Vitellozzo Vitelli s'insignorisce di Città di Castello; Lucca, condannata a morte come Pisa, già comprata da Firenze per 200,000 fiorini, oscilla dalla republica alla signoria dei Guinigi con silenziose ondulazioni di cadavere senza potersi arrestare nè all'una nè all'altra; Genova consuma nella stessa crisi oltre quaranta governi. La sproporzione della sua grandezza marinara colla sua esiguità territoriale non difesa come a Venezia da paludi imprendibili obbliga la superba republica a riprendere lo stesso atteggiamento del mille, quando sotto la dipendenza di Milano e coll'aiuto della Lombardia romana poteva ancora prosperare in una libertà e in una industria indigena. Quindi accumula rivoluzioni su rivoluzioni, alternando dogi di tutti i caratteri e di tutti i partiti, sino a ritornare col Giustiniani al dogado annuale e all'antica anarchia, per cadere poi sotto il tirannico protettorato della Francia nella esasperazione di tutte le parti. Ma il suo genio commerciale supera nullameno la crisi della miseria coll'istituzione della banca di San Giorgio, prima e massima originalità del mondo economico moderno, specie di signoria finanziaria così superiore alla signoria politica da governarne le mosse e dirigerne le idee, come la signoria mobile dei condottieri s'imponeva a quella ferma di tutti i signori grandi o piccoli. Laonde un'altra rivoluzione, nel 1408, scaccia i francesi di Boucicaut e rianima le fazioni dei Guarco e dei Montalto, avvicendando gli Adorno e i Fregoso, finchè uno di questi ultimi consegna Genova con tutte le dipendenze a Filippo Maria Visconti alle stesse condizioni già accettate dalla Francia e dietro un pagamento di mille fiorini. Però le sommissioni di Genova non sono mai che formali; i partiti seguitano a dilaniarvisi, la republica si rivolta, imbroglia di drammi smozzicati la propria cronaca, avviandosi sotto la mano poderosa e leggera di Paolo Fregoso, furfante di genio, verso la signoria dei Doria.
A rovescio di Genova, lanciata a tutti i venti dalle esplosioni incessanti della propria politica, Venezia immobile nelle lagune acumina la spaventosa piramide del proprio governo impressa di arcani geroglifici e scavata internamente da misteriose prigioni, mettendo il consiglio dei tre sopra quello dei dieci, arrivando così all'ultima condensazione politica di una republica troppo forte per tramontare colla dittatura in una monarchia. Il nuovo tribunale dei tre inquisitori, stabilito occultamente dal 1400 al 1450, è ancora più tremendo ed iniquo di quello dei dieci: la sua esistenza è un mistero, la sua autorità vigila nell'ombra più grande dell'ombra stessa. La ragione di stato è il suo solo diritto, la sua giustizia deriva dalla negazione di tutte le giustizie, la sua idea immota, immensa, eterna, è Venezia. Tutti gli altri ordini non sono più che strumenti di questo supremo consiglio, il quale sembrando un triumvirato non contiene nè differenze di persone, nè gradazione di principii. La rivoluzione della signoria ha quindi raggiunto in Venezia l'ultima perfezione. Poco dopo eccola discendere ricca, compatta, silenziosa attraverso l'allegria del proprio popolo dispensato da ogni pensiero, verso terraferma; ereditare da Aquileja, la grande città romana, un'altra potenza; dall'Oriente, invaso lentamente dai musulmani, girare lo sguardo su tutta la Lombardia oltrepassando il Po, misurando terre ed avversari. Padova, Verona, Belluno, Vicenza, Rovigo, Treviso, tutto il Friuli è già veneziano; Guastalla, Brescello, Casalmaggiore sono già comprati, il Po non sarà un impedimento per un governo che domina sul mare e ha stabilimenti in tutto l'Oriente. Un'immensa fiamma di orgoglio illumina il genio veneziano, quando, nel 1421, il senato discute se debbasi continuare la guerra o sottoscrivere la pace rispettando i confini di Milano, diventata rivale ben più vicina e più vera di Genova. Foscari senatore spinge Venezia alla conquista d'Italia in questa guerra spietata di denari e di condottieri, nella quale la vittoria deve rimanere infallibilmente al governo più solido e più ricco. Il doge Mocenigo, atterrito da una conquista che dovrebbe fatalmente mutare il carattere di Venezia, insiste per la pace, e riesce a mantenerla sino alla propria morte. Ma Foscari nominato doge torna alla guerra, prende Brescia e Bergamo, semina l'oro, conquista Lonato, Valeggio, Peschiera, Crema; passa il Po, entra in Romagna, compra Cervia, acquista Ravenna. Il denaro di Venezia basta a tutte le guerre, la sua perfidia supera quella dei condottieri, ai quali dà un esempio indimenticabile decapitando il Carmagnola.
