Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto l'influsso del papato politico che del cattolicismo.

D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato colla superiorità della propria forza spirituale tutta l'Europa, riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.

L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale, smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti che vuota di significati e di ideali.

Lodovico il Moro e Alessandro Borgia.

Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzo con uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano. Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica. L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma, esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo. Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro, penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico, ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.

L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcune sue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie, scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino, ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre superiore a tutti gli avvenimenti.

Ma il papato con a capo Giulio II, il forte nemico dei Borgia, prosegue nell'idea del regno senza contraddizioni di ducati domestici. La restaurazione pontificia si presenta come l'ultima forza e gloria dell'Italia. Solo il papato, sostenuto dal proprio principio religioso contro le pretese di tutta l'Europa cattolica, può impedire che l'Italia, incapace della propria unità nazionale, non si unifichi come provincia conquistata da qualche regno straniero. La necessità per il papato di costituire un regno salva l'Italia: Giulio II, presentandosi come il restauratore di quello, si precipita vecchio nella lotta coll'ardore di un giovane eroe. Poichè Venezia si è dilatata nelle Romagne idealmente acquisite alla chiesa dalle imprese dei Borgia, egli si avventa sulla republica: al tempo stesso veemente e profondo nella politica, riunisce contro l'altera republica nella lega di Cambray (1508) l'imperatore Massimiliano, re Luigi XII e Ferdinando il Cattolico; la republica resiste intrepidamente a questo sforzo di tutta l'Europa, ma vinta alla battaglia di Agnadello perde in un'ora le conquiste di un secolo. Il grande principato della chiesa è costituito; Bologna e Perugia vi sono perite prima; il ducato di Urbino ne è un vassallaggio che riproduce nella politica di Giulio II l'errore capitale di quella dei Borgia, inevitabile allora nel trapasso dei principati ai regni. Ferrara, agognata e minacciata, diventerà presto o tardi il forte baluardo del regno pontificio al nord.

Infatti Giulio II, sdegnato e pensoso dell'opera francese, si stacca dalla lega di Cambray per stringerne un'altra contro la Francia con Venezia, Ferdinando e gli svizzeri. Massimiliano rappattumatosi per denaro coi veneziani abbandona i francesi, che perdono alla battaglia di Ravenna tutti i vantaggi ottenuti da quella di Agnadello. Genova, che aveva tentato invano nel 1506 una rivolta contro di essi con Paolo da Novi, doge plebeo alla testa della plebe, la compie ora (1512) con Giano Fregoso; Massimiliano Sforza rientra trionfalmente a Milano piuttosto come vicario imperiale che quale duca indipendente; Firenze riconquista Pisa toltale dalla prima invasione di Carlo VIII, e perde nella seconda maggiore signoria dei Medici la repubblica improvvisata dall'eroismo religioso e dalla demenza politica di frate Savonarola. Tutte le altre piccole signorie o republiche attardate hanno dovuto capitolare in questa ultima crisi dei principati. Solo la chiesa è uscita trionfante dall'arringo perchè sola in Italia ha un'idea necessaria all'Europa e una forma politica da conquistare; ma Giulio II, aprendo il gran secolo cui Leone X darà il nome, non sospetta nemmeno che la ristorazione del papato, mal giudicato poi dal Machiavelli e da tutti gli storici posteriori, debba fatalmente coincidere colla Riforma di Lutero. Poichè l'Italia cessando di capitanare il progresso europeo non può come la Grecia ritirarsi dalla storia, svolge mirabilmente e consolida nel regno papale l'ostacolo necessario alla Riforma; quindi disciplina la tradizione cattolica, costringe i papi alla costituzione di un regno e li pareggia ai grandi re per dare loro l'indipendenza necessaria ad una tirannia ideale. La Riforma, già scoppiata inavvertitamente in Germania, si troverà così dinanzi riunite le due vecchie idee del papato e dell'impero per meglio vincerle in una guerra secolare, emancipando per sempre il pensiero politico e religioso nella storia. Il papato, costretto dalla vita italiana a mutarsi in piccolo reame, rivelerà più facilmente tutte le proprie brutture e inconciliabili contraddizioni ideali; l'impero, invocandolo, ne diverrà il gendarme invano prepotente; tutte le libertà e l'avvenire saranno dal canto della Riforma, tutte le servitù e il passato dietro Roma; mentre l'Italia inerte spettatrice dell'immensa lotta, della quale gli episodi insanguineranno le sue contrade, sembrerà perdervi ogni indipendenza di pensiero e di vita pur conservando nella vicenda di soggezione a stranieri, spesso mutati e sempre inevitabili, la fede di una futura unità nazionale in tre regni sopravviventi fra le rovine dei principati, la Savoia, le due Sicilie e la Chiesa.

Leone X e Lutero.

La restaurazione di Giulio II non si arresta alla sua morte, perchè le vere idee politiche s'incarnano, ma non si subordinano agli individui.