propri stati per difendersi dalla rivoluzione consolare. Alla quarta crociata Arrigo IV non mira che ad impadronirsi della Sicilia e ad affievolire i signori dell'impero; alla quinta, predicata da Innocenzo III e accettata solo dalla nobiltà francese, i veneziani stipendiano i baroni per la conquista dell'impero bizantino, e l'avventura militare si risolve in una speculazione mercantile; alla sesta non aderisce che Andrea di Ungheria, re barbaro e bigotto; alla settima guidata da Federico II, il papa non avrà in mira che un agguato contro l'imperatore per togliergli le due Sicilie, e vi soccomberà in sua vece.
Intanto l'entusiasmo politico assorbe già quello religioso, poichè l'effetto delle crociate a rovescio di ogni intenzione si esplica in una emancipazione economica delle terre e dei borghi dai feudatari, che ne hanno ceduto ai vassalli i più grevi diritti pel denaro necessario alla spedizione. La chiesa stessa, sottraendo nel 1153 al popolo e al clero volgare l'elezione del papa per affidarla al collegio dei cardinali, imita la rivoluzione dei consoli, che trasmettono al grande e piccolo consiglio del secondo popolo tutti i diritti dianzi riconosciuti nell'assemblea del primo. Dallo stesso anno 1153 ogni canonizzazione dovendo essere esclusivamente romana, la chiesa domina coll'entusiasmo pei nuovi santi il cuore delle moltitudini: si fondano gli ordini della Trinità, della Redenzione degli Schiavi e della Mercede; cinque congregazioni di eremiti si riuniscono in una, i cavalieri di Cristo si stringono coi cavalieri Teutonici, finchè la propaganda monacale, discendendo nella vita politica, irrompe con due nuovi ordini di frati profondamente originali e terribilmente guerrieri. Eroi della miseria, i francescani protestano colla moltitudine cenciosa contro la nuova privilegiata borghesia consolare, denunciando tutte le vanità della politica, della industria, del commercio; ma inesausti nell'opera consolano gli stessi dolori che esacerbano, assolvono tutti i peccati che combattono: nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di una democrazia senza patria e democratici di un assolutismo irresponsabile.
Eroi del dogma, i domenicani organizzano invece la inquisizione come un governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è superiore a tutte le verità umane, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa, che fanatizza la moltitudine, bruciano città, disertano campagne, spaventano re, curvano papi, penetrano case e coscienze, imperano nel pensiero contro al pensiero; che nullameno respira sotto tutte le pressioni, sfugge a tutte le strette, esce da tutti i tranelli, brilla su tutti i roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista, trovando nello spasimo di questa secolare tragedia le voci più profonde dell'anima, e nella ginnastica di questo combattimento senza tregua le forze necessarie alla propria emancipazione finale.
La guerra delle città ai castelli.
Il riconoscimento del diritto di guerra conquistato dalle città nel trattato di Costanza le volta contro i castelli, che signoreggiando il contado le cingono come di tanti fortilizi nemici e misurano loro collo spazio la vita. I castellani sono feudatari discendenti dalle antiche invasioni, ultimi signori di una conquista, della quale la rivoluzione non ha ancora potuto trionfare. La lor vita ladra e militare contradice alla vita industriale dei borghesi: il contado, che si estende dalle mura di ogni città, è un campo nemico ove nessuno può avventurarsi senza essere spogliato o tassato; leggi e regolamenti cittadini non hanno forza oltre la cinta della città. Le vecchie differenze di razza, sebbene indebolite, sopravvivono tra feudatari e cittadini, dando alle loro idee una asprezza di antitesi irreducibile. La guerra è necessaria. Il castello soccomberà perchè l'imperatore, impotente a sostenere la prevalenza delle città regie, non riuscirà nemmeno a soccorrere i castellani, lontani gli uni dagli altri e senza lega politica fra sè medesimi, senza unità d'interesse e senza capo. Ricordàno Malaspina, fiorentino, è rimasto il più celebre e migliore cronista di questa guerra ripetuta con parità di drammi e di trionfi in tutte le contrade d'Italia.
