Il problema politico si era capovolto. Mentre per tutto il medioevo lo scopo della storia italiana era stata la federazione contro le violenze unitarie di ogni barbara conquista, ora raggiunta colla federazione la grande civiltà del rinascimento e adempito l'ufficio della prima educazione europea, l'Italia si volgeva a creare il proprio regno. E come, nell'incapacità di fare in se stessa le grandi rivoluzioni necessarie alla creazione dell'uomo e dello stato moderno, doveva aspettarne i benefici contraccolpi dalla Germania, dall'Inghilterra, dall'America, dalla Francia, da tutte le nazioni già costituite o più pronte a costituirsi; così, invertendo il processo della federazione, ingrossava quello fra i suoi principati meno logoro dalle lotte medioevali. Solo il Piemonte non aveva avuto importanza nel medioevo e non vi aveva espresso alcuna idea, quando Milano e Venezia, Verona e Firenze, Napoli e Palermo, Pavia e Ravenna, Genova e Bologna brillavano di ogni civiltà alzando le proprie cronache a grado di storia.
Il Piemonte, riserbato a più alti destini, entra nella storia d'Italia all'agonia degli altri principati, e simile a Roma antica afferma subito la propria tendenza alla conquista del regno. L'unità di quest'idea spiega l'incessante duplicità della sua condotta e la brutalità militare della sua vita. Il Piemonte non ha significato che nella politica italiana. Ma le guerre della successione spagnuola lo mutano in piccolo regno, quelle per la successione austriaca ricostituiscono solidamente l'altro di Napoli. Quindi la storia d'Italia non si svolge più che nell'inconscia e fatale rivalità dei due regni condannati a non potersi nè confederare nè combattere e a doversi nullameno soverchiare nello scopo finale di un'unica monarchia italiana; mentre Roma, pietrificata nelle memorie medioevali, e l'Austria, succeduta all'impero come potenza moderna conquistatrice, raddoppiano con una inutile alleanza gli ostacoli alla formazione del regno. Contro l'opposizione di Roma e dell'Austria l'Italia avrà l'invincibile soccorso del diritto e della rivoluzione: nella rivalità dei due regni il Piemonte prevarrà necessariamente a Napoli, perchè la futura monarchia dovendo risultare dal diritto moderno con un processo di annessioni plebiscitarie, il Piemonte conquisterà meglio di Napoli le simpatie e gl'interessi della maggior parte d'Italia. Infatti i suoi contatti con Genova, con Milano, colla Toscana, con Venezia, colle Romagne gli permetteranno di loro affratellarsi, eccellendo nella libertà e nell'indipendenza dallo straniero, mentre lo stato pontificio, separando come un enorme muraglione il regno napoletano da tutto il resto d'Italia, impedirà nella grande metropoli del sud il formarsi del carattere e delle affinità nazionali. Le annessioni, come ultima formula dell'antica confederazione, si volgeranno più facilmente al Piemonte che alle due Sicilie; e poichè nella storia come nella vita chi non sale discende e chi non prosegue indietreggia, vedremo Napoli non solo abbandonare presto ogni tendenza italiana per chiudersi nell'angustia dei propri confini, ma inseguita entro i medesimi dallo spirito rivoluzionario, diventare con Roma e coll'Austria centro di ogni reazione politica.
Capitolo Quarto.
Genio e carattere nazionale durante la formazione dei due regni
Le scuole politiche.
Dal periodo di Luigi XIV alla rivoluzione francese la vita politica dell'Italia si addensa nella riforma di pressochè tutti i suoi stati. Si direbbero i primi soffi del vento annunzianti l'uragano. La lotta s'impegna fra Roma e i governi per la laicità dello stato; i principi reclamano la propria indipendenza contro i privilegi del clero, non intendono riconoscere investiture, sopprimono le immunità, affermano nella politica un diritto civile superiore al diritto canonico. Così la riforma luterana penetra nel cattolicismo, emancipandone gli stati. La guerra si accanisce in battaglie quotidiane per diritti massimi e minimi entro procedure assurde, che impongono alle riforme le curve dell'arte e della scienza curialesca. Ma sotto il dibattito legale si agitano le idee filosofiche ed economiche del secolo. L'organizzazione sociale, ancora improntata sul tipo medioevale col re assoluto, col papa onnipotente, colle classi antagoniste ed irrefondibili, contraddice allo spirito di libertà e di uguaglianza della nuova civiltà. I principi, assalendo Roma, combattono il proprio diritto divino, senza sospettare che all'indomani della loro vittoria il popolo, invece di applaudire, li scaccerà colla più grande delle rivoluzioni.
