Sulle prime Francia e Piemonte avendo conquistato il Milanese, Carlo Emanuele III sognava già di ridurlo a propria provincia, quando il maresciallo Villars, sospettoso della duplicità savoiarda e non meno cupido della Lombardia per la Francia, si gettò attraverso quel sogno dissipandolo. Intanto gli spagnuoli, sbarcando nei porti della Toscana, già guadagnati, muovevano coll'infante don Carlos all'impresa di Napoli e saccheggiavano Mirandola e Piombino. L'agevole guerra si compì colla grossa vittoria del marchese di Montemar a Bitonto sugli austriaci; la Sicilia si arrese quasi senza colpo ferire, e il regno fu costituito fra le acclamazioni di tutto il popolo sempre infervorato di ogni nuovo signore (1735). Nullameno questa volta vi erano legittime speranze di un ritorno all'antica autonomia. La guerra intanto proseguiva fierissima nella Italia superiore. Gli austriaci respinti a Parma, battuti a Guastalla, dopo diversi altri scontri vennero ad un accordo, col quale la Toscana alla morte dell'ultimo duca Giangastone doveva passare alla casa di Lorena, il regno di Napoli veniva riconosciuto indipendente, il re di Sardegna acquistava con due distretti del milanese al di là del Ticino la superiorità sui feudi delle Langhe, e la Francia appropriandosi il ducato di Lorena riconosceva la Prammatica sanzione.
Lo scopo italiano della guerra era dunque raggiunto.
Oramai l'Europa riconosceva due grossi regni nella penisola. La Toscana, passata dai Medici ai Lorena, guadagnava una migliore dinastia; Venezia, estranea all'Italia come nei primi tempi medioevali, agonizzava lentamente; la Lombardia, sottomessa all'Austria, migliorava la propria condizione amministrativa; Genova, sempre agognata dal Piemonte, era una preda ancora troppo grossa per essergli conceduta. Ma alla morte dell'imperatore Carlo VI la guerra riavvampò per la successione di Maria Teresa, maritata a Francesco di Lorena granduca di Toscana. Francia, Spagna, Baviera, Russia, Sardegna e le due Sicilie si scagliarono contro Maria Teresa: questa, fuggiasca da Vienna, riparò fra gli ungheresi, che, giurando cavallerescamente di morire tutti per lei, ristorarono la sua fortuna con inaudito valore. Naturalmente Carlo III si alleò allora con lei, tradendo i confederati. La guerra imperversò quindi in un viluppo spaventoso sulle sponde del Po, del Panaro e della Secchia: il ducato di Modena ne andò rotto, la Savoia fu invasa. Il trattato di Worms (1743) fra Inghilterra Austria e Piemonte, togliendo a Genova il marchesato del Finale per attribuirlo a Carlo Emanuele, trascinò la republica nella guerra: gli austriaci ritentarono la conquista di Napoli; ma, fallendo nell'impresa di Velletri, dovettero abbandonarne ogni idea. Il Piemonte, diventato bersaglio di tutta la guerra, si difese validamente, resistè al principe Conti, parve anche una volta presso a sfasciarsi dopo la rotta di Bisignana e le perdite di Alessandria, Tortona, Casale e Asti; ma l'accortezza politica di Carlo Emanuele lo salvò, abbindolando la Francia, generosa con lui di un trattato che lo avrebbe costituito signore di Lombardia, e profittando della pace di Dresda fra Maria Teresa e Federico II, e della successione di Ferdinando IV a Filippo V di Spagna.
Finalmente alla pace di Aquisgrana (1748), dopo l'episodio di Genova, la pace riconobbe a Filippo Borbone, fratello minore di Carlo III di Napoli, il ducato di Parma, il duca di Modena fu reintegrato, il Piemonte giunse al Ticino, il regno di Napoli diventò più compatto e forte che non mai in tutto il passato della sua storia, la Toscana si cangiò in un ducato dell'impero austriaco, la Lombardia in una sua provincia, Venezia rimase rispettata perchè negletta, il popolo trascurato perchè impotente. Di Lucca nessuno si accorse.
