I masnadieri.
Quindi in una milizia formata e riformata di bande, atea e superstiziosa, più feroce che intrepida, più rapace che disciplinata, al servizio piuttosto di una parte che della patria, non frenata dalla disciplina di un vero governo, nomade, avventizia, sognante le baldorie della pace per scialacquare le poche ricchezze rubate nella guerra, indifferente alle idee dei propri capi dei quali non poteva mai nè comprendere la politica nè partecipare ai trionfi, era naturale si formassero delle bande pronte a convertire quell'esercizio in mestiere, profittando dell'incessante bisogno di soldati e della poca passione alla milizia nelle moltitudini cittadine e campagnole. Da principio queste bande non saranno state che avanzi di eserciti disciolti, specialmente stranieri, chiamati in Italia dalle guerre regie o imperiali: e che abituati a vivere di guerra e nella guerra, trovandosi fra popolazioni stanche e poco armate, avranno fatalmente sognato di vivervi taglieggiando e assassinando, al servizio di qualche feudatario o di qualche comune. Le critiche del Machiavelli alle compagnie di ventura, e la mancanza di eserciti nazionali da lui spiegata coll'influenza ascetica del cristianesimo; le sue accuse all'antico impero romano di assoldare truppe estere, e ai signori italiani di copiare questa corruzione dei cesari per meglio corrompere e soggiogare i cittadini, non sono che puerilità rettoriche. L'Italia non aveva e non poteva allora avere eserciti nazionali perchè priva dell'idea di stato e di quell'organizzazione governativa, che dall'unità politica deriva i mezzi costanti della difesa. Se il combattente è possibile in tutti i luoghi e in tutti i tempi, il milite è un carattere storico, che presuppone un ambiente e una serie di fatti politici senza i quali diviene assolutamente impossibile immaginarlo.
Certo i signori disarmarono l'Italia per meglio regnarvi, ma questa loro politica fu una necessità del secolo nel quale i soldati non erano che partigiani e il progresso esigeva l'annullamento di tutti i partiti nella unità fecondatrice delle signorie. Industria e commercio, agricoltura e manifattura, arti e scienze non potevano avanzare che a questa condizione. D'altronde la massa del popolo aveva sempre odiato la milizia come conseguenza e incarnazione della conquista regia. Tutte le rivoluzioni dei vescovi, dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, dei tiranni racchiudevano quest'odio, giacchè ogni loro movente veniva da una idea di emancipazione economica o politica, e l'ostacolo più forte ad ottenerla era appunto la soldatesca. I cittadini, per una delle solite antitesi della storia, si erano mutati in soldati per odio alla milizia. Quindi al trionfo della signoria, che rendeva inutile questo contradditorio sacrificio, il popolo rispose con gridi di una gioia, della quale si trovano ancora le parole nei cronisti. Una delle migliori leggi dei Visconti, secondo Azario cronista milanese, fu che il popolo non andrebbe più alla guerra; il Villani fiorentino è della stessa opinione, tasse sull'argento, sul sale, sulle campagne, liberarono dall'obbligo del servizio militare, formando il primo bilancio della guerra, la quale d'ora innanzi doveva esser fatta dai mercenari.
Infatti la sostituzione degli avventurieri ai cittadini facilitava la vittoria alle signorie più ricche contro le vicine republiche più esili e povere. Dal momento che il moto delle signorie, sommergendo le vecchie parti, imponeva a tutti il bisogno di una pace più equa di quella dei podestà e più sicura di quella dei tiranni, le signorie capaci di assoldare molte soldatesche dovevano fatalmente trionfare di quei liberi comuni inetti a trasformarsi secondo la nuova idea politica. Torme di mendicanti armati, lontani discendenti dei gladiatori, percorrevano dunque tutte le vie d'Italia e ne conquistavano le città dietro gli ordini di un invisibile signore troppo superbo per degnarsi nemmeno di assistere alle loro vittorie. Una perfida e sapiente finanza calcolava quindi nel segreto dei gabinetti quante barbute o fiorini costasse una città: la vittoria non era più che un conto aritmetico, e il vero campo di battaglia un banco. Tutto vi era valutato e pesato coll'oro; il popolo accettava questa nuova originale forma di guerra come la più economica e rapida liquidazione medioevale: inutile parlare di virtù, di diritti, di patriottismi. Poichè le unificazioni regionali delle signorie dovevano trionfare del vecchio atomismo comunale, il modo del loro trionfo predeterminato dalla storia diventava superiore a tutte le recriminazioni della morale. Ma in questo commercio militare il disordine apparente è tale che spesso toglie all'occhio dello storico di seguire con precisione il corso delle idee e il contorno dei fatti. La soldatesca, passando da signore a signore, da mercante a mercante, moltiplica rotte e vittorie, arresta a mezzo ogni impresa, scompagina tutti i disegni, sembra confondere tutti i risultati. Le signorie basate sovra di essa oscillano e a certi momenti paiono presso a sommergersi, ma questo tumulto militare non potendo rompere la propria cornice storica, ogni signoria conquista finalmente tutto il raggio della propria naturale espansione.
