La chiesa e l'impero, rimasti alleati saranno d'ora innanzi nemici: quella armata della teologia e del vangelo, questo della giurisprudenza e della tradizione. La chiesa, separata dai propri credenti, è un istituto autonomo e autocefalo che ha conquistato un posto unico nella storia, al disopra di tutti i regni e di tutte le leggi. L'universalità della sua missione, la divinità della sua origine, l'unità del suo principio danno ai suoi sacerdoti il potere sul mondo. Siccome abbraccia tutti, nulla le sfugge, nè un individuo, nè un'idea.
Ma contro di essa sta l'impero, vivente nella tradizione politica e sociale del mondo antico, vivo di tutte le libertà e i progressi del mondo moderno, custode della legge e protettore dell'indipendenza federale. Se il papa, arbitro di Dio, può dispensare da ogni obbligo e assolvere da ogni peccato, l'imperatore impone la fedeltà a tutti i contratti e punisce tutti i delitti; l'uno rappresenta l'arbitrio che unifica le leggi annullandole, l'altro la legalità che le precisa e le conserva. E in mezzo all'impero e alla chiesa, condannati ad estenuarsi nello sforzo impossibile di sopprimersi reciprocamente, la rivoluzione libera e liberatrice prepara nei comuni gli stati moderni formando negli individui ancora imperfettamente eguagliati dal cristianesimo ed emancipati dalla federazione, i futuri cittadini di Machiavelli e di Mazzini.
Intanto la geografia politica d'Italia si è profondamente mutata. Il papa regna su tutta l'Italia greca all'infuori di Venezia; in Sardegna, in Sicilia, in Corsica rappresenta la rivoluzione vescovile e la democrazia cattolica, alla quale deve restare fedele per non perdere i benefizi delle donazioni ottenute per dedizioni spontanee. L'antico regno conquistato da Carlomagno e mantenuto imperialmente da Ottone I è una federazione repubblicana, che ha la sua dieta a Roncaglia, le proprie democrazie nelle città dei vescovi, le proprie aristocrazie nei feudi dei conti, e costringe l'imperatore ad essere libero e legale. Questi due alti dominii, dividendo l'Italia in due grandi parti, nord e sud, dovranno urtarsi daccapo sotto la pressione di un progresso costretto ad equilibrarsi con uno scambio continuo.
Infatti la guerra si dichiara immediatamente fra i due trionfatori rivoluzionari, il vescovo e il popolo: l'uno personaggio prodigioso, interprete del cielo a nome di Dio e signore di tutto il dominio temporale, perchè solo dinanzi a lui cessa la legge feudale del conte, ultramondano nel significato e nella tendenza della propria politica; il secondo, strano, multiplo, produttore, commerciante, così innamorato della terra da atteggiare la speranza del paradiso come una ripetizione della vita terrestre. All'ombra protettrice del duomo questi ha costituito il proprio organismo e sbozzata la propria forma; la sua testa sono i consoli, tutte le sue altre membra la moltitudine; dopo aver acquistata la coscienza della propria originalità coll'associarsi al vescovo nella lotta contro il conte, comprende ora la differenza della propria bottega coll'altare, dei giudizi consolari nelle liti di terra e di mare colle ordalie. Ma circospetto nella propria audacia perseverante, si limita ad insinuare la propria libertà fra quelle dei conti, dei vescovi, degli abati, delle diete, dei re, senza nulla modificare delle apparenze, e come un diritto non meno antico dei loro.
Quindi i consoli affettano abilmente la propria antichità: le corporazioni delle arti si mutano in compagnie guerriere non ubbidienti più che alla loro voce laica: il primo popolo composto dei notabili della curia vescovile e comitale, annettendosi nuove famiglie estratte dalla moltitudine, seguita a rappresentarla per un diritto aristocratico di nascita simile a quello dei nobili: laonde distribuisce ai propri membri ogni funzione mutandosi in secondo popolo, più numeroso e compatto, più organico e più forte. Il vescovo è presto spodestato. I consoli, di minori fatti maggiori, invece di essere immobili nel proprio grado, come i vescovi e i conti, vi sono così fluidi da parere effimeri.