Il Papato.
In tutto questo periodo di un secolo la sua opera politica fu peggio che nulla. Dopo la terribile energia di Pio V nella Bolla In Coena Domini l'irruenza altera di Paolo V contro Venezia e il nepotismo depravato e rapace di Urbano VIII, la vita del papato si allenta in una inerzia, che rivela nella decadenza della sua idea la nullaggine del suo regno. Innocenzo X (1644) non è più che un giocattolo nella mano fine di donna Olimpia Pamphili e un flagello in quella sanguinaria di Carlo Emanuele II infuriante sui valdesi: Alessandro VII, Clemente IX passano inosservati nella lunga serie dei papi. Innocenzo XI, tenace sino alla caparbietà, è il solo che osi resistere a Luigi XIV, togliendo le immunità agli ambasciatori e contraddicendo al gallicanismo malgrado l'invasione dei francesi in Avignone e la minaccia di peggior guerra contro Roma; ma la sua energia personale non può trasfondersi nel papato, che patteggia col suo successore Alessandro VII. Le contese del 1707 fra Clemente XI e Giuseppe I d'Austria par il ducato di Parma e Piacenza, ridichiarato feudo dell'impero, e le altre del 1716 con Vittorio Amedeo II a cagione della Sicilia e di alcuni feudi piemontesi soggetti a privilegi ecclesiastici, rinfocolando gli animi con discussioni e scomuniche, resero sempre più inefficaci ed assurde le viete pretese dell'impero e del papato. Ad ogni elezione di pontefici, le numerose fazioni contendenti nel conclave non ebbero più altro scopo che di impossessarsi di un grado e di un regno favorevole alla vanità e all'avarizia. Il papato non era più che un pontificato incapace di provocare o di sedare in Europa la più piccola discordia; le sue armi spirituali, una volta così terribili, non spaventavano più le coscienze, la nuova fede protestante e la nuova incredulità scientifica ne ridevano del pari.
Quindi Benedetto XIV (1740) giungendo al pontificato vi portò una disinvoltura bonaria ed incredula degna del secolo di Voltaire: invece di maledire sorrise, mutò le scomuniche in discussioni, cercò di resistere coll'elasticità dopo le troppe prove infelici della rigidezza. Con lui comincia un'epoca nuova nella storia del papato, oramai ridotto a semplice grado ecclesiastico e a una abbazia grossa quanto un regno. A distanza di un secolo e mezzo, dopo Sisto V, egli è il solo pontefice che lo uguagli nell'importanza e gli assomigli nella popolarità: quegli benefico perchè terribile, questi accetto perchè mite, ambedue mondi nel costume e inclinati a considerare la religione piuttosto come un istrumento che come un principio della storia.
Ma una insolubile contraddizione violentava lo spirito del papato, forzandolo ad affermarsi come regno su titoli medioevali santificati dalla religione, mentre tutte le nazioni d'Europa rimutavano il proprio diritto. Le antiche concessioni dell'impero, annullate gradatamente in tutti i principati della penisola, non potevano essere conservate nello stato pontificio: un popolo nuovo sorgeva nell'Europa, ostinato di già a cercare in se stesso l'origine di ogni legge politica. Impero e papato non esistevano più in nessuna coscienza; quindi, urtandosi come forme vuote, dovevano empire del proprio suono tutte le terre. Ma gli stati, respingendo la supremazia ideale di Roma e reagendo contro i privilegi del clero, invece di rinnovare le contese medioevali fondavano una nuova legislazione. Filosofi, giureconsulti, scienziati, statisti, scrittori, tutti si opponevano al papato, decomponendolo nella più fine analisi, dissolvendolo nei più caustici epigrammi. La sua impotenza politica saltava agli occhi di tutti; la sua immobilità nell'immensa rivoluzione rimutante l'Europa diventava un anacronismo.