Invano papa ed imperatore, ubbidienti alla propria idea, sostengono i castellani come alleati naturali del proprio assolutismo; l'imperatore lontano, il papa inerme, nemici entrambi troppo spesso, non possono accordarsi in questa difesa degli stessi loro difensori: le città regie e le romane assaltano simultaneamente i castelli così che i castellani per ritardare di qualche tempo la loro caduta, debbono diventare soldati di una città contro un'altra, accettando le leggi della guerra municipale. Ma la vittoria medesima, alla quale cooperano, li assimila ai vinti, mentre i tradimenti sciolgono le alleanze strette dalla perfidia. Sovente i servi stessi, uomini del contado, insorgono contro i padroni per darsi alle città che, aristocratiche nel proprio assetto borghese, invece di naturalizzare i borghi li annullano. L'aggrovigliamento dei modi e delle forme politiche in quest'epoca non è meno indescrivibile della guerra, onde è prodotto. Così alcune volte il conte emancipa i grossi villaggi per opporli alla tirannica conquista della città e seguita a regnare sovra di essi come un moderno sovrano costituzionale, però sotto il raggio delle grandi città commerciali anche questo disperato espediente fallisce, e la guerra ai castelli cresce di ferocia pel ritardo del trionfo finale. Se la conquista materiale è lunga e penosa, il suo riconoscimento nella legalità contemporanea presenta anche maggiori difficoltà contro le due formule imperiale e pontificia, che non si possono nè preterire nè violare. Quindi il comune, deludendole con abilità apparentemente assurda, è costretto a dichiarare alleati i vinti e a riconoscerli proprietari delle terre conquistate, finchè, fatto più sicuro, toglie loro anche questa falsa indipendenza, li trasporta nella città e li condanna a risiedervi. Così al secondo popolo ne succede un terzo. La naturalizzazione delle famiglie feudali trasformate in aristocrazia cittadina esige che molte altre famiglie borghesi, recentemente o arricchite o illustrate dalle guerre, vengano chiamate a parte dei poteri e delle funzioni interne per resistere alla forza dei nuovi venuti, acquistati alla città, ma pronti a conquistarla.
Infatti questi alzano palazzi simili a fortezze, li decorano di torri, armano famigliari, si cingono di clienti: le terre degli antichi dominii, rimaste loro come a proprietari, vincono in ricchezza qualunque patrimonio bottegaio; le loro attitudini guerresche di signori destano al tempo stesso l'ammirazione e l'invidia. La moltitudine dei cittadini, sui quali non gravano più come tanti re, simpatizza per loro contro le nuove angherie della città; la plebe allettata dalle loro lautezze attende un loro cenno per sollevarsi contro la borghesia privilegiata che la schiaccia. Un'altra lotta intestina è dunque inevitabile come la guerra municipale. I comuni non possono sopprimere la feudalità senza negare la chiesa e l'impero, i castellani non possono distruggere il commercio, l'industria e la libertà dei comuni, riconosciuti dalla chiesa e dall'impero, senza urtare nella stessa negazione e senza sopprimere la vita. Bisogna perciò che la lotta fra le due forme aristocratiche della feudalità e della borghesia, logorando le loro forze, muti la loro fisonomia insino a quando il popolo, ingrossato da tutti coloro che eccellono nella lotta, e ingrandito dal crescere della civiltà, si sovrapponga alle due fazioni, assorbendole nel proprio numero. Nelle prime fasi del combattimento il progresso è ottenuto con massacri furibondi e minime vittorie; se il palazzo del castellano concittadino viene abbattuto, le sue terre prosperano; se il castellano guida una sommossa, è forzato di gittare tutto il proprio denaro alla plebe che lo trasforma in capitali. La lotta circoscritta alla città vi affeziona tutti i partiti, i tempi dei castelli si allontanano, le aspirazioni al comando suppongono il comune signore di se stesso e delle campagne, la rivalità suddivide i feudali mentre il terrore mantiene uniti i borghesi. Quelli per comandare dovendo primeggiare, assorbono le idee della città; questi per non essere dominati trasportano nella politica le finezze del commercio e la pertinacia delle industrie, colle quali raddoppiano la propria importanza e la vitalità del comune.
La guerra municipale si complica di giorno in giorno con una guerra sociale.
Ma presto i consoli eletti annualmente appaiono insufficienti. La loro magistratura troppo breve per diventare autorevole consuma un numero prodigioso di uomini, che, costretti a diventare personaggi, dovrebbero tutti averne le capacità. Appena ridivenuti cittadini, gli odii destati dalla loro amministrazione li perseguitano; prima di essere nominati consoli diffidenze e calunnie li hanno già viziati; troppo partigiani per essere imparziali e troppo effimeri per inspirare timore, non rappresentano più che quella fase della rivoluzione, nella quale il comune uno ed unanime aveva fuori di se stesso l'obiettivo della guerra. D'altronde il giuoco della loro elezione, troppo facilmente falsato dalla corruzione del danaro o dalla violenza di una sommossa, tenta troppe cupidigie e si complica di troppe incertezze perchè duri lungamente in una lotta di tumulti incessanti e di passioni indisciplinabili. Laonde occorre un potere o tribunale più alto, solido e duraturo, cittadino insieme e feudale, che, dominando tutte le fazioni, costringa gli opposti diritti a rispettare il diritto comune. Una reminiscenza dei messi imperiali o dei giudici mandati nella prima reazione di Barbarossa a frenare i consoli suggerisce al comune il governo del podestà.