Quindi la rivoluzione vincitrice della propria reazione si scatena in un tumulto inintelligibile di guerre municipali per determinare i contorni dei municipii educandone le forze. Dissipato ogni ricordo del regno, cessata la doppia pressione imperiale e pontificia sulle città, e costituitasi con una prima amministrazione indipendente la loro prima coscienza politica, tutte si guatano in cagnesco e si assalgono. La sola patria è il municipio, poichè di nazione non esiste nè ricordo nè aspirazione. Ogni frammento disgregato del regno animandosi ne ha concentrato i bisogni e le energie, ogni città vuole espandersi e soverchiare: le forze locali, le originalità latenti del nuovo sistema municipale sostituito a quello regio-imperiale esigono la guerra per prodursi. Ma il vecchio dualismo delle città regie romane dura tuttavia raddoppiato dalla rivoluzione vescovile e consolare, che avendo innalzato queste deve degradare quelle. Ecco il segreto della guerra, susseguente, ignorato dai cronisti, cercato da quasi tutti gli storici, sfuggito all'acume del Sismondi, colto magistralmente dall'ingegno divinatore del Ferrari.

Se i motivi della nuova guerra municipale sono economici, la sua vera ragione è nella necessità per i comuni di svolgersi contro tutte le superstiti forme feudali, accrescendo le proprie città oltre la cinta del vescovado, conquistando le campagne ancora tenute dai signori, liberando le strade pei commerci, emancipando i fiumi, lavorando le terre, acquistando in fine la sovranità politica e sociale contro i centri regi sempre in ritardo. Le guerre sono quindi multiple, minute, spietate, incessanti: premio ne è la vita. Chi soccombe ha torto: tutte le armi, tutte le arti, tutte le infamie, tutti gli eroismi, vi cooperano nella stessa misura e vi producono il medesimo risultato. Il municipalismo italiano a distanza di secoli riproduce la storia greca per rifare una civiltà non meno splendida ed originale di quella. Nella feroce disciplina di una tale guerra tutte le idee si elaborano, tutte le forme si precisano, tutte le funzioni si distinguono; siccome ogni municipio riconcentra la storia di un regno nella propria cronaca, i suoi individui vi spiegano la forza dei maggiori uomini storici. Quindi le guerre senza pace vi paiono spesso senza risultato, appassionate sino alla demenza, abili oltre ogni genio, inesauste come la vita, inevitabili quanto la morte.

Ma il loro effetto si mostra giorno per giorno nella crescente importanza dei comuni vincitori e nel decadimento dei comuni vinti; s'improvvisano republiche; sorgono fortezze, la strategia delle antiche vie militari è superata dalla nuova delle strade commerciali: il popolo inerme diventa un esercito, i mercanti si mutano in statisti, s'inizia tutta una legislazione, della quale i congegni parlamentari funzionano mirabilmente fra l'urto delle congiure e lo schianto delle sommosse, mentre le scienze proseguono tranquillamente negli studi a disseppellire il mondo antico, e le arti rinate trovano bellezze non meno originali delle greche o romane.

In tale ambiente medioevale le guerre s'incrociano naturalmente come duelli tanto più efferati quanto più vi mancano i giudici di campo; gli avversari si battono senza leggi, si arrendono per ferire l'ultimo colpo, si assalgono alle spalle, avvelenano le armi. La politica municipale s'inspira dal duello in tutte le alleanze; nessuna idea generale o disegno comune. I nemici sono predeterminati dalla storia e dalla geografia: tutti i comuni debbono battersi entro il sistema municipale, che riserba la vittoria ai centri romani e produttori contro i centri regi e militari. Nella Lombardia, Milano, massima città romana e produttrice, è il centro di tutte le dualità e deve combattere Pavia, Lodi, Cremona: quindi i suoi duelli si ripetono colla stessa legge fra le altre città, Brescia e Bergamo, Pavia e Piacenza, Torino e Asti, Verona e Mantova, Treviso e Cividale, Firenze e Fiesole, Lucca e Pisa, Orvieto e Spoleto, Perugia e Chiusi, Fano e Pesaro, Roma e Tivoli, Faenza e Ravenna, Cagliari e Oristano in Sardegna, in tutte le provincie, nelle vallate più remote, fra i borghi più ignorati, nei comunelli più esigui, nelle abazie e nelle parrocchie.

Giuseppe Ferrari nelle Rivoluzioni d'Italia ha dato l'enumerazione cronologica ed alfabetica delle guerre municipali, disegnando la loro carta storica con incomparabile abilità. In tale quadro sublime di esattezza e di orrore si veggono 99 città militanti e si contano sino a 119 inimicizie costanti; ma questa tragedia male intesa e quindi condannata dagli storici posteriori come uno scoppio di malvagità demente, era nel secolo XII il solo progresso possibile ai comuni per mutarsi in minimi Stati. Quindi nessuna vittoria generale o pace definitiva poteva trovarsi a capo di queste guerre, nelle quali i combattenti acciecati dalle passioni e guidati dall'istinto camminavano sicuri sulla via della storia. Se il trionfo era riserbato alle città romane come centri veri della rivoluzione e della civiltà, non tutti i centri regi dovevano soccombere, perchè o la loro contraddizione storica all'idea del progresso non era assoluta, o un mutamento nella tattica stessa della storia li rendeva utilizzabili. Così Roma, Ravenna, Palermo, combattenti alla testa delle città regie, ne evitavano la sorte e rivaleggiavano di splendore e di avvenire coi nuovi comuni.