Fino dall'epoca dei tiranni, bande di mercenari servivano nella guerra senza vera organizzazione: residui di eserciti e avanzi di forca erano assoldati e congedati senza troppo pericolo. Ma nel dilatarsi delle tirannie il numero delle masnade crebbe colla necessità politica nei governi di avere una forza armata per disarmare le parti; e tutti questi masnadieri sentirono il bisogno di organizzarsi per facilitare i propri contratti e sottrarsi ai pericoli della pace, che li abbandonava affamati e sbandati in mezzo a popolazioni ostili. Senonchè, diversi di razza, attratti da tutte le contrade d'Europa all'incendio sempre vivo delle guerre italiane, selvaggi e corrotti, non potevano avere altra organizzazione che la personalità di un capo, il quale li reggesse coll'arbitrio e li nutrisse colla vittoria. I Tolomei di Siena, Marco e Lodrisio Visconti furono i loro primi duci; ma troppo partigiani per tale ufficio vi perirono o condussero a perdizione le compagnie. A Guarnieri duca d'Urslingen era riservata la gloria sinistra di organizzare le compagnie di ventura nel 1342. L'iscrizione «nemico di Dio, d'ogni pietà e d'ogni misericordia» che egli portava con satanico orgoglio sul petto, minacciava tutta l'Italia inerme e nullameno ancora abbastanza forte per mutare questo nuovo torrente di armati in un canale irrigatore della propria politica.
Infatti il duca Guarnieri, scannando, incendiando, devastando, serviva sempre la politica del tempo, abbatteva colla propria città nomade tutti i vecchi ripari guelfo-ghibellini, sollecitava colla propria spada insanguinata i comuni retrivi, assoldato segretamente o palesemente dai più grossi signori, ma sempre estraneo ai risultati di tutte le lotte. Dietro lui spuntano gli imitatori. Frate Moriale perfeziona l'organamento del campo fino a sorpassarvi l'ordine delle migliori città; quindi mistico e feroce, mercanteggiando con scrupolosa onestà ogni più ribaldo ladrocinio, cade in un agguato tesogli da Cola di Rienzi e vi perde la vita. Annichino Bongarten, Alberto Sterz prendono il suo posto per sparire nell'ombra spaventevole di Giovanni Hawkwood, detto Acuto, che alla testa di masnade inglesi supera tutti nella prontezza delle mosse e nella crudeltà delle devastazioni. Questo bandito di genio non solo vince i migliori capitani del tempo durante tutto il periodo delle reazioni imperiali ed aragonesi, ma finisce genero di Bernabò Visconti, al servizio della chiesa, arricchito ed ammirato dalla republica di Firenze, che gli erge un monumento.
I condottieri.
Ma il masnadiero mercantilmente imparziale, che si vende a tutte le ragioni di guerra in un paese incapace di comporsi eserciti nazionali, deve naturalmente destare la concorrenza dei masnadieri indigeni. Infatti una forte reazione determinata dagli orribili eccessi di queste bande, che nessun danaro pagava mai abbastanza e nessun capitano poteva frenare, prorompe da tutte le contrade d'Italia. Urbano V e Caterina da Siena eccitano Alberico da Barbiano contro gli inglesi e gli altri mercenari devastatori: questi li distrugge e diventa così il primo condottiero d'Italia. Quindi con istinto di gran capitano muta la tattica, raddoppia la disciplina e l'ascendente nel proprio esercito: invece di esserne il capo, ne è il padrone; arruola, compra soldati, li annulla nella propria compagnia, li possiede come tanti alberi di un podere, che può vendere ad altri o lasciare in eredità al proprio figlio. Le prime bande nominavano i capi dominandoli come i comuni facevano coi podestà; il nuovo condottiero applica la signoria all'esercito e vi diventa signore.
A questo punto si dichiara la guerra tra la signoria mobile del campo e la signoria ferma della città: questa, costretta a servirsi di quella per vivere, sente che può soccombere nell'alleanza e destarsi un mattino avendo cangiato di signore; quella, costretta a vivere di battaglie e a conquistare città, cerca istintivamente una cornice dove fissarsi. Il signore temerà spesso le vittorie del condottiero, il condottiero i tradimenti del signore, ed entrambi periranno entro l'orbita delle signorie spingendole colla propria lotta alla necessità dei principati. Si direbbe che l'ondulazione di tutti i campi armati si allarghi sempre più per annegare signorie e republiche. Dovunque sorgono condottieri ferrati, impennacchiati come tanti cavalieri di una decorazione fantastica, cinti d'eserciti rumoreggianti. La loro vita di guerra impone la prova della guerra a tutti i governi; le conseguenze della guerra gettano nella miseria tutti i paesi. Il denaro diventa sola ricchezza e unica forza. I signori disarmati non possono fare a meno dei condottieri, che alla lor volta debbono essere capi politici per orientarsi in questo tumulto di battaglie governato dalle necessità della finanza entro la cerchia naturale delle signorie e illuminato dai fuochi fatui delle vecchie libertà.
Milano, la più ricca delle signorie, stipendia i più illustri discepoli di Alberico da Barbiano per schiacciare gli stati limitrofi e proseguire nel torbido sogno di conquista regia. Ma l'impresa d'Italia, troppo superiore alla ricchezza di Milano, ne immiserisce così i sudditi che alla morte di Giovanni Galeazzo, nel 1402, molte rivolte la compromettono; e Firenze stringe col papa, col marchese d'Este, Venezia, Padova, Rimini, Ravenna e Alberico da Barbiano una terribile lega di guerra contro l'unitaria metropoli. Le insurrezioni squarciano come tante mine lo stato milanese: la reggente ridotta agli estremi cede al papa Bologna, Perugia ed Assisi; i condottieri milanesi disertando s'impadroniscono di altre città; il marchese di Monferrato piomba su Vercelli e Novara: Vicenza, Feltre e Belluno si danno a Venezia; tutto pare perduto, la reggente muore avvelenata, a Milano stessa i guelfi inalberano la croce rossa nel quadrivio di Malcantone.