Il Piemonte nelle guerre di successione.

Mentre tutta l'Europa si drizzava fremendo ai nuovi appelli di guerra per la successione austriaca di Maria Teresa, in Italia solo il Piemonte vigilava nell'armi. Da molti anni, attraverso invasioni e conquiste, dalle quali usciva sempre maggiore e libero sotto il governo dei propri duchi, esso rappresentava la vitalità e l'avvenire d'Italia. La sua politica tra avvenimenti così mobili mostra una fissità meravigliosa e si riassume in due parole: destreggiarsi per ingrandirsi. La coscienza di essere necessario a tutte le contese mantiene nel suo coraggio naturale una costanza eroica, che la duplicità della sua diplomazia illumina di luce incerta; i suoi duchi, volgari nelle armi e nella politica, ottengono dalla necessità europea quanto nessuna grandezza di cuore o di ingegno avrebbe potuto meritare ad alcun altro principe italiano. Il suo popolo, ignorante e compatto come gli antichi romani, non ha nè pensiero nè sentimento proprio. Nessuna guerra lo stanca, nessuna sconfitta lo prostra, nessuna libertà lo tenta. La fortuna di casa Savoia è talmente fusa con quella del Piemonte che nulla può scinderle.

Carlo Emanuele II, fedele al nome dell'avo, ritenta già nel 1672 l'impresa di Genova cogli stessi mezzi e col medesimo successo: alla sua morte, nel 1675, la duchessa reggente Maria Giovanna deve resistere a Luigi XIV, che rinnovando le insidie di Richelieu alla duchessa Cristina, vorrebbe mutare il Piemonte in feudo francese e il giovane duca, Vittorio Amedeo II, in re di Portogallo. Ma questi, accortosi della trama, la sventa, doma la piccola ribellione di Mondovì, e, cedendo agli ordini della Francia, massacra con un'ultima strage gli ultimi Valdesi. L'inutile viltà di questa carneficina, nella quale egli non figurò che come il più abbietto vassallo di Luigi XIV, lo attirò poco dopo in guerra contro la Francia per la successione del Palatinato. Destro e bugiardo, dopo aver molto temporeggiato trattando contemporaneamente con Luigi XIV e coll'imperatore Leopoldo I, dovette finalmente decidersi per questo, onde resistere a Catinat disceso a Pinerolo. Ma peggior generale che politico, malgrado il valore di Eugenio di Savoia accorso a sostenerlo, fu battuto a Staffarda (1690), a Marsaglia (1693), e dovette per non perdere interamente lo stato tradire i propri alleati, stipulando colla Francia la neutralità dell'Italia. Ma più che le infide tergiversazioni lo soccorsero i bisogni di Luigi XIV, il quale, divisando di impadronirsi della successione spagnuola col proprio nipote duca d'Angiò, mirava a liberarsi dalle armi dei confederati e considerava una prima pace col duca di Savoia come un mezzo di persuaderla agli altri. Infatti a Ryswick, villaggio olandese, fu conchiusa la grande ed effimera pace, che dopo una guerra esiziale di due lustri ristaurava con pochi mutamenti l'aspetto territoriale europeo stabilito dal trattato di Nimega. Il duca di Piemonte, miracolo di doppiezza e di fortuna, ricuperava persino le fortezze sino allora occupate dalla Francia, e fidanzava col figlio del Delfino la propria figliuola Maria Adelaide.

Ma alla nuova guerra determinata dall'elezione del duca d'Angiò a re di Spagna, il Piemonte, stretto fra i due maggiori contendenti, deve ancora scendere in campo ed essere campo alle più fiere battaglie. La sua politica non muta, sempre in partita doppia, aspettando dagli avvenimenti, l'ordine e l'ora di tradire qualunque alleato. Mentre Venezia, sollecitata da ambo le parti, può ricusarsi alla lotta col pretesto di ultime imprese in Oriente, confessando così di non appartenere più alla storia italiana; e Mantova, imitando le infedeltà savoiarde, è destinata a sparire come un principato minimo ed inutile; il Piemonte forte del presente e dell'avvenire d'Italia deve partecipare a quella guerra che fissa la fisonomia dell'Europa moderna. I suoi tradimenti esprimono i contraccolpi dell'avvenimento europeo nel fatto italiano, e la sua vittoria finale come regno consacra la necessità di uno stato italiano tra Francia ed Austria, non meno forte e più moderno di entrambe. La Francia non può quindi vincere la guerra se non distruggendo il Piemonte, indispensabile a tutta l'Europa contro l'espansione francese, che, secondo la frase classica di Luigi XIV, aveva già spianati i Pirenei; la Spagna decaduta e subalterna deve perdere fatalmente in Italia i dominii conquistati nell'apogeo del proprio impero; l'Austria sola può succederle, ma con minore importanza e zona più breve. Infatti questa, discendendo in Italia, invece di occupare la Toscana e le due Sicilie come provincie dell'impero, è costretta malgrado ogni trionfo a riconoscervi un regno e un ducato, autonomo il primo e soggetto il secondo al suo protettorato.

