Accanto a Vico, sconosciuti l'uno all'altro, Pietro Giannone, il più profondo giureconsulto e il più celebre avvocato di Napoli, pubblica nel 1723 la propria Storia civile. Il successo ne è istantaneamente tale che supera lo scandalo: l'Europa s'affretta a tradurla, Roma colpita a morte prorompe all'anatema, il principato compromesso dall'eccesso della difesa, che la nuova storia gli prodiga in tutto il passato, si rivolta e minaccia il proprio difensore. Il popolo, troppo spregiato da Giannone perchè sempre sottomesso al clero, incapace di comprendere questa grande rivolta, cede ai sobillamenti dei preti e muta il nome dell'illustre storico in improperio, costringendolo ad esulare a Vienna.

Ma la sua Storia civile del reame di Napoli, dedicata a Carlo VI imperatore di Germania, riassume in sintesi potente la vecchia e nuova lotta dello stato contro la chiesa. Erudita fino alla minuzie, spesso profonda quanto una filosofia, arguta e mordace, apparentemente imparziale e nullameno violenta come una requisitoria e implacabile quanto una sentenza, racconta ed esamina la conquista assidua e devastatrice della chiesa sullo stato; scruta tutte le tendenze della politica ecclesiastica, la perfidia delle intenzioni e dei mezzi, la rovina dei risultati spirituali e sociali. Giammai Roma aveva ricevuto più vigoroso attacco. Una ragione superiore guida lo storico, una passione onesta lo sostiene, una fede cristiana pura sino all'ingenuità e salda fino al martirio lo illumina. Il concetto della nuova storia, che il diritto risiede nell'universalità dei fedeli, era già stato affermato da Marsilio di Padova e da Paolo Sarpi, ed è la democrazia applicata alla chiesa; la sua contraddizione deriva dal sostenere che i principi come i capi della società laica ne hanno ereditato i diritti contro la conquista di Roma. La forza di questa storia civile è meno nel suo dato, evidentemente falso, che nella terribilità del processo critico e descrittivo, col quale suscita tutte le coscienze contro il dispotismo papale. Il parallelo fra la chiesa primitiva e la chiesa romana, la formazione del regno pontificio, lo stabilirsi del diritto canonico, la sottomissione dello stato alla chiesa, sono trattati con sì profondo magistero d'arte e di scienza e arrivano a tanta evidenza di rappresentazione, che fanno dimenticare i molti errori e superano tutte le antiche polemiche sostenute da principi o scrittori contro il papato. Invano i gesuiti, ritorcendo con splendida temerità gli argomenti di Giannone, affermano che la fonte dei diritti anzichè nei principi è nei popoli, e spingono la democrazia all'ultima verità; il popolo italiano, sprezzato giustamente da Giannone, non afferra la replica gesuitica e si mantiene estraneo al grande dibattito fra la chiesa e lo stato. La facile conclusione dall'universalità dei fedeli a quella dei cittadini, e quindi alla sovranità della democrazia, è impossibile alla coscienza del popolo da troppo lungo tempo straniero alla politica e degradato dalla superstizione.

Giannone stesso non osa tutte le conseguenze del proprio problema. Il suo dispregio pel popolo gl'impone la servitù verso i principi; il suo carattere non ha la forza del suo ingegno.