Alla Venezia marinara succede la Venezia di terraferma: mentre la sua decorazione e le sue ricchezze sono ancora bizantine, il suo carattere e la sua azione sono già così italiane che tutti gli stati d'Italia, spaventati dalla sua subita irresistibile espansione, pensano al come costringerla nella loro federazione, penoso e prezioso risultato di tutte le rivoluzioni anteriori.
Trionfo delle capitali.
Poichè i condottieri forzano colla propria crisi finanziaria e militare le signorie a ricomporsi sopra base più larga di territorio e di democrazia assumendo le forme di tanti principati indipendenti, tutte quelle città che non possono mutarsi in capitale, debbono soccombere. La loro lotta dell'ultim'ora può variare dalla tragedia più cupa alla commedia più spudorata, ma lo scioglimento ne è pur sempre il medesimo: il popolo minuto, i plebei di città e di campagna abbandonano i piccoli signori incapaci di resistere alla politica delle grosse signorie e alle armi dei grandi condottieri. Al momento della resa alcune città, come Verona, pesano le forze e le ricchezze di Venezia e di Milano per servire almeno sotto il più comodo signore; Padova produce nell'ultimo dei Carraresi forse il suo più simpatico eroe; Obizzo da Polenta offre spontaneo Ravenna alla servitù e se stesso alla morte, che Venezia gli riserba; gli Appiani vendono Pisa a Firenze, e col suo prezzo improvvisano la minuscola signoria di Piombino, rifugio di corsari mutato così in riparo di barattieri; Corrado Trinci a Foligno sembra riassumere nell'ultimo giorno di comando ogni demenza e ferocia delle rivoluzioni anteriori. Mentre la casa di Savoia si dilata verso la Svizzera e il Monferrato, Milano e Venezia occupano tutto il Lombardo, e quest'ultima penetra nella Romagna; nel momento che Firenze sovrasta a tutta la Toscana, contando a Siena gli anni estremi di vita, la chiesa si espande anch'essa, conquista, spiana città, chiude l'èra delle ribellioni, sperde perfino i ricordi della feudalità e dei comuni indipendenti. Diciassette fra piccole signorie e republiche scompaiono, semplificando la geografia politica dell'Italia, che lavora, s'insanguina e progredisce verso nuove e maggiori circoscrizioni.
