Sull'origine di questi si è fin troppo discusso, attribuendola più specialmente alla gilda longobarda o al municipio romano; ma l'una non fu mai che un'angusta e semplice associazione commerciale, e l'altro era già una istituzione distrutta dalle invasioni dei barbari, seppellita dal loro regno unitario e feudale. Del municipio non si avevano da gran tempo memorie nemmeno nelle città come Napoli sfuggite all'azione del regno, quando la gilda appariva la prima volta a Genova nell'anno 1161. Il nuovo comune non poteva essere nemmeno la curia sopravissuta a Ravenna sino al sesto secolo e così svanita negli altri, che i nuovi giureconsulti s'imbrogliavano sul senso della sua parola, e le costituzioni 46 e 47 di Leone il Savio verso l'anno 890 vi accennavano già come ad antichità male conosciuta e facilmente erronea. Il comune è il borgo, la città creata nella nuova storia dalle rivoluzioni del regno, dalle insurrezioni contro i re, dalla chiesa che dirige il popolo, dai vescovadi che succedono alle curie romane, dai nuovi rapporti politici che raggruppano le genti, dalle necessità di una continua difesa che arma tutti contro tutti, dagli ultimi modi della libertà e dell'indipendenza, dal nuovo spirito che creando l'individuo dava una nuova individualità a tutte le forme della sua associazione. La lotta fra le città romane e le militari affrettò in queste ultime la formazione del comune: il moto federalista protetto dallo stesso regno contro l'impero svolse la prosperità e lo spirito di tutti i centri costretti a muoversi sopra se medesimi individualizzandosi in una fisonomia originale, che provasse la loro potenza. Le stesse milizie privilegiate dei conquistatori regnanti, respingendo dalle proprie file i vinti, dovettero addensarli, renderli più compatti, forzarli ad organizzare in seguito qualche istituzione capace di ospitare il loro presente e di preparare il loro futuro.

Il comune, incominciato non si sa nè come nè quando, appare nella storia al terzo spostamento dell'impero con Ottone I che, sembrando crearlo con alcune concessioni, invece è piuttosto l'interprete che l'autore della rivoluzione comunale, un alleato anzichè un conquistatore, un presidente meglio che un re.

Dopo Ottone I i conti non hanno più assoluto potere sulle città; nessun re concentra più le loro forze; ogni traccia dell'organizzazione unitaria scompare; ogni centro ducale si frange: i municipii si preparano già a lottare fra loro per ripetere colla grandezza delle vecchie marche la gloria di una vita, che la storia ammirerà per tutti i secoli. Invano alla morte di Ottone I Arduino d'Ivrea ritenta i moti di Berengario, ultimo pretendente; la sua proclamazione non è più che una commedia, la sua rivoluzione una rivolta, la sua impresa uno sbaraglio, la sua vita un brigantaggio, la sua fine in un convento una codardia. Quando più tardi nel 1024 un'altra cospirazione offre il regno italico a Guglielmo III duca di Aquitania, questi meno spaventato ancora da una guerra colla Germania che dalla sacrilega necessità di deporre tutti i vescovi ostili, declina l'offerta. I vescovi sono dunque i difensori della rivoluzione, che secondo l'antico disegno sviluppa il progresso della democrazia col tragico mezzo di una decadenza politica.

Ma la distruzione del regno, ottenuta con tanto sagace fermezza di propositi dalla chiesa, colpisce il dogado romano creato dai papi di Teodora e di Marozia, e distrugge la vecchia aristocrazia romana, mutando il nuovo papa in un vice-Dio delle moltitudini. La feudalità del contado insorge contro il patriziato romano, mentre per la recente donazione di Ottone le città romane si atteggiano invece a democrazia federale contro Roma umiliata dal pontefice oramai più imperiale che romano, e la suprema reazione repubblicana di Crescenzio, idealizzato poi da un patriottismo archeologico e allora abbandonato da tutte le forze vive del tempo, soccombe in un dramma mescolato di assassinio.