A Vienna, sotto la protezione dell'imperatore, scrive il Triregno, nel quale, universalizzando le idee della Storia civile e commentando Machiavelli, si lascia di gran lunga addietro ogni scrittore contemporaneo. Il Triregno riproduce nella storia la forma imposta da Dante al proprio poema. Nel primo regno sta il mondo antico pagano colle sue religioni positive, colle sue mitologie umane, pieno di eroi, forte della propria coscienza storica che crea la civiltà dell'Egitto e della Grecia, o resiste colla solitaria e sovrumana ostinazione degli ebrei, o si espande dovunque colle fatate vittorie di Roma. Quindi al regno terrestre dell'antichità succede quello celeste di Cristo, che attraverso un divino idealismo promette nullameno una redenzione politica, e vuole la giustizia sulla terra, l'uguaglianza nella storia, la felicità materiale sino ad assicurare la risurrezione dei corpi. Così sollecitando tutti gli istinti e animando tutte le passioni, il regno celeste di Cristo suscita eroi, martiri, taumaturghi, trasforma il mondo romano e rovescia gli idoli delle antiche nazioni. Ma i cristiani si stancano di attendere un messia incapace di mantenere le proprie promesse, l'eccidio di Gerusalemme scoraggia coloro che aspettavano quello di Roma; e sorge il terzo regno di dubbi, di sofismi, di raggiri. Il pessimismo prevale, la chimera del millennio prostra le genti alla chiesa, i teologi si domandano dove sia il cielo e disputano sulla resurrezione reale o metaforica, sugli angeli, sull'inferno, sul redentore, onde viene fondata la tirannia teologica. Finalmente S. Gregorio Magno stabilisce l'ammissione immediata dei credenti in cielo, rendendo inutile la resurrezione dei morti, il giudizio universale, l'intero dramma del cristianesimo primitivo. La chiesa è quindi l'arbitra della sorte delle anime, può canonizzare e dannare; il purgatorio, stazione dei morti, diventa prigione dei vivi costretti dall'amore a sottomettere al clero le proprie preghiere e a comprare da lui la beatitudine dei propri defunti. All'avvento di Cristo si sostituisce dunque quello del pontefice; la chiesa sorge a detrimento degli stati, il papa tesoreggia sulla imbecillità delle moltitudini e dei re, carpisce il dominio temporale a Carlo Magno, si asside al disopra di ogni impero e di ogni popolo. Contro questo ultimo regno Giannone bandisce la rivolta.

Ma al momento di stampare il Triregno, l'Austria, perdendo le due Sicilie dichiarate indipendenti, ritira la pensione allo storico che deve ancora esulare. Da Venezia l'indipendenza italiana peggiore della dominazione austriaca lo costringe a riparare a Ginevra, inviolabile asilo di tutti i ribelli. Qui lo attendeva un dramma peggiore di quello che a Venezia aveva travolto Giordano Bruno. Carlo Emanuele III per comporre il lungo dissidio colla Santa Sede, provocato da Vittorio Amedeo II nel suo effimero regno di Sicilia, discese alla più vile delle insidie: stipendiò il traditore Guastaldi, che trasse il povero Giannone nella speranza di farvi la pasqua entro il confine savoiardo, ove fu arrestato, quindi gittato nel castello di Miolan (1736), poi nella rocca di Ceva, finalmente nella cittadella di Torino. Nessuna sevizia fu risparmiata al martire: gli fu strappata la grande opera del Triregno, negato il conforto del figlio offertosi generosamente a dividere con lui il carcere, imposta un'abiura. Giannone piegò, scrisse un ultimo commento alle Deche di Tito Livio, nel quale, spingendo all'estremo le proprie teoriche, propose al piccolo e perfido re di Savoia di schiacciare Roma sotto una invasione italiana. La sua fiacchezza d'uomo, che non aveva mai potuto trionfare della propria fede cattolica, annullò da ultimo il suo ingegno politico e gli tolse di comprendere quanto ogni più volgare capiva, cioè l'impossibilità di una rivoluzione politica nel regno senza soccorso e coscienza di popolo. Dopo dodici anni Giannone morì prigioniero nella cittadella di Torino, lasciando sullo scudo già tanto bruttato dei Savoia una macchia, che nessun secolo varrà più a cancellare. Carlo Emanuele III fu degno di Vittorio Amedeo II che ricompensava l'eroismo di Pietro Micca con due rate di pane militare alla sua famiglia, e peggiore di Cosimo II che consegnava Pietro Carnesecchi a Pio V.