Laonde, rinnovati continuamente sotto l'occhio vigile del popolo, non ne sono che i commessi. La necessità per loro di derivare ogni forza dai cittadini, non avendo come il vescovo influenza di religione o autorità di tradizione, li costringe a supplirvi con un consiglio di anziani scelto proporzionalmente fra i vari quartieri e rinnovabili ad ogni sei o dodici mesi. Ma questo consiglio, del quale si trova l'embrione anche nell'epoca di Carlomagno, diventa una specie di senato pei massimi affari della repubblica nascente, al disopra del grande consiglio o assemblea riunita la prima volta da Arioaldo e da Erlembaldo nelle lotte vescovili di Milano. Il parlamentarismo essendo iniziato, presto se ne stabiliscono le regole. Infatti l'assemblea universale non viene riserbata che ai casi estremi, nei quali la città venga compromessa dall'accettare o ricusare ordini pontificii o imperiali: la sua influenza scema ogni giorno sotto l'azione aristocratica del secondo popolo, che organizzandosi si sovrappone alla moltitudine.
Il sistema elettorale del nuovo parlamentarismo, imitato su quello della chiesa che lascia alle proprie gerarchie la nomina dei membri, permette ai consoli di eleggere gli anziani, i membri della credenza, persino i propri successori. Il popolo è dunque un'aristocrazia borghese formantesi al disopra della moltitudine per concessione della moltitudine stessa. Tutti gli statuti comunali italiani del tempo provano abbondantemente tale forma di diritto elettorale, ma questa usurpazione del popolo è così accetta alla moltitudine che passa come inavvertita, e i primi anni dell'èra consolare sino al 1133 rappresentano l'età dell'oro nella storia italiana; tutto è fatto in pubblico per il pubblico; moltitudine e popolo, rappresentato e rappresentante, si confondono in una sola idea e in una stessa volontà, mentre la rivoluzione consolare prosegue la vescovile ritorcendo il diritto romano contro il diritto longobardo. Giustiniano diventa un idolo, Pepo ed Irnerio sono i nuovi eroi dell'epoca, tutta la politica dei consoli si riassume nell'accettare la posizione intervertita delle città imperiali e pontificie, rimanendo amici dell'imperatore e del papa a rovescio della loro sovranità.
Ma la rivoluzione consolare, per uscire nel secondo momento dalla propria oscurità e soppiantare il vescovo indarno resistente, deve elaborare la propria organizzazione parlamentare. Infatti i poteri al tempo stesso militari e civili dei consoli, troppo simili a quelli del conte, si scindono colla creazione dei consoli del comune e dei placiti, il numero dei quali, determinato come a Genova dal numero dei quartieri, cresce colla cifra variabile che rappresenta l'intensità della democrazia. Roma e Milano, quella coll'antipapa Anacleto II, questa col proprio vescovo Anselmo, affermano il secondo momento della rivoluzione consolare, affrettandolo anche nelle città regie, sempre più retrive delle romane, e sconvolgendo le regioni feudali per mutarne in consoli gli ultimi feudatari.
La reazione pontificia ed imperiale, riuscita vana contro la rivoluzione dei vescovi, deve quindi investire questa dei consoli sotto la doppia direzione di papa Innocenzo II e di Lotario III imperatore velfo. Il papa è inerme, l'imperatore poco armato, giacchè per marciare su Roma non ha che 2000 cavalli, mentre l'antipapa Anacleto II e l'anticesare Corrado III sono sostenuti dalle maggiori città. San Bernardo è il grande oratore della reazione, Arnaldo da Brescia l'eroe della rivoluzione: si assomigliano e si urtano, entrambi austeri, forti d'ingegno, inflessibili nel carattere. Se l'eloquenza del primo è maestosa come il corso di un gran fiume, quella del secondo ha l'impeto e il fragore di un torrente: se quegli illumina, questi abbrucia. San Bernardo ripete l'utopia di Gregorio VII; ad Arnaldo la rivoluzione consolare suscita nel pensiero l'utopia di una risurrezione republicana. Ma tutti i moti di questa reazione, fiacchi e discordi, falliscono; le grandi città ne trionfano, Ruggero Normanno, invincibile entro Palermo, vi ospita l'antipapa Anacleto, abbraccia il suo scisma, e riunendo nella forte mano tutto il mezzogiorno riordina il proprio regno in senso unitario e consolare, per ritornare poi console vittorioso nel grembo della chiesa costretta a sanzionare la sua rivoluzione.