La liquidazione italiana è compiuta; gli ultimi conati delle città, ancora indipendenti o quasi, sono cessati. La follia republicana di Savonarola non dura più che nei sommessi rimpianti degli ultimi Piagnoni; l'obbedienza vicariale di Francesco Sforza succede alla temeraria indipendenza di Lodovico il Moro; il dramma di Squarcialupo in Sicilia s'acqueta come estrema convulsione dell'uccisa casa d'Aragona; le tergiversazioni di Leone X e di Clemente VII, ultimi tremiti del grande moto di Giulio II, s'arrestano nella quiete stagnante che sorprende la vita italiana. Il medio evo è conchiuso, tutti i vecchi partiti disarmati: i signori non sono più che aristocratici, il cavaliere si muta in gentiluomo aspettando da Baldassare Castiglione il nuovo codice del Cortegiano: non più eroi, non più partigiani, non più passioni. Le vecchie patrie sono scomparse, la nuova grande patria non è ancora formata. L'uomo e il cittadino sono in elaborazione, la futura libertà sarà democratica, non republicana; la futura indipendenza dovrà essere nazionale o non essere. L'immensa tragedia, che sta per iniziarsi, si svolgerà nell'intimo della coscienza lungi dai campi di battaglia e dalle riunioni politiche; in essa lo spirito trionferà della morte nella libertà della scienza e della religione.

Lodovico Ariosto e Nicolò Machiavelli.

Ma l'Italia decade.

Le sue arti, le sue scienze, la sua cultura sono ancora superiori a quelle degli stranieri che la conquistano, ma la sua idea storica, o meglio ancora l'esaurimento della sua idea, la condannano ad una decadenza simile a quella dei greci sorpresi dai romani, o dei romani assaliti dai barbari e dai cristiani. La sua forza federale resiste come stadio dell'individuazione dello stato, ma si arresta nell'impossibilità del regno; il suo papato vi arriva ma creando in se stesso l'antitesi nella quale deve soccombere: tutte le sue originalità sono finite, le sue virtù non hanno più campo, i suoi vizi ne hanno troppo. Nullameno l'Italia, sicura di non morire, non ha nè languori d'infermo, nè malinconie di condannato; e mentre l'esaltazione religiosa della Germania, precipitantesi nella nuova lotta ideale, oltrepassa i limiti del delirio per cadere in quelli del grottesco, essa sdoppia in due uomini tutta l'incredulità del proprio carattere e del proprio pensiero: Ariosto e Machiavelli.

L'Ariosto sogna, sorride, ride, deride: il suo poema si svolge in tutti i luoghi, fra un tumulto di scene nel panorama mobile di una decorazione, che mette la stessa verità nel fantastico e nel reale, accorda la medesima importanza a tutti gli episodi, prodiga la stessa bellezza a tutti i temi. Il disordine è la sua legge, la vivacità è la sua vita; senza principio e senza fine, non ha nè ideali, nè trama. Uno stesso sogno evoca tutto il medio evo, e una stessa derisione lo annienta: gli uomini vi sono trattati come le donne, nessuna impresa meglio condotta di una avventura, nessuna verità più sicura della follia. Il poeta si muove attraverso i propri canti urtandoli e scomponendoli, indifferente alle macchie di sangue e ai profumi dei fiori, distribuendo il medesimo sorriso alle figure più delicate e alle più impure, come un incantatore incantato egli stesso dalla forza del proprio incantesimo. Se il suo cervello è pieno, la sua coscienza è vuota: la nazione, cui appartiene, non ha nulla da dirgli, nè egli nulla da risponderle. Così la vita diventa per lui una fantasmagoria, che l'arte coglie senza dare alle proprie immagini maggior valore che non ne abbiano gli oggetti; Dio è un fantasma come gli altri, la patria un palcoscenico per dei personaggi immaginari, la virtù un costume di cavaliere e di dama, il vizio il fondo bestiale necessario a tutti gli animali anche umani. Le passioni, che sono sempre il fuoco di una idea acceso entro un cuore o entro un cervello, non illuminano e non bruciano mai le pagine del poeta: nulla è vero perchè tutto è effimero, ma tutto è bello perchè apparente. E il poeta, che ride di tutto, non sorride che alla bellezza di una parola o di un sentimento, di un paesaggio o di una figura, di una voce o di un verso. La sua sensibilità è così mobile e sincera, così pronta e fugace, che le lagrime si mescolano al riso e l'entusiasmo all'ironia; spesso, anzi troppo spesso, lo si vede sottrarsi alla commozione di una tenerezza con un motto osceno, o ergersi da una situazione scabrosa con uno scatto eroico. La sua anima di poeta non aspira a nulla, non rimpiange nulla, trastullata, beata nel giuoco radiante e sonoro delle apparenze, che confondono mitologia e storia, maghi e santi, epoche e religioni in un ateismo inconsapevole della propria decadenza, in un abbandono ignaro della propria abdicazione. Mentre Lutero, trascinando l'umanità nella teologia, la spinge a morire per la verità di certe interpretazioni dei libri santi coll'entusiasmo tragico di una libera fede, che riprendendo il dialogo interrotto dell'uomo con Dio rinsalda la catena del progresso storico spezzata in Italia; il grande poeta italiano, ignaro della rivoluzione germanica, sogna, sorride, ride, deride, e conoscendola seguiterebbe egualmente a sognare, sorridere, ridere e deridere. Per la coscienza poetica dell'Ariosto non vi sono che apparenze, delle quali l'unica verità è la bellezza; per la coscienza politica di Machiavelli non vi sono che combinazioni, delle quali l'unica verità è il successo.