L'indipendenza, necessaria nei secoli anteriori pressochè a ogni comune, ora si concentra nei massimi; tutti gli altri, incapaci di mutarsi in stazioni originali del pensiero italico, debbono sottomettersi serbando intatta la propria vita locale. Il regno è impossibile, i principati sono necessari. Il popolo livellato da una nuova democrazia, che sottopone tutto al signore e sta per dare alle guerre l'importanza di un fatto, nel quale tutte le anime di una regione sono unificate, si avvicina alla doppia idea del cittadino e dello stato. Le miserabili autonomie, le selvatiche indipendenze antiche non sarebbero più che un ostacolo alla nuova vita e un controsenso per la recente ragione: così malgrado il disperato eroismo, col quale si difendono o tentano di risorgere, debbono ripiombare nell'impossibilità del passato. Invano Pavia, Tortona, Vercelli vorrebbero riapparire nella storia, più invano a Crema, a Lodi, a Cremona, ad Alessandria ripullulano le vecchie dinastie; più inutilmente ancora i condottieri, sostituendosi a queste colla loro giovane originalità, ritentano l'assurdo problema di storiche risurrezioni. L'impeto di Facino Cane, la sanguinaria perfidia di Othobon Terzi, il genio di Gabrino Fondulo che arriva sino all'idea di precipitare dall'alto del proprio terrazzo di Cremona l'imperatore e il papa, suoi ospiti e protettori, e sale il patibolo coll'unico rimorso di non averlo fatto, sorpassando così colla propria morte i migliori finali di tutte le tragedie, non possono impedire la razionalità del nuovo assetto politico. Solo Francesco Sforza, il più profondo di pensiero e il più sobrio di azione fra tutti, giunge alla signoria di Milano, ma innestando la propria famiglia sul vecchio albero dei Visconti e subordinando la propria immensa ambizione alle storiche necessità del momento. Tutti gli altri scompaiono fra le battaglie o precipitano fra i tradimenti senza rimpianto, quasi senza gloria. Alberico da Barbiano, dal quale incomincia la moderna scienza militare, Braccio da Montone, eroe degno di epoca migliore, Niccolò Piccinino che merita forse il paragone con Annibale, i Torelli, i Pergola, i Vignate, nessuno di essi per quanto forte nelle battaglie, abile nella politica, pronto a tutti gli eccessi, può conquistare solidamente una provincia e fondarvi una dinastia. Fra popolazioni inermi, signori codardi e republiche inette, la loro superiorità è utilizzata dal disegno immutabile della storia, che sembra compiacersi a sottomettere la loro forza all'altrui debolezza: trionfi e sconfitte, nulla giova loro; vittime della finanza, alla quale debbono rendere tutte le vittorie di cui abbisogna, passano da mano a mano come il denaro che ricevono, ignorando come il denaro il segreto dell'opera propria.
Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia.
La Corsica, rimasta nella storia come la terra delle implacabili vendette, benchè divisa dal mare, subisce i contraccolpi di quest'ultima rivoluzione. Il feroce disordine delle sue scissure è tale che non una roccia vi rimane senza sangue o una cronaca si conserva intelligibile. Sempre dominata da Genova e sempre in lotta contro di essa, colla aristocrazia che vi si vanta di difendere l'indipendenza, e col popolo che non può accettare la democrazia genovese costretta a fargli pagare le spese della propria guerra contro i signori, l'isola è finalmente venduta dalla superba ed abile republica ad una compagnia di cinque azionisti, detta la Maona, che ne prende in appalto il presente e l'avvenire. Ma le rivoluzioni proseguono alternandosi con ritmo più disperato e regolare. Dopo il trionfo e la catastrofe di Arrighetto Rocca, Vicentello d'Istria oppone a Genova la fiera resistenza dei Caporali, capi dei comuni, uomini della nobiltà popolana e civica, che diventano i condottieri della Corsica. Se non che la finanza, dalla quale dovrebbero essere pagati, per sottrarsi alle spese del loro soldo, spinge il popolo a vendersi spontaneamente alla banca di S. Giorgio dopo gli infelici esperimenti del governo di Genova, del protettorato d'Aragona e della chiesa, di tutte le utopie e follie rivoluzionarie. Infatti la banca, colla logica insensibile della propria imparzialità, pacifica l'isola struggendovi i partiti; poi alla riscossa dei loro inestinguibili residui le due republiche politica e bancaria di Genova, essendo cadute sotto il protettorato degli Sforza, oppongono agli ultimi insorti i soldati di Milano; l'estrema insurrezione còrsa infuria ancora nella più scellerata delle guerre civili per lasciare nel 1492 l'isola stremata e sottomessa alla signoria della banca regnante colla democrazia e colla finanza.
