Giambattista Vico.

Dopo di lui la scienza politica passa dagli aridi e goffi trattati di se stessa nella storia. Giambattista Vico, un solitario grande quanto la solitudine, medita nel trambusto del proprio secolo e nel silenzio della propria vita il problema della storia universale. Ignorato ed incompreso, non comunica col proprio tempo che per la critica colla quale lo respinge: ultimo fra i cinquecentisti in ritardo, adora il classicismo e lo tradisce inconsciamente col proprio genio novatore. Le scuole, nelle quali era cresciuto, non avevano potuto nè contenerlo, nè soddisfarlo: aveva studiato la grammatica in Alvarez, la filosofia in Suarez, il diritto in Vultejo: incapace di scendere nel fôro, si rifugiò nella miseria della pedagogia e, solo per nove anni nella rocca di Vatolla, visse in una biblioteca come Campanella aveva vissuto in un carcere. Ma ritornato a Napoli e divenuto per forza di protezioni professore di rettorica nell'Università, fu tratto nella battaglia del cartesianesimo di allora. La sua cultura classica e la sua ignoranza del moto filosofico che agitava l'Europa lo misero fra gli oppositori: vide in Cartesio un Crisippo, in Gassendi un Epicuro, se non che, oppugnando Cartesio, fu trascinato oltre nella filosofia e nella storia. Un istinto di terre lontane, una inconscia bramosia di scoperte lo attirava nell'antichità, quasi che solamente risalendo tutto il passato potesse affacciarsi all'avvenire. Studiava da solo, non si concedeva altro maestro che se stesso. Simile a Rousseau, non aveva a quarant'anni scritto che due opuscoli quasi insignificanti.

Quindi, nell'esumare l'antichità italica, l'urto della filosofia di Pitagora contro le leggi delle XII tavole lo gitta nel diritto storico di Roma; Grozio lo soccorre, ma il diritto filosofico di questo raddoppia la contraddizione portandola dalla storia di Roma in quella del mondo: la republica ideale di Platone triplica l'antitesi col proprio quadro ideale, da cui non sorge e su cui nessuna storia si modella. La lotta fra la giustizia e la storia affatica lungamente il suo genio, finchè Leibnitz colla teorica dell'armonia prestabilita gli apre un'uscita improvvisa su meravigliose quanto confuse prospettive. E Vico si precipita. Tutto parte da Dio e ritorna a Dio; Dio congiunge spiriti e materie, sensazione ed idea. Nosse velle posse, son la triade divina, che atteggiano la vita dell'uomo e la storia dell'umanità. La storia non distrugge la filosofia come la fisica non sopprime la metafisica; l'interesse è la sensazione che sveglia l'idea dell'uomo e forma le nazioni nella storia. La quale, essendo una continua realizzazione d'idee provocate dall'utilità o dalla necessità, passa dall'infanzia alla giovinezza, per finire nella maturità come la vita dell'individuo. La storia di Roma si apre all'occhio di Vico come una lotta del diritto fra patrizi e plebei, nella quale ogni fase realizza una giustizia, e ogni fatto la prepara; la storia di Roma esprime tutta quella del mondo e ne rivela la preistoria.