Segretario di secondo grado nella republica, portato alla politica piuttosto dalla passione del temperamento che dalle attitudini dell'ingegno, Machiavelli non vi reca nè coscienza, nè idealità, nè metodo. L'ateismo del suo spirito, togliendo ogni significato alla vita e alla storia, non scorge in entrambe che una lotta di forme, nella quale la vittoria resta sempre e fatalmente al più forte. Il mondo non ha per Machiavelli nè disegno, nè scopo. Tutti gli uomini vi sono uguali in tutte le epoche. La marcia dell'umanità nella storia si cangia in una ridda intorno al potere politico, che tutti agognano, e pochi forti o robusti conquistano. Secondo lui l'uomo non ha che passioni e interessi: il governo dello stato non è quindi che governo di passioni e di interessi individuali. Famiglia, comune, regione, stato, umanità non esistono che come cornice insignificante, entro la quale le forze aggressive degli individui si danno libera carriera. La storia antica è così uguale alla moderna che basterebbe riprodurne i successi ed evitarne gli errori per aver sempre ragione di tutto e di tutti. Così il Principe, codice della scienza politica di Machiavelli, è un repertorio di massime per dominare tutti gli eventi e raggiungere tutti gli scopi, maneggiando, ingannando, assoggettando, massacrando gli individui. Ogni epoca, ogni fatto, vi è considerato solitario e come prodotto dell'abilità o dell'inettitudine d'un uomo. La morale vi è assente, ma più assente di essa la storia e la filosofia. Il popolo non pensa, perchè il sovrano pensa per tutti pensando a sè solo; l'impero è il rapporto di una coscienza egoistica con una incoscienza universale. Ma questo codice della politica, questo catechismo della tirannia e della rivolta, sempre egualmente considerate come interessi avversari, separato dalla vita e dalla storia, si risolve in un commentario di entrambe, altrettanto falso che inutile. I suoi precetti vuoti, le sue regole astratte, i suoi consigli a doppio senso, sono come i teoremi ingegnosamente sterili dell'arte poetica: invece di servire ad opere future, sono modi frammentari di opere passate; l'imitazione vi resta confusa coll'invenzione; il dato inconscio di ogni creazione, il genio e il carattere dell'ambiente e dell'uomo, vi sono assolutamente trascurati.

Laonde Machiavelli, che si erige a maestro di tutti i furbi, rimane il più ingenuo di tutti i politici nell'azione del proprio tempo, non comprende, non prevede, non giunge a nulla. La sua vita è una successione di disinganni e di miserie. Assetato di comando, non riesce nemmeno a rendere accetta la propria obbedienza, aderisce da volgare impiegato alla republica di Soderini senza indovinare l'imminente ristorazione dei Medici; si dà aria di capitano, e la sua Ordinanza è sconfitta a Prato nel modo più ridicolo; interrogato dal cardinale Clemente, rettore di Firenze per Leone X sul migliore assetto di governo in Firenze, gli consiglia la republica e dedica contemporaneamente il Principe a Giuliano dei Medici per insegnargli le arti del dispotismo col modello del Valentino; trascinato dalla rettorica del proprio temperamento artistico si trova involontariamente mescolato nella congiura del Boscoli, e n'esce colla più ignobile servilità; spaventato da questo disastro non osa partecipare alla congiura del Soderini, e si acconcia come scrittore di storie sotto i Medici, invocando sempre inutilmente da essi un impiego e mentendo sovra di essi nelle storie come il più ordinario cortigiano. Il suo odio non è che per il clero e il suo disprezzo per la religione, della quale non sente e non comprende lo spirito. Come contemporaneo di Savonarola coglie in lui la demenza non l'idea della Riforma; come legato in Germania non vi sospetta nemmeno la rivoluzione che muterà il mondo. Il suo patriottismo non ha che la sincerità di un calore poetico, il quale si agghiaccia a ogni difficoltà. Quindi, non prevedendo la rivolta contro il cardinale Passerini e l'ultima cacciata dei Medici, viene isolato, maledetto da tutti, e muore incompreso anche a se medesimo.

