Il suo successore Leone X, meno vasto nell'ingegno e forte nel carattere, ha tutte le qualità necessarie al proprio periodo. Se la casa dei Medici, d'onde esce, gli apprende la vanità di Alessandro Borgia inteso a costruire nelle Romagne un ducato al proprio figlio Valentino, l'opera di Giulio lo persuade come lo stato della chiesa non possa più essere distratto in alcuna combinazione domestica: quindi, abolendo la republica fiorentina e reintegrando i propri nipoti in una signoria male dissimulata, coordina la politica italiana a quella della chiesa. Senza la tirannia dei Medici Firenze sarebbe stata conquistata dalla Spagna o dalla Francia come Napoli e Milano. Solo il papato, caduto in mano ai Medici nell'ora in cui doveva comporsi a regno, poteva dare a Firenze quell'immunità che salvava le terre della chiesa. La Savoia e Venezia, quella troppo alta, questa troppo marittima, entrambe ai confini d'Italia, potevano evitare la servitù minacciata a tutta la penisola; Firenze posta come un ostacolo fra la conquista napoletana e la lombarda avrebbe dovuto esservi fatalmente assimilata nella voracità delle prime guerre senza l'intervento di una potenza superiore. I pontefici medicei furono i suoi patroni. Leone X anzichè liberarsi del sogno di Alessandro Borgia lo ripetè ad Urbino, raddoppiandolo a Parma; ma nelle tergiversazioni della sua politica, ove s'imbrogliarono poi tanti storici, non fece che cedere all'inconscia necessità di opporre gli uni agli altri i nuovi conquistatori d'Italia, ingrandendo nei loro reciproci disastri il regno della chiesa, alzandolo nella storia come una nuova Palestina sacra a tutti i credenti, e nella quale Roma sarebbe stata piuttosto Atene che Gerusalemme.

Le contraddizioni ideali del papato si urtarono quindi nella maggiore delle crisi. Mentre come regno costringeva la politica di Leone ad una corruttela assassina, che lo scetticismo epicureo di una corte formicolante di pittori, di letterati e di cortigiane commentava anche più impuramente; come istituzione divina sollevandosi al di sopra dei vecchi credenti e dei nuovi eretici acquistava una compattezza ed una personalità senza riscontro in tutta la sua storia. La nuova inevitabile tirannia ideale, colorandosi di tutte le infamie della tirannia politica, dava alle critiche della Riforma la giustezza, la precisione necessaria a coordinare nella storia tutte le ribellioni spirituali esaurentisi da tanti anni in drammi inutili ed incompresi. La Riforma era la sovranità dell'individuo cristiano in faccia a Dio, il papato era la subordinazione di Dio e del credente nell'interpretazione vaticana; qualunque applicazione della libertà, anche contraddicendola, doveva venire dalla Riforma, tutte le resistenze autoritarie sarebbero inspirate e legittimate dal papato.

Il suo regno, sembrando contrastare alla formazione del regno italico, per una critica più acuta fu invece il solo ostacolo alla conquista spagnuola dell'Italia, che avrebbe ridotta la grande patria della federazione ad un'unità senza vita e senza fisonomia. L'egoismo del papato costretto a difendersi da tutte le aggressioni impedì la totalità di ogni conquista straniera. Il vario concetto dei papi nell'ubbidire a questa storica necessità (e alcuni fra essi avrebbero voluto magari la rovina d'Italia e nessuno di loro pensò mai all'interesse della grande patria italiana) non mutò l'opera del papato. Quindi la storia, come scienza di un sistema nel quale i fatti derivano dalle idee e si compiono coll'assorbimento di tutte le passioni, deve oggi affermarlo serenamente al disopra degli ultimi clamori ghibellini e giacobini, che insultano nel papato, già libero dal proprio potere temporale, gl'inutili e criminosi impedimenti da esso opposti alla recente formazione del regno nazionale.