Ma questo per ora non mostra nè genio nè carattere politico. La politica e la legislazione abbandonate al principe non esprimono più alcuna azione popolare; il perfezionarsi della loro giustizia e l'allargarsi della loro democrazia paiono piuttosto beneficenza di sovrano che esigenza di popolo. Le antiche rivalità municipali sono cadute colle vecchie energie: non più virtù militari o civili, nessuna funzione che permetta l'esercizio di grandi qualità, nessuna carriera che l'avvilimento cortigiano non interrompa o snaturi. Principe e corte riassumono tutti i poteri e tutte le forze vive dello stato: mai dispotismo fu più assoluto e meno esorbitante. Tutto stagna. Il popolo sogna nel pensiero di qualche solitario come Vico, non si riconosce nelle storie di Giannone, ride alle commedie di Goldoni, delira ai melodrammi di Metastasio. Quindi l'insurrezione dei dialetti, che aveva detronizzato la letteratura nazionale, cessa improvvisamente: sul teatro gli attori scacciano le maschere, e l'opera soverchia la commedia. L'ultima creazione della prosa popolare è Meneghino, immagine del popolo crapulone e codardo, nel quale il buon senso non serve più che a giustificare l'abbiezione del carattere e l'ignoranza del pensiero.
Dal 1650 al 1707 le scuole politiche italiane si oscurano nel più squallido tramonto. La scuola della ragione di stato, quella federale, dei tacitisti, dei republicani, dei monarchici, non hanno più uno scrittore degno di essere letto; il catalogo delle loro opere basta a rivelare coi loro titoli l'assurdità delle materie e dei metodi, coi quali furono composti. L'Italia non ha più pensiero politico, perchè la sua vita politica ha perduto ogni spontaneità e ogni indipendenza. Le rivoluzioni di Masaniello a Napoli e di Alessio Battiloro a Palermo non attirano l'attenzione di alcun scrittore; gli sforzi del Piemonte per espandersi fra le percosse di tutta l'Europa non bastano a ravvivare la morta tradizione del regno; l'atonia dello stato pontificio ha sorpreso lo spirito de' suoi sudditi; i mutamenti dinastici di Toscana, di Parma, di Napoli, di Milano avvengono senza strappi nelle abitudini e nella coscienza delle singole regioni. Tutti sono così persuasi dell'impossibilità di ogni libero moto italiano che sulla terra delle rivoluzioni regna per la prima volta una calma indefinibile. Malgrado i contraccolpi delle guerre europee strazianti la penisola, la sua vita interna prosegue fra così grandi franchigie, che le permettono di seguire a non grande distanza i progressi delle maggiori nazioni già emancipate.
La vecchia scienza politica, costrutta da Machiavelli nell'empietà e trasportata da Botero nella religione, soccombendo nella impossibilità di qualsivoglia azione, dimentica tutti i precetti di stato, gli assiomi delle perfidie sovrane e i teoremi dell'ubbidienza popolare, coi quali si era destreggiata per due secoli fondando e difendendo i principati. Oramai ogni espediente sarebbe inutile, ogni teorica impossibile. Il mondo del rinascimento è vanito; un'altra rivoluzione dopo quella di Germania e d'Inghilterra sta per scoppiare. Si ritorna all'antica politica creata da Platone e descritta da Aristotele, nella quale il bene pubblico ripiglia il posto di quello del sovrano. Il dualismo della chiesa e dell'impero, l'una concepita nella verità divina e l'altro nella verità umana, che aveva riempito il medioevo, si compone dopo il trattato di Vestfalia nella formula di un diritto al tempo stesso umano e divino, ideale e reale. Ogni individuo è pari all'umanità, ogni stato è fatto in lui, con lui, per lui: ogni governo esprime l'azione di tutti su tutti, ispirata alla verità, dominata dalla giustizia. L'interesse politico non può essere che il bene universale: il diritto dello stato domina quello degl'individui come il tutto domina le proprie parti senza sopprimerle. La scienza politica si muta quindi in scienza della storia: quella del governo in scienza giuridica ed economica. Al segreto della vecchia politica succede la pubblicità della nuova; non vi sono più nè sovrani nè sudditi: lo stato composto di cittadini è una unità costituita di unità.
Queste idee diffuse in Germania, in Inghilterra e sopratutto in Francia interrompono per sempre la lunga ed oramai inutile serie degli scrittori politici italiani bamboleggianti nei catechismi politici. L'ultimo scrittore è Gregorio Leti, bizzarra natura d'improvvisatore, che coglie a volo tutti gli effimeri aspetti della propria epoca, e li fissa in abbozzi degni di Salvator Rosa pel colorito. Incredulo, bugiardo, negligente, penetrante, passa attraverso il mondo come un viaggiatore frettoloso, che parla e schizza, racconta ed esamina: non rispetta nulla, ma fa buon viso a tutto; mente, ma cerca per istinto la verità; non arriva alla satira del Boccalini, e nullameno la sorpassa colla terribilità di un buon senso, che rispecchia capovolta l'immagine di tutte le assurdità ancora venerate e rovescia colla rapidità della propria onda cristallina gli avanzi di tutte le rovine medioevali. Ma egli muore nel 1701, quando al dominio ispanico sta per succedere l'austriaco, e Napoli e Torino si mutano in capitali di due grossi regni.