Le sue lettere politiche sono la più terribile critica della sua incapacità al governo: nessuna previdenza o intelligenza dei fatti in esse; nella discesa di Carlo VIII non vede il preludio della decadenza italica; l'invasione di Luigi XII, che chiude l'Italia nella parentesi di una doppia conquista, gli sembra naturale, lodevole, degna della propria collaborazione, se non vi fosse quell'errore di non voler colonizzare la Lombardia asportandone gli abitanti e trasportandovi francesi secondo l'uso degli antichi. Si entusiasma del Valentino e, non accorgendosi dell'antitesi della sua opera, la crede stabile, mentre sparisce nell'intervallo di un conclave; non indovina la lega di Cambray, la sconfitta di Venezia, la ristaurazione di Giulio II, la cacciata ultima dei francesi. Al momento in cui Lutero tuona sul mondo e Carlo V vi domina coll'immensa espansione spagnuola, teme che gli svizzeri possano invadere l'Italia riducendola a servitù; al momento di morire crede consunto il papato, e il papato è già divenuto l'ultima forza italiana, e la scoperta di questa idea sarà la gloria del Giovio. La sua migliore fantasia, il suo concetto più vuoto e meno conscio, è l'unità d'Italia, per la quale non ha nè disegno nè metodo. Nelle proprie storie non ha còlto il carattere nei tentativi impossibili dei goti, dei longobardi, dei Berengari, dei Romano, dei Visconti, degli Scaligeri, di Ladislao, dei veneziani, di Luigi XII; non ha compreso l'incapacità e l'impossibilità del regno in Italia, ha fallato sull'azione del papato, gli è sfuggita quella delle republiche e dei principati; e non pertanto l'ardore della sua fantasia, la luce del suo ingegno, trionfano di tutti questi errori coll'assurdo, strappandogli dalla penna la più bella, sincera e candida invocazione all'unità d'Italia, simile ad una profezia del Petrarca, e che si chiude con quattro versi del Petrarca.

Come l'Ariosto, Machiavelli non ha capito il proprio tempo, e lo ha interpretato coll'immaginazione; la poesia dell'uno e la politica dell'altro sono identiche: nessuna virtù, nessun ideale, nessuna idea. Gli eroi di Machiavelli uccidono colla medesima insensibilità di quelli dell'Ariosto; storia e poema sono una stessa successione di scene, nelle quali l'interesse è tutto nell'azione sempre interrotta e sempre ricominciata; nè il popolo, nè la coscienza esistono per loro. Chi vince ha ragione, e vince sempre il più forte; ma vittoria e sconfitta non mutano nulla al dramma che non va al di là della scena, e non lasciano conseguenze perchè non contengono concetti. I due ingegni dell'Ariosto e del Machiavelli si assomigliano; entrambi poetici, sereni, insensibili, fatti di arte e nell'arte, plastici e colorati, danno rilievo a tutto che disegnano: non credono a nulla, non si appassionano di nulla. Ariosto e Machiavelli contemporanei s'ignorano: trasportandoli in Germania, dove si elabora la nuova coscienza, si crederebbero in un manicomio; nella superbia della propria destrezza e della propria empietà non comprenderebbero nè la più piccola delle angoscie, nè la meno pura delle esigenze della nuova tragedia religiosa e politica. La loro mancanza di fede e la loro inconsapevolezza sono una conseguenza delle condizioni italiane: nè Ariosto, nè Machiavelli intendono Dante, l'ultima fede del quale è morta col misticismo di Colombo. Ariosto e Machiavelli sono già cortigiani senza più alcuna delle antiche fierezze dei partigiani o dei cittadini comunali: ambedue si sentono mancare sotto l'Italia; e, non potendo afferrarne la ragione, il primo, che è un poeta della vita, ripara nel sogno, il secondo, che è un poeta della politica, sogna la tirannia su tutti gli avvenimenti con un codice di massime come gli alchimisti si preparano a sognare il dispotismo sulla natura colla pietra filosofale.

La retrogradazione d'Italia.