Le discese di Federico Barbarossa.

Mentre l'Italia, dibattendosi nelle convulsioni di una guerra anarchica, rompe tutte le proprie frontiere interne per frangere quelle del vecchio diritto imperiale pontificio, Federico Barbarossa alla testa della rivoluzione vescovile nella Germania, sempre in ritardo, si prepara a discendere le Alpi per combattere la rivoluzione consolare italiana come una insurrezione contro l'impero. Lodi e Como spianate da Milano gli chiedono vendetta: Pavia si ridesta, Cremona si avventa sulla antica rivale. Ma Federico, cui la Germania non ha accordato che soli 2000 cavalieri, invece di soffocare la guerra municipale diventa il generale di queste città regie insorte contro Milano; e dopo avere inutilmente infierito deve ritirarsi imperatore meno stimato di prima, vincitore non ancora abbastanza temuto. Senonchè la guerra municipale lo richiama. Superbo come un eroe, testardo nell'idea imperiale di Carlomagno, della quale gli sfuggono le modificazioni storiche già compiutesi, alla dieta di Roncaglia ottiene dai quattro dottori discepoli di Irnerio il verdetto che tutto, regalie e diritti, città e contee, appartiene all'impero. Questo errore dei quattro grandi giuristi, tante volte accusati di viltà, indica però solamente che la rivoluzione consolare non è ancora abbastanza cosciente per negare l'astratta idea dell'impero.

Ma nemmeno questa volta Federico può battersi come imperatore: il nerbo del suo esercito è costituito dalle città regie alleate, ogni sua vittoria contro una città non è che vittoria della città rivale; se Milano soverchiata dal numero dei nemici capitola, egli capitano generale deve chiedere o rubare ostaggi a tutti i propri alleati per guarentirsi da tradimenti troppo improvvisi. Allora il suo ingegno politico cerca di riparare all'insufficienza della sua opera militare ordinando un vasto sistema di pacificazioni, che riconduca col terrore di esagerate penalità tutti i comuni sotto la giurisdizione dell'impero e tutti i sudditi sotto la legge. Giudici nominati direttamente dall'imperatore arrivano in ogni città per paralizzare il potere ribelle dei consoli e frenare gli odii municipali. Ma l'eroica Milano risponde a questa pacificazione con uno scoppio d'ire, che riaccendono la guerra; e l'imperatore sempre alla testa delle città regie deve smantellare Crema, abbattere Milano, seminare stragi, moltiplicare incendi. La vittoria questa volta è così vasta che par sua; senonchè tutte le città atterrite dal ritorno dell'antico regno gli si rivoltano subitamente, gli eserciti di Verona sbarrano i passi alpini quasi ad impedirgli ogni ritirata in Germania, nella quale non rientra che per rifornirsi di soldati e ripiombare daccapo sull'Italia. Questa volta la lega lombarda è già stretta, il papa vi è entrato, Milano è risorta, Alessandria creata contro Pavia, che capitana la lega regia. La guerra infuria in cento scontri per concludere nella battaglia di Legnano alla sconfitta dell'impero e alla emancipazione dei comuni. Il diritto politico moderno riceve quindi il battesimo al congresso di Costanza, nel quale la lega lombarda viene riconosciuta come autonoma entro la grande lega imperiale, e i comuni firmano il trattato come tanti stati.

Ormai la loro sovranità è riconosciuta. Quantunque l'impero riceva ancora tributi, il suo diritto e la sua supremazia non sono più così assoluti. Ogni città è libera di seguitare le proprie guerre, d'ingrandirsi, di mutarsi in capitale di una piccola repubblica o di un piccolo regno. Il suo ordinamento interno viene lasciato bene proseguire nel tragico lavoro di selezione perchè la classe politica dei cittadini meglio si organizzi. Dell'antica Lombardia dei goti, dei longobardi, di Carlomagno, di Ottone, di Berengario non rimangono più tracce. Intorno ad essa Venezia sepolta nell'oscurità delle lagune è ancora fuori del patto di Carlomagno e non partecipa alle crisi della sua negazione; la Toscana, paralizzata dalla lotta fra Lucca e Pisa e dalle antitesi degli interessi marinari e terrestri, che tolgono a quest'ultima di accedere a una delle due leghe, rimane inerte, mentre la marca di Verona e l'antico esarcato vi entrano a seconda delle loro interessate inimicizie.

E intanto che la lega lombarda ottiene il trionfo del sistema municipale contro l'impero inteso a soffocarlo con una ripristinazione del regno, Roma e Palermo ripetono sopra altro terreno e con diversa forma la stessa rivoluzione. Poichè Federico per mantenersi sulla linea di Carlomagno appoggia dapprincipio il pontefice contro l'insurrezione dei romani e disonora la propria prima vittoria consegnando Arnaldo da Brescia ad Adriano IV, il senato romano, risuscitato alla morte di questo dallo spirito di Arnaldo, costringe l'imperatore ad entrare nella rivoluzione municipale col sostenere l'antipapa Vittore III contro Alessandro III presidente della lega lombarda; poscia alla pace di Costanza, che sospendendo la guerra ne riconosce le conquiste della rivoluzione, il senato romano ottiene dal papa Clemente III un trattato solenne, col quale gli sono riconosciute le stesse franchigie politiche degli altri comuni, onde poi Arrigo VI nuovo imperatore arrivando in Roma per incoronarsi deve trattarne contemporaneamente col senato e col pontefice.