A Roma invece la signoria di Urbano VI, strappata al conclave quasi francese col grido «romano lo vogliamo», passa attraverso un laberinto di scismi, di elezioni e di guerre: Urbano VI, feroce quanto Giovanni Maria Visconti, arriva sino a gettare in mare cinque cardinali chiusi entro sacchi; Bonifazio XIII, suo successore, simile a Margherita di Napoli, non pensa che a far danaro e mette tutto all'asta, indulgenze e benefizi; più tardi Baldassarre Cossa, condottiere improvvisato cardinale, sotto il pretesto di por fine allo scisma di Roma e di Avignone, insorgendo contro Gregorio XIII, proclama papa Alessandro V arcivescovo di Milano, cui avvelena poco dopo per succedergli sotto il nome di Giovanni XXIII. Al papa di Roma e di Avignone si aggiunge così quello di Bologna, e contro al triplice scisma si aduna il concilio di Costanza.
Ma la crisi imposta dai condottieri a tutte le signorie seguita a gravare sulla chiesa, giacchè Martino V, insediato dallo stesso imperatore Sigismondo in Roma, deve riparare presto a Firenze per sfuggire alla spada di Braccio da Montone, padrone di Perugia, Todi, Orvieto, Terni, Iesi, Spello, Narni, Rieti, Roma stessa, e del quale non trova altro modo a mascherare le conquiste che nominandolo condottiere della chiesa. Il successore, Eugenio IV, lotta coi Colonna trovandosi nella stessa condizione in faccia a Francesco Sforza signore di Iesi, Fermo, Osimo, Recanati, Mogliano, Ascoli, Ancona, Todi, Amelia, e lo nomina gonfaloniere della chiesa per impedirgli di cedere forse ai Visconti queste città sottratte al proprio dominio; finchè il cardinale Vitelleschi, ferocissimo condottiero della chiesa, le riconquista e le compone in pace sotto il governo ecclesiastico come sotto ad una tenda di riposo dalla lunga fatica della rivoluzione.
Così il papato aveva finalmente un uguale territorio e si svolgeva colla stessa emancipazione economica delle altre signorie; i feudatari delle campagne e delle piccole città sono scomparsi interamente o quasi, quelli di Roma abbattuti, i papi ridotti come i dogi a non poter più fondare dinastie, giacchè ogni successore distruggerà fatalmente nell'interesse proprio, fuso con quello della signoria, l'opera domestica dell'antecessore; le rendite della chiesa si organizzano come la banca di S. Giorgio, i popoli si dispongono al progresso pacifico, la signoria s'avvia verso il principato coi pontefici, splendidi d'infamia, impenetrabili di perfidia, potenti, gloriosi, subordinati all'equilibrio della grande federazione italiana, che sta per frangersi sotto la nuova conquista straniera.
Capitolo Sesto.
I principati
Il secolo XV.
Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria, perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà delle forme politiche fioriscono in Italia.
Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V pacifica la penisola, riunendola in una crociata che svapora in parole, e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane. Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati, guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa. Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.
Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi. L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo, la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere semplicemente una decorazione di corte, la religione troppo poco sentita per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico, innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e degli imperatori.
Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo, assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci, brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non guidare ancora la storia europea.