La Sardegna invece, calma nelle quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, concentra ogni sensibilità rivoluzionaria nella vecchia capitale di Oristani. Ugo IV, che vi sogna ancora di riconquistare l'indipendenza di tutta l'isola contro gli Aragonesi soggiogando le altre giudicature, aggrava così la mano sui propri sudditi da costringerli a scannarlo colla figlia e a proclamare la republica nell'inevitabile illusione di tutte le vecchie città militari. Ma la republica fallisce come dappertutto; quindi Eleonora, sorella di Ugo, sublime di gentilezza e di virilità, ricompone lo stato, continua invano la guerra contro gli Aragonesi col proprio marito condottiere e non può lasciare se non la famosa «carta de locu», statuto di tutte le giudicature sotto la vincitrice signoria aragonese.
A Napoli la regina Giovanna, invecchiata nella lussuria e nei tradimenti della signoria, colla quale aveva potuto riconquistare il trono, è sorpresa nello splendore del proprio tramonto dalla nuova rivoluzione di Carlo Durazzo, suo figlio adottivo, che, insorgendo all'arrivo in Napoli del papa francese Clemente VII, la sconfigge, l'assedia nel castello, la strangola. Ma Luigi d'Angiò, altro figlio adottato dalla regina nelle ultime ore, gli contende il trono; la guerra diviene inintelligibile coi due papati, avignonese e romano, favorevoli alternativamente ai due pretendenti; finalmente Durazzo scompare in una rivoluzione ungherese, e sua moglie Margherita diventa il primo personaggio della seconda crisi napoletana. Costei, ancora più avara che insensibile, rappresenta subito l'elemento finanziario della rivoluzione, dalla quale non pensa che a spremere denaro anche perdendo il trono, ma colla sicurezza di riacquistarlo mediante una cassa ben fornita. Infatti, rifugiata a Gaeta col figlio Ladislao e ricca a quattrini, gli dà in moglie l'erede dei Chiaramonti di Modica, favolosamente doviziosi e sognanti una corona. Ladislao, lazzarone e guerriero, politico pieno d'ambizione e senza scrupoli, ripudia tosto col permesso del papa la moglie tenendosi la dote, riconquista il regno, vende feudi a ribasso per far denaro con ogni mezzo, prende Roma, sogna egli pure l'impresa d'Italia, assalta Perugia e vi muore vittorioso ed avvelenato. Sua sorella Giovanna II riapre il regno tragicamente voluttuoso della I, passando di amante in amante fino al marito conte delle Marche, francese di sangue regio, cui inganna e costringe a riparare in un convento. Cavalieri e condottieri innamorandosi di lei soggiacciono come ad una forza misteriosa, che affretta in una specie di saturnale dissoluzione la liquidazione del vecchio regno. Così questa II regina Giovanna, ripetendo in tutto la vita dell'altra, adotta due pretendenti, Alfonso d'Aragona e Luigi III d'Angiò, i quali si combattono, lei viva, senza che la pubblica quiete ne venga disturbata nemmeno coll'assedio decennale della fortezza di Napoli; e, lei morta, compiono la rivoluzione. Alfonso d'Aragona vincitore del rivale, dopo altri sette anni di lotta, atterra l'anarchia dei condottieri senza disarmare la patria, rinunzia al sogno di un regno italico, svolge una democrazia borghese sulla feudalità depressa dei baroni, unifica Napoli e Palermo ricostituendo nel regno delle due Sicilie il primo e più vasto principato d'Italia. Poco dopo suo figlio Ferdinando, colla stessa perfidia di Gabrino Fondulo nel castello di Macastormo, invita gran numero di nobili riottosi ad un banchetto e li assassina misteriosamente senza che l'aristocrazia insorga o il popolo si commuova.