Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.
Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio: l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione moltiplica i modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna, Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza, Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo, Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio, la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù; questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi sempre bello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi adoratori.
Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la scienza distrae e la politica urge. Pulci nel Morgante Maggiore irride all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.
Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano, le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana, passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini, per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo, costretto a scolpire le tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le figure simboliche del tempo.
Impossibilità del regno.
I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e dalle vecchie discordie comunali e settarie.
II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana. Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia, stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino non può scaturire che da tale tragedia. Nessun progresso materiale, nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole, era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati, potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello stato e del cittadino odierno.
Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lo trasmetteva con ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati; la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e nell'individuo collettivo.
L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.
Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi, aveva così scarsa italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni, sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima, sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese; Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire l'Italia in due o tre corpi.