La guerra della successione spagnuola fu aspra e fortunosa. Vittorio Amedeo II e Catinat sostennero male il primo urto del principe Eugenio di Savoia generalissimo degli austriaci: Villeroy, succeduto a Catinat guerriero d'antica virtù, cadde di disastro in disastro, finchè il duca di Vendôme, impetuoso e scaltrito, potè arrestare la fortuna imperiale. Ma il tradimento di Vittorio Amedeo, alleatosi abilmente coll'Austria, imbrogliò la guerra: Eugenio di Savoia e il duca di Vendôme, richiamati l'uno in Baviera e l'altro in Francia, cessero il campo a minori generali. Allora le sorti del Piemonte pericolarono daccapo, Torino fu assediata, Pietro Micca la salvò, Eugenio di Savoia la liberò dall'assedio nel 1706. Quindi gli imperiali, voltandosi verso Napoli male difesa dal vicerè, marchese di Vigliena, la conquistarono a nome del pretendente austriaco Carlo III sconfitto in Spagna da Filippo V; il marchese Spinola potè appena impedire loro la Sicilia; Vittorio Amedeo cupido della Provenza tentò coi confederati l'impresa di Tolone, e vi si condusse e vi fu battuto come un brigante. La Sardegna, sforzata dall'ammiraglio inglese Leake, passò dall'ubbidienza spagnuola all'austriaca; il papa stesso s'impegnò in guerra coll'Austria per sostenere i diritti della chiesa, mandando il suo generale bolognese Marsigli a mescolare la comicità delle proprie disfatte agli orrori di una guerra, che insanguinava tutta l'Europa.

Ma la fortuna di Luigi XIV precipitò dappertutto: sbaragliati i suoi eserciti, distrutte le sue flotte, il tesoro esausto, la Francia prostrata, tutta l'Europa minacciante ai confini. L'altero chiese pace. I confederati, imponendo troppo dure condizioni, la trassero in lungo, finchè la morte dell'imperatore Giuseppe I, al quale successe il fratello Carlo, pretendente austriaco, e la caduta del ministero Marlborough in Inghilterra poterono agevolare gli accordi fra la Francia, la Gran Brettagna, la Prussia, gli stati generali d'Olanda e la Savoia. Quest'ultima, al trattato di Utrecht (1713) spalleggiata validamente dall'Inghilterra, dopo vane insistenze per dilatarsi sul territorio francese, guadagnò, oltre il riconoscimento delle concessioni sui territori lombardi, ottenuti coll'ultimo tradimento dall'imperatore Leopoldo I, la Sicilia col titolo di re per i propri duchi e col diritto sovrano di agguerrirsi e di fortificarsi.

Così il Piemonte si costituiva per primo in regno italiano col consenso e per opera della nuova Europa.

Al trattato di Rastadt stretto poco dopo fra i due supremi generali, Villars e Eugenio di Savoia (1714), si convenne che l'Austria succederebbe alla Spagna nei dominii italiani del regno di Napoli, del ducato di Milano e della Sardegna.

Però quest'assetto politico dell'Italia doveva mutarsi in breve per iniziativa di un grande italiano. Giulio Alberoni, povero prete piacentino, presentato dal duca di Vendôme a Filippo V di Spagna, potè persuadergli per moglie Elisabetta Farnese, donna di alti spiriti e di fiero carattere. Quindi, divenuto con lei e per lei primo ministro, volle con ammirabile superbia ed astuzia di ingegno risollevare la Spagna dalla bassezza politica, nella quale il trattato di Utrecht l'aveva precipitata. Rapidamente improvvisò eserciti, armate, finanze, deludendo tutte le diplomazie, galvanizzò il re, minacciò contemporaneamente la reggenza francese, il re di Piemonte in Sicilia e l'Austria in Sardegna. La temerità di tanti disegni gli attirò sopra tutta l'Europa senza che il suo spirito sbigottisse; ma la fiacchezza di Filippo V esaltato dalle prime vittorie non resse alle prime sconfitte, onde l'Alberoni, cacciato di Spagna, povero ed altero tornò in Italia per esaurirvi nella ridicola impresa di San Marino la potenza di un ingegno politico, che aveva potuto sollevare mezza Europa. Le conseguenze dei suoi moti determinarono però un migliore riparto negli stati politici d'Italia, giacchè la Sicilia fu ceduta all'Austria e la Sardegna al re di Piemonte. Questi, vecchio ed affievolito da tante vicissitudini, dopo aver compiute parecchie buone riforme, volle abdicare nel 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III, ma più infelice di Carlo V, avendo poi tentato di riprendere la corona, fu da quello chiuso nel castello di Rivoli, ove perì miseramente.

Quindi un'altra successione preparò all'Italia una altra guerra e un altro regno. Alla Prammatica sanzione emanata dall'imperatore Carlo VI nel 1724 per assicurare l'integrità dei possessi austriaci, conferendone l'eredità alla propria figlia Maria Teresa contro le due figlie del defunto imperatore Giuseppe I suo fratello, l'assetto politico dell'Italia si cangiò nuovamente. Per ottenere l'assenso della Spagna e della Francia alla nuova legge di successione, l'imperatore acconsentì che i ducati di Parma, Piacenza e Toscana, derelitti per difetto di discendenza nelle proprie dinastie, passassero dai Farnesi e dai Medici all'infante don Carlos di Spagna. Ma poichè le proteste dei principi elettori di Baviera e di Sassonia contro la Prammatica sanzione, e la successione di Augusto II di Polonia, alla quale concorrevano lo stesso principe di Sassonia e Stanislao Leszinski, già re di Polonia e genero di Luigi XV, aggiunsero altri problemi alla grossissima questione della successione austriaca, s'accese una guerra europea: da una parte l'imperatore d'Austria, dall'altra il Piemonte, la Francia e la Spagna. Questa volta le proteste degli alleati e dell'imperatore, per quanto ipocrite, suonavano tutte in favore della libertà polacca, annunziando colla necessità di questa menzogna la verità del nuovo diritto nazionale.