Al momento della Riforma l'espansione francese, dovuta semplicemente alla superiorità del suo governo unitario su quello federale germanico nella prontezza delle mosse politiche e militari, deve cedere dinanzi alla necessità ideale che richiama nella lotta la vecchia idea dell'impero. La restaurazione pontificia di Giulio II si abbina alla restaurazione imperiale di Carlo V. Non è più l'Italia che lotta contro questi due poteri supremi, ma la Germania: l'ira cristiana di Dante diventa collera protestante nel petto di Lutero. Alla morte di Luigi XII, invano ostinato eroicamente alla conquista del milanese, e colla successione di Francesco I, cavaliere valoroso e grottesco, si disegna sul fondo del secolo la grande figura di Carlo V. Arciduca dei Paesi Bassi, erede di Spagna e di Germania, egli diviene involontariamente la sintesi dell'impero e l'ultimo imperatore. La Spagna riproduce in un istante indimenticabile di gloria la vecchia unità romana fusa nella nuova unità cattolica; ma la federazione, processo moderno dell'individuazione degli stati, è dentro di essa, e la Riforma, che deve formare l'individualità del cittadino coll'emancipazione del credente, è dentro e fuori di essa. L'espansione francese non ha e non può avere valore. Invano Francesco I discende le Alpi, vince a Marignano, e compra dalla viltà dell'ultimo Sforza per 30,000 scudi il ducato di Milano; più invano minaccia il reame di Napoli e si destreggia in una politica di leghe, nella quale i trattati succedono ai trattati: Carlo V, comparendo sulla scena della storia, lo rilega istantaneamente al secondo posto coll'imporgli la fatalità di una guerra, nella quale la Francia deve soccombere.

Infatti la scempia vanità di Francesco I aspirante all'impero moltiplica i pretesti della lotta: la Spagna, già in possesso di tutto il mezzogiorno d'Italia e coll'eredità dell'impero germanico succeduta in ogni diritto dell'antico patto di Ottone, non può evitare l'impresa di Milano. Leone X più duttile di entrambi gli avversari offre a Francesco I il suo concorso per la conquista di Napoli contro la cessione alla chiesa di tutto il territorio di qua dal Garigliano, e a Carlo V la sua cooperazione alla conquista di Milano contro la cessione di Parma e Piacenza e la conferma di Reggio e Modena. Carlo V, più largo, stringe il patto col pontefice. La guerra si accende nella Navarra, nel Lussemburgo, in Italia; è sospesa alla morte di Leone (1521), ricomincia con Adriano VI, si complica colla diserzione del Borbone, si allunga coll'inutile spedizione del Bonnivet nel Milanese e colla fallita invasione in Provenza del Borbone, finchè si chiude col più terribile disastro francese a Pavia. Francesco I vinto e prigioniero lascia l'Italia alla Spagna. Clemente VII, un altro Medici succeduto a Leone, meno splendido, ma forse più astuto, che aveva stretto un nuovo patto con Francesco I all'ultim'ora, si trova solo e nemico contro il vincente imperatore, al quale la Riforma impone di allearsi con Roma. L'equivoco di tale politica doveva presto dissiparsi nella chiarezza ideale della storia, ma il suo imbroglio supremo fu tale che Guicciardini, la testa più forte di allora, vi si perdette e Machiavelli ne delirò.

La dominazione spagnuola mise i tremiti della paura in tutti i principati italiani raggruppandoli in una lega, nella quale tutti sentendosi egualmente perduti trattavano separatamente e segretamente coll'imperatore per aprirsi una via di salvezza. Le idee più pazze si urtarono nelle più incredibili combinazioni; il Morone voleva offrire la corona d'Italia al marchese di Pescara, generale dell'imperatore e con questi imbronciato; il Machiavelli proponeva un esercito nazionale con alla testa Giovanni dalle Bande Nere: il senato di Milano inerme, credendo ancora nello Sforza, il più inetto fra gli inetti, ricusava di assumere il governo in nome dell'imperatore; poi il Frundsberg calava le Alpi coi lanzichenecchi per strangolare il papa, il cardinale Colonna a capo di ottocento cavalieri e tremila fanti assaltava Clemente VII nel Vaticano, il Borbone dava il sacco a Roma; mentre Firenze ritentava per l'ultima volta l'insana prova della republica, e Andrea Doria pari all'antico Timoleone e al futuro Washington, grande di ragione nella follia di tutti, liberava Genova colla gloria dei propri trionfi e coll'eroismo della propria virtù.

