Alla caduta del regno ogni città ha due capi, il conte e il vescovo. Il primo, anche se indigeno, è ancora uno straniero della razza distrutta degli invasori e ne conserva i diritti; comanda, non lavora, non produce. Sua legge è la spada, suo costume la rapina, sua virtù la violenza. Il secondo è del popolo, nel popolo, col popolo; nullo in diritto, muta in armi le proprie immunità e ne copre parte della popolazione; padrone di Dio, può dirigerlo contro ogni nemico; arbitro della religione, può schiacciare le più dure coscienze. Divampa la lotta: il conte per vivere deve decimare, taglieggiare, rubare; il popolo per vivere deve isolare, allontanare, sopprimere il conte. Ma davanti al vescovo, protetto e protettore dell'impero, il conte deve fermarsi; ecco il baluardo dietro il quale il popolo fulmina il conte, che l'impero abbandona seguitando nella distruzione politica del regno. La lotta eguale in tutti i comuni, grandi o piccoli, si svolge per fasi predeterminate: una prima rivolta, una prima espulsione del conte, probabilmente un suo ritorno, la sua cacciata definitiva, dalla quale viene l'esaltazione del vescovo, che sostituendosi al conte nella giurisdizione regia muta il comune in una specie di piccola teocrazia. Quindi la prima costituzione del popolo non esprime ancora che la fusione delle maggiori famiglie del comune, cioè della nobiltà del vescovado colla superstite corte del conte, mentre il resto del comune è appena il resto; ma la convocazione dell'assemblea popolare nella chiesa, cangiata così in parlamento e aperta a tutte le discussioni per abituare fra non molto al pericolo di tutte le congiure, rivela presto i primi lineamenti del nuovo stato. Ogni forma politica della storia attuale è dunque nata in chiesa e colla chiesa.

Milano, eroica avanguardia della nazione, condensa tutta la storia del tempo nella propria cronaca. Le vicende della guerra sono molte, il suo moto si propaga torcendosi sulle terre della chiesa contro i conti o i rettori nominati dal papa, si giova del terrore religioso gettato in tutte le coscienze cristiane dall'anno mille, investe i feudi incapaci di abbattere i loro capi feudali senza suicidarsi, costringe tutte le dinastie a popolarizzarsi. La famiglia di Canossa sfolgoreggia, l'altra dei Savoia aumenta, quella d'Este ramifica, e intorno ne spuntano altre cento. La rivoluzione guadagna Corsica e Sardegna, passa il Garigliano abolendo dogi e duchi, sollevando tutti i popoli del Mezzogiorno, riunendoli all'antica Italia, dalla quale si erano staccati all'urto della prima discesa longobarda. Mello, il grande eroe di Bari, per rovesciare la dominazione bizantina dei Catapani chiama i normanni dandosi all'imperatore Arrigo II; in Roma Gregorio VII, nemico dei conti e dei patrizi, compie contro l'imperatore, inteso a padroneggiare la grande urbe, sostenendovi i conti di Tuscolo, la stessa rivoluzione dei vescovi, e chiude per sempre il doppio periodo di Teodora e di Crescenzio.

Ma i continui appelli dei conti traccheggiati, sconfitti, scannati decidono l'impero ad una reazione.

Corrado II di Weibelingen discende le Alpi per mantenere in Italia l'equazione stabilitavi da Ottone I; la guerra è dunque fra legalità e progresso, tradizione ed innovazione, aristocrazia e democrazia. Senonchè la reazione, debole dappertutto, si logora in pochi scontri. Gli eroi della rivoluzione grandeggiano: Eriberto arcivescovo di Milano inventa il carroccio e lo addobba colle bandiere della vittoria; tutte le città sono chiuse, Bonifacio marchese di Toscana tratta coll'imperatore da pari a pari, l'esercito invasore o non vince o non conserva se non quanto può occupare. E la riconciliazione tra i vescovi e l'imperatore Arrigo III consacra presto la loro rivoluzione, mentre i normanni, poeti di un dramma fulgente quanto breve, ne precipitano la soluzione impadronendosi di tutto il mezzogiorno per riceverne ginocchioni l'investitura dal pontefice loro prigioniero, e che finalmente realizza così tutta l'antica donazione di Pipino e di Carlomagno.

Ma le città italiane non possono fermarsi all'espulsione del conte abbandonato nell'esilio dall'imperatore, poichè questi conservando il diritto di nominare i vescovi, può, collo sceglierli nella aristocrazia ostile al popolo, rialzare la tirannia abbattuta. Quindi la guerra ricomincia contro l'impero e nella regione della chiesa contro il papa per affidare l'elezione del vescovo ai preti e ai canonici del capitolo sempre in comunicazione diretta colla città.