Un lampo abbagliante scopre a Vico i primi giorni dell'umanità; gli mostra il terrore adunare i primi uomini, i padri dominare le prime adunanze, i forti stabilire i primi confini, i violenti insanguinarli, i deboli rifugiarvisi e mutarvisi in schiavi. Tale è l'origine di ogni città, una vittoria di padri o di patrizi. Vico raggiunge Hobbes nella descrizione dello stato selvaggio, ma lo supera nell'interpretazione delle prime forme civili: incontra Bodin nella decomposizione feudale di Roma antica, ma con occhio più sicuro ripete e migliora la sua analisi. A forza d'interpretazioni ideologiche e politiche Vico dissipa ogni dubbio nella storia del diritto umano. Un'immensa erudizione lo soccorre, una divinazione prodigiosa gli rivela tutte le intimità della vita romana. Dove Machiavelli non aveva veduto ed ammirato che la grandiosità di certe apparenze militari e politiche, Vico scopre una giurisprudenza e una psicologia universale. Brisson, Sigonio, Gravina, tutti i grandi interpreti dell'antichità, rimangono dietro di lui; dal diritto romano giunge al diritto feudale del medioevo, e lo penetra e lo spiega col medesimo processo. La storia è la fisica del diritto, del quale la filosofia è la metafisica; ma la fisica non essendo vera che nella costanza e nell'universalità de' suoi fenomeni, la storia di Roma dev'essere identica a quella del mondo. Da questa affermazione teoretica Vico scende alla prova. Nulla lo spaventa. Limitato alla bibbia, ai greci e ai latini, egli ignora le storie dell'India e della China: l'orbita tracciata da Aristotele e da S. Tommaso è un circolo fatato ed infrangibile per il suo pensiero, ma da questa prigione egli spinge lo sguardo su tutte le lontananze e ne fissa con meravigliosa audacia il disegno sulle proprie carte. Persiani, spartani, ateniesi, cartaginesi, ebrei, egiziani, tutti ripetono la storia di Roma; la identità della loro idea non è un plagio o una trasmissione, ma un carattere, una necessità al tempo stesso fisica e spirituale: l'uomo uguale dappertutto crea dappertutto la medesima storia. Le etimologie lo dimostrano. Nessun filosofo inventa ed affida ad alcun popolo un'intera civiltà; la mitologia è un linguaggio dei popoli incolti come l'immagine è l'espressione naturale dei fanciulli; le divinità non esprimono che i momenti di un'idea o di un fatto; il mito è al tempo stesso un quadro e una sintesi, ingrandita o svisata dalla tradizione.

Con questo sforzo Vico ha creato la scienza della storia: gli accidenti politici e militari, che vi tenevano il primo posto, rimettono la maggior parte della loro importanza; la storia è la psicologia dell'umanità, la legislazione è il moto della giustizia e la rivelazione della verità nella storia. Nessuna contraddizione deve dunque esservi insolubile, altrimenti l'unità divina e l'unità umana ne andrebbero rotte. Il modello di Roma dà la certezza a tutti i modelli frammentari delle altre storie. Tutte le lingue e le letterature debbono esprimere il fatto di Roma: Omero stesso non vi si sottrae, e il suo olimpo rappresenta nel patriziato degli Dei quello dei quiriti; l'Iliade descrive semplicemente gli ospizi violati, i rapimenti, le guerre perpetue degli eroi; l'Odissea significa le pretese delle plebi che vogliono i connubi contro l'ostinata opposizione dei patrizi, e le sconfitte e le restaurazioni di questi che ristabiliscono l'ordine colle pene più atroci. I drammi omerici si mutano in simboli politici alzando la loro verità individuale a verità rappresentativa.

Da questo immenso lavoro uscì la storia ideale, eterna, comune a tutte le nazioni, e il diritto universale condensato nella Scienza Nuova. Il processo della quale essendo di ricostruzione, creò di contraccolpo la critica e stabilì l'unità del genere umano. Ogni uomo, interrogando se stesso, può trovare la storia dell'umanità. Il diritto è al tempo stesso principio e risultato della storia: le tre età degli Dei, degli eroi e degli uomini formano la triade progressiva di ogni storia che si apre e si chiude con un circolo: lingue e letteratura rispecchiano queste tre fasi. La storia è una eterna ripetizione come la vita; non vi sono più casi ma leggi, non più arbitrio ma ordine. Civiltà e forme politiche, volgo e patriziato, idiotismo e genio, tutto è contenuto e dominato dal proprio periodo, e serve immancabilmente alla sua realizzazione; ma il circolo si chiude fatalmente in ogni storia, e l'umanità muore continuamente in ognuno di essi. Vico, che ha tutto spiegato col modello ideale di Roma, giungendo al medioevo e vedendolo finire nelle monarchie del proprio tempo, nelle quali si risolve la barbarie eroica della feudalità, si arresta. Dove va l'Europa? Il grande solitario, che aveva interrogato tutto il mondo forzandone il silenzio coll'insistenza del proprio genio, non osa rispondere; un'ombra fredda gli discende sul pensiero e, velandogli intorno tutte le forme della vita, gli insinua nel cuore un terrore di cimitero. Oramai tutto è decadenza: i cartesiani gli ricordano le sterili filosofie di Roma decrepita; l'individualismo rivoluzionario che si avanza non gli pare più che egoismo frammentario; il sensismo di Locke gli sopprime la morale; la nuova fisica gli toglie Dio. Tutto è finito, il circolo fatale sta per chiudersi, e Vico vecchio, ignorato, ignorante del proprio mondo, incapace di comprendere l'Italia, di osservare l'Europa, di sorprendere il progresso della politica e della civiltà mondiale, circondato da tutte le macerie, colle quali ha ricostrutta la storia eterna, soccombe come un titano dell'epoca divina sotto le rovine delle montagne da lui stesso lanciate contro il cielo.