Il carattere italiano d'allora impediva che nessuna riforma potesse mutarsi in rivoluzione e nessun ingegno politico svilupparsi praticamente. Vico si smarrì nelle astrazioni, Giannone fuorviò nella storia: in entrambi la coscienza, troppo inferiore al pensiero, concesse loro di scendere a tutte le viltà della cortigianeria. La brillante e poderosa incredulità del cinquecento non sosteneva più l'anima italiana; una superstizione era calata nel popolo, prostrandolo così agli idoli e ai preti che nemmeno i massimi ingegni, come Vico e Giannone, potevano mantenersi dritti. Quindi isolati, sviati, forzati a guardare indietro per andare avanti, essi diffidavano perfino della stampa per un ultimo pregiudizio di classici eruditi. Mentre gli enciclopedisti in Francia scrollavano ogni autorità, e Voltaire aggiungeva il fascino dell'arguzia allo scetticismo di Bayle, e il grave Montesquieu nelle Lettere Persiane derideva con inimitabile e profondo umorismo ogni religione; nell'Italia di Guicciardini e di Paolo Sarpi, Giannone e Vico, i maggiori ribelli, soccombevano ancora come Galileo alla autorità di Roma. Lodovico Muratori nel silenzio di una solitudine pari a quella di Vico ammassava i materiali di tutta la storia italiana senza interessarvisi che quale erudito: neanche per lui esisteva un presente e si preparava un avvenire. Un'arcadia grottescamente raffinata e senile imponeva alla letteratura la peggiore delle sterilità nella pretensione di tutte le forme: non vi erano più nè idee, nè passioni, nè patria politica, poichè le corti erano tutto e nelle corti non si può essere che servi. La fede era diventata superstizione, l'autorità un potere materiale; l'abbandono di ogni funzione civile consigliava un ozio voluttuoso e allegro, nel quale la vecchia duplicità italiana riparava da ogni pericolo. Quantunque Malpighi, Redi e Morgagni creassero la fisiologia e la anatomia patologica per attestare all'Europa che in Italia le scienze vivevano ancora, il moto del pensiero italico nullameno languiva. Le stesse impulsioni francesi non bastavano a rianimarlo. Mentre Germania, Francia, Inghilterra lottavano di creazioni ingrandendo il mondo moderno, l'Italia, che nel cinquecento aveva ancora tanti artisti e poco dopo superava coi Socini la riforma di Lutero assicurando con Bruno e Campanella la compagnia dell'eroismo al genio, non aveva più che Metastasio e Goldoni. Il livello del dispotismo doveva ancora per molti anni schiacciare la massa inerte degl'italiani per livellare le loro superstiti differenze regionali.

Metastasio e Goldoni.

Metastasio è il poeta di questo momento.

Come Giannone aveva dedicato la propria storia civile a Carlo VI di Germania diventando suo storiografo, Metastasio diviene il poeta laureato di Maria Teresa. Il suo verso è così facile e vuoto che, scritto per l'orchestra, pare uscito da un istrumento; i personaggi de' suoi melodrammi non hanno maggior realtà delle maschere nell'antica commedia dell'arte, e si muovono attraverso un ambiente tragico nel quale la catastrofe attende puntualmente la stretta di un crescendo musicale. Nessuna idea, nessuna passione, nessuna coscienza. La melodia e il colore delle parole sono lo scopo e la gloria del poeta; il suo pubblico assiste alla pompa eroica di queste tragedie senza credere alla loro realtà e senza alcun bisogno di credervi. La fantasmagoria dell'opera supera quindi nella sua strana e multipla grandiosità tutti i sogni dell'Ariosto; il suo meccanismo montato da Zeno si maschera sotto il drappeggiamento gettatovi da Metastasio fino a simulare quello della tragedia; la musica vi accoglie gli amori eterei del Petrarca, le collere tempestose di Dante, la malinconia soave del Tasso, il lazzo amabile del Boccaccio, l'elegia del Sannazzaro, l'idilio del Guarini, tutto il ciclo della cavalleria, tutti gli eroi dell'antichità, per dissolverli nell'unità indefinibile della propria espressione. Metastasio è il poeta dell'opera: la sua patria è il palcoscenico, i suoi personaggi sono i cantanti, le quinte formano i suoi quadri, la sua poesia è una musica nella musica. Il pubblico, che non pensa, non sente, non ricorda, non aspira, si riposa a questo spettacolo del quale la vita è tutta nella esteriorità. Il dramma mutato in occasione di romanze e di trilli esprime il trionfo del cantante, onde, leggendolo dopo averlo udito, il maggior diletto che se ne prova deriva ancora dalla ricordanza delle note. Nullameno Metastasio pretendeva di scrivere tragedie, e i critici contemporanei per tali le discussero: i Martinez gli coniarono una medaglia colle parole — Sophocli italo — Rousseau e Voltaire stesso lo ammiravano. Lo sdilinquimento dell'elegia, la morbidezza dell'idillio, gli equivoci delle commedie e la ferocia delle catastrofi tragiche composero questi drammi per il popolo più spensierato ed inetto che abbia mai riempito un teatro. L'assurdità di una tale arte e l'insoffribile vacuità di una tale poesia non offesero allora alcuna coscienza; le discussioni che se ne fecero provano ancora maggiormente a quale nullità fosse disceso lo spirito italiano, giacchè nei pochi accenni alla vera tragedia, sparsi tra quei melodrammi, nessuno badò. E il Regolo e il Gioas hanno brani, dai quali sembra d'intravvedere l'accigliata ed energica figura di Alfieri.

Metastasio chiude l'Arcadia e trionfa, riassumendone sul teatro, mediante la musica, le poche bellezze.