Ma il papa si sottopose finalmente alla Spagna ottenendone nel trattato di Barcellona quanto nessuna vittoria avrebbe mai potuto dargli; il suo stato, l'esarcato, il dominio su Roma, persino quello alto sulle due Sicilie, tutto gli fu riconfermato. Carlo V non gli chiese che l'incoronazione a Bologna e l'anatema contro gli eretici. La nuova incoronazione non era più il riconoscimento del vecchio impero romano risorto in quello di Carlomagno o nell'altro di Ottone, ma l'estremo patto delle due supreme autorità politica e religiosa egualmente minacciate dalla Riforma e minaccianti contro di essa. L'impero unitario di Carlo V poteva e doveva presto scindersi, ma il patto del pontefice si sarebbe ripetuto con tutti i re contro l'emancipazione di tutti i popoli, finchè la rivoluzione trionfante, attirando quelli nella propria orbita e costringendo il loro interesse nel proprio, li ribellasse contro il pontefice. In quel giorno il regno dei papi diventato inutile nella storia sarebbe condannato, e la sua disparizione avverrebbe come una scena del gran dramma rivoluzionario nell'ora e colla decorazione prestabilita.

Col nuovo patto fra la chiesa e l'impero, la geografia e la storia italiana rimangono definitivamente fissate: Venezia possiede quanto aveva perduto contro la lega di Cambray; il Milanese sotto il larvato governo dell'ultimo Sforza, e le due Sicilie appartengono alla Spagna; la Savoia, cresciuta fra i disastri degli altri, ha inghiottito quasi tutto il Monferrato; Mantova è fatta ducato; Firenze si prepara a trasformarsi in un granducato sotto i Medici dopo l'inutile eroismo di una resistenza republicana, nella quale la nullaggine dell'idea sarà ancora superata dalla scempia volgarità politica del suo processo; Genova republicana come Venezia, Siena con un fantasma di signoria, Bologna con una larva di libertà guelfa, Lucca con un'apparenza di libertà ghibellina, tutte piegano sotto il patronato della Spagna abbastanza forte per rattenervi ogni regionale velleità conquistatrice, e abbastanza indulgente per rispettarvi le forme del federalismo sempre necessariamente protetto dal papa.

La corruzione di quest'epoca meravigliosa, cominciata coi Borgia e finita coi Medici, è una conseguenza fatale della sua liquidazione politica: le grandi qualità del carattere e dell'ingegno mancano a tutti i suoi più illustri individui, se le si tolgono Michelangelo e Andrea Doria; la mobilità degli eventi, l'assenza delle idee, l'impossibilità di ogni originalità, annullano tutti gli ingegni, dominano tutti i temperamenti. La pittura rifugiata nella bellezza soccombe alla tragedia che agita l'anima di Michelangelo, la poesia muore nell'ironia inconsapevole dell'Ariosto, la Riforma brucia nel rogo acceso dalla demenza di Savonarola, la politica delira nelle formole di Machiavelli, la storia si distende come una trama patente, ma incomprensibile davanti allo sguardo di Guicciardini, la religione muta il proprio rito in carnevale per le aule vaticane, la coscienza regionale politica, che aveva creato dei partigiani come Dante, non produce più che dei diplomatici come il Morone.

Dopo l'esclamazione di Leonardo da Vinci: io servo chi mi paga! il Giovio tempera una penna d'argento e una penna d'oro a seconda del prezzo pel quale deve scrivere; e con più inconsapevole modernità Pietro Aretino, supremo condottiero della stampa, vi riassume il genio e la perfidia dei condottieri delle battaglie colla stessa imparzialità mercantile.