Il suo genio eccentrico avendo compito l'opera immane deve sparire, giacchè nell'imminente rivoluzione sarebbe peggio che inutile. Simile a Copernico, a Colombo, a Galilei, a Newton, egli non ha misurato l'importanza della propria scoperta. Piamente cattolico, non sospetta nemmeno che la sua storia ideale, maggiore del cristianesimo, lo abbia livellato con tutte le altre religioni, mentre il suo diritto universale sopprime per sempre ogni diritto divino di papi e di imperatori. Egli, che si astiene dal commentare Grozio per non frequentare un eretico, è il più grande eresiarca del secolo, colui che lo emancipa dal peso di tutte le autorità, mostrando nella storia eterna il diritto universale come unico principio. Se l'idea del progresso gli si piega fatalmente in circolo, presto illustri scolari, dei quali rabbrividirebbe leggendo le opere, riprenderanno la sua linea per mutarla in spira. Condorcet, Herder, Comte, Hegel creeranno la filosofia della storia guidati dai lampi della Scienza Nuova; la critica seguendo le sue orme con Nièbuhr permetterà a Mommsen di ricostruire la storia di Roma, mentre lingue e letteratura ritroveranno nelle temerarie etimologie e nelle sistematiche interpretazioni del solitario napoletano il segreto delle loro origini e delle loro forme.

Vico, italiano senza un'Italia che potesse colla propria vita nazionale imporre al suo genio il senso della lealtà, doveva creare e smarrirsi necessariamente nelle astrazioni. Il suo diritto universale e la sua storia eterna non potevano arrivare alla teorica intera del progresso, quando intorno a lui la vita politica tramontava nella più ignobile decadenza. Vico in Germania, in Inghilterra, in Francia, circondato, aiutato dall'immensa creazione politica, scientifica e filosofica di quelle nazioni, avrebbe creato un capolavoro degno di contendere colla Divina Commedia. Solo, incompreso ed incomprensibile, ignorato ed ignorante del proprio tempo, si chiuse in se medesimo, radunò tutta l'antichità per lui conoscibile e soffocò nel circolo, che imponeva alla storia. Ma suicidandosi in una meditazione, nella quale i lampi aumentavano fatalmente l'oscurità, violentando il passato, aperse l'avvenire senza vederlo, più infelice di Mosè che potè scorgere dal Tabor la terra promessa, ingenuo come Colombo che, scoperta l'America, sognava la restituzione di Gerusalemme alla cattolicità.

L'Italia non si accorse di lui, come non si era accorta di Dante, non aveva creduto a Colombo, ascoltato Machiavelli, compreso Michelangelo, protetto Galileo, difeso Bruno, come doveva abbandonare fra poco Pietro Giannone nella carcere di Tomaso Campanella. In una nazione, condannata a una grandezza puramente ideale, il genio deve essere incompreso o tradito, mentre la realtà non può prestare alcun appoggio a' suoi tentativi o giovarsi immediatamente delle sue scoperte. Così l'Italia, che tradiva o ignorava i propri pensatori, cedeva alle altre nazioni magari nemiche i propri generali e vinceva con essi le maggiori battaglie d'Europa. Senza Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli l'Austria non avrebbe potuto resistere al periodo di Luigi XIV; senza Vico l'opera di Montesquieu sarebbe rimasta inutile, e quella di Herder impossibile; senza Giannone la lotta dei governi contro il papato non sarebbe passata dalla polemica alla storia.

Pietro Giannone.