Così per impadronirsi di tutta l'Italia Ottone I, invertendo la propria politica, cerca invano di ricostituire intorno a Capua, la feroce, un ducato vasto quanto un regno, giacchè non ostante l'aiuto di Pandolfo Testa di Ferro, feudatario e bandito di genio, ogni tentativo vi fallisce. Tutte le repubbliche si collegano con Bisanzio per sottrarsi a questa nuova minaccia di dominazione unitaria, Napoli insorge, Amalfi resiste, Venezia ricusa ogni tributo, Bari accetta il Catapane bizantino e diventa la Ravenna del mezzogiorno, finchè Capua stessa, presa nel movimento greco, si desta per sempre dal proprio ultimo sogno longobardo, e del regno si dissipa persino il ricordo.

Vescovi e consoli.

Il comune è la prima grande originalità della nuova storia. Romani e barbari, regno ed impero, non si mostrano più nella sua formazione: l'antica città greca e romana, che sviluppando l'idea dello stato politico aveva riempita la storia antica, non risorge nel comune, creazione di nuovi uomini in lotta per nuove libertà e che posseggono già le due idee universali della chiesa e dell'impero. Il comune non vuole diventare regno, non cerca la sovranità politica ma l'indipendenza sociale. L'impero è lo stato, la chiesa l'umanità; esso invece è la patria composta forse di poche case, circoscritta a un minimo territorio, che l'ombra della cattedrale basta a coprire e a difendere. Il comune, agglomerazione di famiglie ed associazioni d'industrie livellate dagl'invasori coll'oppressione ed uguagliate dalla chiesa colla propria libertà spirituale, deve svolgersi; se non riuscisse a crescere bisognerebbe ritornare al sistema pagano della servitù per mantenere la produzione, e il regresso nella storia è impossibile. Stranieri l'uno all'altro, i comuni non hanno nazione: chiusi nell'egoismo come in una corazza infrangibile, resistono a tutti i colpi, si dilatano senza mutare idea; sempre preoccupati di produrre tutto in se stessi e per se stessi, paiono la negazione delle due grandi unità mondiali della chiesa e dell'impero, ed invece ne sono la conferma, giacchè la nuova patria separata dall'idea di nazione potrà nella futura fusione dei comuni e nella formazione dei massimi stati evitare la separazione dell'antico mondo, nel quale ciascun popolo considerava barbari e nemici tutti gli altri.

Le guerre dei comuni non avranno, per quanto atroci, i due caratteri antichi dell'odio di razze e della conquista politica, ma i grandi comuni assorbiranno i piccoli, lasciando loro i più essenziali caratteri. Gli interessi agricoli, commerciali, industriali saranno i motivi della politica comunale, mobile, feroce, senza scrupoli, piena d'indulgenze, di ritorni, di contraddizioni; capace di prendere le più varie forme politiche, di resistere a tutti i drammi, di sottomettersi a tutte le autorità, di ribellarsi a tutti i dominii per accrescere la libertà sociale, di agire, di produrre, di arricchirsi, di creare tutta quella civiltà, che dura ancora ed ebbe nel Rinascimento un meriggio senza pari nei giorni di tutte le storie.

L'Italia comunale non volle mai unificarsi in regno come molti storici dell'attuale periodo rivoluzionario hanno preteso: le due lotte del regno contro l'impero romano e il bizantino, e dell'impero franco e germanico contro il regno, non avevano nella storia altro scopo, e non vi rimasero con altro significato che la formazione del comune; il quale percorrendo tutta la propria gamma doveva sviluppare il concetto e la forma dello stato moderno. Soffocarlo allora per la formazione di un regno nazionale sarebbe stato un capovolgere le leggi storiche, e un volere la fine negando il principio.

La nuova lotta dei comuni contro l'impero non era per distruggere la sua tirannia ideale, ma per togliergli la dominazione ereditata dal regno, colla quale contrastava allo svolgersi della nuova vita. L'èra dei comuni si chiude come in una parentesi fra la caduta del regno e il sorgere dei principati. La rivoluzione comunale procede contro nobili, regi e feudali vigilanti come scolte nemiche; la cattedrale è la sola fortezza del comune, il campanile la sua unica torre.