Senonchè la signoria milanese non può perire: i due figli di Galeazzo, Filippo Maria e Giovanni Maria, resistono l'uno a Pavia e l'altro a Milano; poi alla morte di questo, pazzamente sanguinario, pugnalato nel 1412 dentro la chiesa di S. Gottardo, e col ritorno all'unità del potere, la fortuna milanese si ristora. Una stessa crisi finanziaria strema la grossa metropoli e quasi tutte le città insorte contro di essa in nome delle vecchie indipendenze comunali storicamente impossibili. Le autonomie morte non debbono risuscitare; i condottieri conquistando qualche città non possono mutarvisi in signori sotto pena di dover tradire l'esercito in una miseria senza paga che lo dissolverebbe. Quindi Filippo Maria, sposando la vedova di Facino Cane, che gli porta in dote l'esercito e le città del morto condottiero, riprende tosto l'offensiva per riconquistare quasi tutto il proprio stato e proseguire la guerra di Giovanni Galeazzo contro la federazione republicana di Firenze, di Venezia e della chiesa. I suoi eserciti diventano terribili, ma egli, più terribile ancora, domina colla propria signoria ferma le signorie volanti dei condottieri: diffida di loro, li inganna, li tradisce; tutti soccombono davanti all'impenetrabilità della sua politica, Carmagnola, Piccinino, lo stesso Francesco Sforza, l'uomo più grande del secolo che arriva sino a sposare la figlia di lui e deve fuggirlo, combatterlo, e alla sua morte, nel 1447, non può raccoglierne l'eredità perchè Milano ritenta in se stessa l'ultima prova della republica.
Ma in due anni Milano si convince che la republica sarebbe il ritorno dell'anarchia guelfo-ghibellina colla perdita della Lombardia, per l'impossibilità militare di difenderla contro Firenze e Venezia senza gli eserciti di Francesco Sforza. Quindi allo spirare dell'ultimo contratto, quando questi passa al nemico e assale Milano, la republica scompare, e la signoria ritorna più forte col nuovo signore che rinuncia a tutte le pretensioni regie del genio visconteo.
Le crisi dei Visconti si ripercuotono in tutte le altre famiglie regnanti; nessuna di esse per abilità politica o per fortuna può evitare la terribile prova imposta dai condottieri alla loro finanza e quindi alla loro vitalità. Molte vi scompaiono o vi sopravvivono così deboli che le signorie vincenti le conquisteranno. Un tumulto di drammi affretta il finale delle famiglie condannate; subitanee incandescenze republicane illuminano i tramonti sanguinosi delle signorie vinte. La miseria delle plebi, il numero degli eserciti devastatori, le sovranità improvvisate dai condottieri, le resistenze dei signori, l'irresistibile dilatazione delle maggiori signorie, lo splendore delle arti sorridenti in mezzo a tutte le catastrofi, le tragedie di una politica sempre misteriosa anche nei propri trionfi, atteggiano e colorano una scena storica così variamente bella ed orribile che nessun ingegno di storico potrà mai riprodurla. Le autonomie romagnole agonizzano; Firenze e Venezia, unite nell'inimicizia di Milano, stanno per scontrarsi nell'antica Pentapoli; Ferrara rimane sul Po come baluardo ancora necessario contro le possibili eccessive espansioni delle regioni transpadane. Mantova, simile ad una rocca che spunti da un padule, ha la sicurezza dell'una e la sinistra quiete dell'altro; Urbino si leva fra i monti umbri come una stella; sopra altri monti dal castello dei Savoia esce una luce fosca che non arriva ancora a mescersi cogli altri splendori d'Italia. Amedeo VIII, succeduto al Conte Verde e al Conte Rosso, padrone finalmente di Ginevra e del Piemonte e della Savoia, guardando dalla cima della propria alpe l'Italia, si sente bruciare nelle pupille la fiamma del primo sguardo di Annibale ritto sulla vetta del S. Bernardo; ma i suoi occhi si offuscano, la sua ragione vacilla, e finisce imitando l'avolo Umberto III col fondare in Ripaille un ordine di cavalleria monastica e col farsi, nel 1439, dal conciliabolo di Basilea consacrare vescovo, nominare cardinale, eleggere antipapa col nome di Felice V. Quindi il suo sogno della conquista d'Italia, pel quale nove anni dopo mandava il proprio figlio Luigi a Milano per proporre scioccamente alla republica di sottomettersi ai Savoia, vanisce nel trionfo di Francesco Sforza: il suo dramma di antipapa conclude ad una farsa, nella quale abbandonato dai fedeli, destituito dalla chiesa, può conservare come privilegio di pazzo e di fanciullo il diritto di vestire per tutta la vita gli abiti pontificali.