Nella nuova lotta, anche più ricca di drammi, Milano conserva ancora il posto d'onore. Arioaldo è il santo, Erlembardo l'eroe di questa seconda guerra, che si ripete in tutte le città regie e romane guidate da un altro santo e da un altro eroe, S. Pier Damiano e frate Ildebrando di Soana. Pullulano i miracoli, risorgono le ordalie, tutti gli strattagemmi e tutte le armi sono impiegate per assicurare contemporaneamente la libertà del comune e della chiesa colla libera elezione dei vescovi e dei papi. Infatti frate Ildebrando, gigantesca figura di atleta fra tutti quei minuti combattenti, austero fino alla inflessibilità e nullameno duttile sino alla menzogna, instancabile, intrepido, infallibile, prosegue la rivoluzione nella libera elezione dei papi, finchè, papa egli stesso, dichiara la guerra del sacerdozio all'impero. Questa volta l'urto non è tra pontefice e imperatore, ma fra i principii che rappresentano; il conflitto accidentale delle loro volontà sovrane si cangia in un'antitesi inconciliabile di due idee. Gregorio VII con uno sforzo sublime di ardimento dichiara l'idea della chiesa superiore ad ogni altra e le sottopone conti, re, imperatori, città e popoli: reclama la libertà di tutte le nomine, di tutti i beni e di tutti i giudizi ecclesiastici. Il patto di Carlomagno si rompe, l'impero negato nella idea diventa pari all'antico regno longobardo. Mentre il papa ricusa di essere eletto dall'imperatore, questi ha d'uopo della consacrazione pontificia per essere tale. Gli imperatori sempre superiori al papato, che avevano salvato e ingrandito colle donazioni, vengono degradati da un loro vassallo; il papa, povero prete e semplice vescovo, che altre volte aveva pellegrinato mendicando al loro trono assolvendo i loro crimini e così spesso santificando i loro vizi, si erge improvvisamente loro innanzi come un giudice divino e un sovrano troppo alto perchè alcuna arma possa abbatterlo o qualche patto legarlo.

Ma nella mistura dei poteri politici di allora l'affermazione di Gregorio VII concludeva alla distruzione dell'impero, nel quale avrebbe nominato vescovi, grandi elettori, con un dispotismo unitario più terribile di quello stesso imperiale. Quindi la rivoluzione si scinde tosto passando con forti masse nel campo dell'impero. I preti stessi incalzati dalla riforma, onde l'austero pontefice li minaccia, recalcitrano opponendo al papa la storia del papato, accusando di utopia la sua idea, imbrogliandone il dibattimento; mentre la battaglia sta per avvampare colla forza indomabile di due principii sintetizzanti gli interessi di due mondi, e il popolo, sempre sicuro nell'istinto della propria storia, si prepara a rovesciare il vecchio impero sotto i colpi di Gregorio VII e il nuovo papato sotto quelli di un altro cesare rigenerato.

Nei quarantacinque anni della guerra per le investiture, dal 1077 al 1122, papa ed imperatore sembrano oscillare inesplicabilmente dalla sconfitta alla vittoria, poichè le città li seguono o li abbandonano secondo l'interesse della propria libertà; e quando cesare trionfa, le città lombarde passano al papa per ricondurlo sul campo di battaglia; quando questi prevale, Roma e le città della donazione passano all'imperatore per moderare il loro capo legittimo. Ma il vinto, rialzato sempre dalla politica cittadina contro il vincitore, è naturalmente condannato ad accettare il progresso dovuto alla propria sconfitta. Per governarsi in così difficili ed improvvise inversioni il popolo non ha che a guardare in faccia i nobili, i suoi eterni nemici, e a gittarsi ciecamente contro la vittoria imperiale o pontificia che li ha insuperbiti; finchè il moto arrestandosi lascia l'Italia emancipata e capovolta, colle città lombarde strette al papa e le pontificie alleate coll'imperatore.

Gli eroi di questa immensa tragedia finiscono tutti dolorosamente: Gregorio VII muore nell'esilio, Arrigo IV aspira invano al suicidio, incatenato dal destino alla vita come ad un supplizio; la contessa Matilde discende nel sepolcro avvolta nell'odio universale come in un sudario che le abbia gelato il sangue; ma nell'azione forse mai si videro più energiche e complesse figure.

Così, mentre Roma si era sollevata contro il papa e la Germania in ritardo si rivoltava contro l'imperatore moltiplicando le antitesi italiane per le proprie contraddizioni tedesche, la testa ancora troppo giovane di Arrigo IV aveva come girato su se stessa. Invano il cardinale Ugo Bianco e l'arcivescovo Gualberto di Ravenna lo guidavano contro il papa, da essi scomunicato alla dieta di Worms e al concilio di Pavia; l'imperatore atterrito dalle rivoluzioni cattoliche della Germania era venuto a scalpicciare seminudo e scalzo sulla neve nel cortile di Canossa, implorando perdono da Gregorio e dalla contessa Matilde. Ma, perdonato e ribenedetto, si era destato come da un brutto sogno al primo soffio della rivoluzione italiana, che lo respingeva irresistibile contro il papato. Quindi da abbietto penitente mutato in magnifico imperatore e in terribile generale stava già per sopraffare Gregorio VII e la contessa, quando la rivoluzione germanica lo arrestava ancora, l'imperatrice Adelaide lo copriva di calunnie. Milano incoronava suo figlio Corrado re d'Italia, la crociata di Pietro eremita gli scoppiava sul capo come un uragano, il papa consacrava l'anticesare Rodolfo, l'Italia spaventata dalle vittorie imperiali si riconciliava col papa, e la Germania lo aggirava per un laberinto di tradimenti nei quali perdeva se stesso e la vita. Così dopo settantadue battaglie Arrigo IV errava mendico come Belisario e fra tanta gloria moriva quasi sconosciuto. Però la guerra, cessata con Arrigo V suo figlio, si riaccendeva per sospendersi ancora ad un primo ed incredibile compromesso, nel quale papa ed imperatore rinunciavano ad ogni reciproca pretensione, l'uno a tutte le antiche donazioni, l'altro a tutte le investiture; finchè scoppiando come una rissa nella basilica di San Pietro al momento dell'incoronazione finiva al trionfo del pontefice Pasquale II e della rivoluzione liberata dal doppio patto di Carlomagno e di Ottone.