Ma la rivoluzione dei condottieri, distruggendo le ambizioni regie di Milano e imponendo a tutte le signorie la liquidazione della guerra e della finanza, riassicura il progresso storico tendente alla costituzione di stati maggiori, perchè solamente questi potranno, imprigionando la mobilità militare di quelli, impedire alla milizia, che deve proteggerne la vita, di contrastarne il necessario sviluppo.
Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche.
A Firenze le conseguenze delle guerre nelle ultime reazioni aragonesi e contro i Visconti avevano prodotto quello stesso malcontento di tutte le altre signorie.
La republica interamente guelfa non poteva sottrarsi all'imminente rivoluzione. Infatti Salvestro dei Medici, forse il più grosso mercante e il più fino politico fiorentino, riuscendo come gonfaloniere a diminuire l'autorità dei capitani del popolo, riabilita gli ammoniti ed infligge alla costituzione republicana e al partito degli Albizzi il primo colpo. Come sempre, una rivolta precede la rivoluzione mettendo a soqquadro la città, bruciando, uccidendo. I Ciompi, plebei e cenciosi, sfogano l'antico odio contro i borghesi padroni della republica; le arti minori si levano per domandare la parità colle maggiori; la passione dell'uguaglianza fa dimenticare l'antico amore dell'indipendenza; l'amnistia dei ghibellini naturalmente amici dei plebei, la sospensione di ogni processo per debito di cinquanta ducati e l'abolizione degli interessi del debito publico, mutano il governo e la fisionomia di Firenze. Ma questa insurrezione plebea non può raggiungere il proprio scopo nella signoria. Perciò Michele di Lando, docile strumento in mano di Salvestro dei Medici, l'arresta subitamente per essere anche più presto rovesciato dalla reazione povero e coperto di gloria. Il suo pietoso eroismo e la sua politica imbecille lasciano Firenze nella medesima necessità di scegliere fra una restaurazione della borghesia nemica del popolo ed incapace di progresso in quella ormai troppo lunga contesa dei Ricci e degli Albizzi, o un'altra rivoluzione signorile che riassumendo il potere nelle mani dei Medici dia a Firenze la forza unitaria e l'ordine interno di Milano.
Firenze incalzata dal moto italico sceglie presto: nove anni dopo la ristorazione republicana, nel 1391, una sedizione plebea acclama la signoria di Vieri dei Medici; nel 1424 Giovanni dei Medici, oramai piuttosto signore che privato cittadino, sempre colla stessa politica ottiene la legge del censo, che aggrava i ricchi e rianima il popolo minuto; nel 1433 l'ostracismo di Cosimo dei Medici, provocato dagli Albizzi troppo timidi per assassinarlo, decide della rivoluzione; Cosimo è richiamato dopo un anno fra ovazioni dementi, e la dinastia è fondata.
Secondo la legge del progresso italiano la signoria ha ucciso la republica. Coi Medici la tirannide faziosa delle grosse famiglie cessa; il popolo si mescola alla borghesia troppo privilegiata; il governo, sottratto alle parti incapaci di pensare al di sopra di sè medesime e di agire oltre l'orbita del proprio interesse, acquista improvvisamente altrettanta limpidezza nelle idee che sicurtà nelle mosse: tutta Toscana sente la nuova forza di Firenze che sta per rivaleggiare di grandezza con Milano.
A Siena, rivale di Firenze, una rivoluzione simile a quella dei Ciompi riesce ad una eguale ristorazione republicana: ma la crisi aggravandosi ogni giorno consiglia invano ai Salimbeni, capi ghibellini, la dedizione ai Visconti, poichè Milano, incapace nella propria catastrofe del 1402 di reggere così turbolenta republica, deve abbandonarla a nuovi drammi. Allora Siena, straziata dalle fazioni, tradita dai condottieri, vede finalmente Pandolfo Petrucci alla testa della plebe imitare i Medici di Firenze: lo decapita nel 1456 con dieci seguaci, ma senza sottrarsi per questo alla fatalità della sua dinastia. Più crudele di Siena, Perugia scatena nella stessa ora storica la propria plebe contro i nobili e la frena colla reazione borghese dei Raspanti; poi, vinti questi nel 1389 da Pandolfo Baglioni, che accenna così alla futura signoria della propria casa e finisce come Pandolfo Petrucci, passa dalla tirannia improvvisata del condottiero Biordo Michelotti, tosto assassinato, al dominio di Milano, della chiesa e di Napoli per risorgere sfolgorante fra le vittorie di Braccio da Montone, ben più illustre condottiero e nullameno costretto, malgrado l'altezza del proprio carattere, a riprodurvi la tirannia del predecessore. Ma alla sua morte in battaglia ricompaiono i Baglioni, dapprincipio abili e modesti come i Medici, finalmente signori nel 1488.