Il grande secolo francese incomincia. Parigi succede a Roma nell'importanza: Bossuet diventa un papa francese contro il pontefice romano sostenendo l'inviolabilità del gallicanismo; Colbert contro la tradizione agricola di Sully ottiene al commercio, al lavoro e quindi al lavorante e al capitalista, come giovani forme della ricchezza, la supremazia contro tutte le altre classi sociali; l'Accademia reca nella letteratura l'unità monarchica raddoppiando la penetrazione del pensiero coll'infallibilità della parola ed assicurando la diffusione della verità col gusto della bellezza. Quindi la letteratura prende la forma di un contagio, dal quale nessuno resta immune. Tutte le idee trionfano in tutte le espressioni. L'Europa meravigliata si lascia invadere e soggiogare. Parigi è un immenso faro, la gloria, la moda, la passione, il vizio e la virtù di tutto il mondo. Luigi XIV può essere impunemente, senza alcuna vera qualità di guerriero o di statista, meschino nello spirito, eccessivo nel temperamento, violento nel carattere: vanitoso sino ad odiare tutti i grandi uomini che lo circondano, può trovare nella libertà dell'Olanda una offesa al proprio dispotismo: incapace di sentire la grandezza ideale come Federico II, può profondere nel fasto di Versailles la metà del tesoro francese, esagerare il cattolicismo monarchico gallicano colla revoca dell'editto di Nantes, lasciarsi governare tutta la vita dalle donne, non sopportando neppure il dubbio che qualcuno o qualche cosa gli resista: può non comprendere e non meritare la propria posizione, avere tutti i difetti di Enrico IV senza le qualità di Luigi XI e credersi nullameno un sole come Alessandro, giacchè con lui la Francia illumina il mondo; e solamente con lui dopo Carlomagno torna alla testa dell'impero. Infatti le sue guerre la rinnovano e la rimutano: tre volte, a Nimega, a Riswik, a Utrecht, le vittorie francesi obbligano tutti gli stati a ripiegarsi sopra se medesimi e a discutere il proprio diritto precisando la propria fisonomia. La Spagna diventa un regno subalterno francese; l'Olanda, resistendo alle forze combinate della Francia e dell'Inghilterra, riprende il corso naturale della propria rivoluzione e sacrifica i De Witt a Guglielmo III d'Orange, che spodesta gli Stuardi: sul Reno comincia la grande contesa di confine tuttavia ardente tra la Francia e la Germania, dell'unità dell'una colla federazione dell'altra, troppo forti entrambe per imporsi mutuamente una linea che divenga un lineamento della loro fisonomia geografica. La Germania, proclamando la permanenza della Dieta di Ratisbona nel 1663, colla camera imperiale e colla camera aulica composta metà di protestanti e metà di cattolici, accenna già al grande dualismo politico dell'Austria e della Prussia, che si muterà presto in duello per riserbare al vincitore la gloria di unificare la federazione. La Scandinavia e la Danimarca, la Polonia e la Russia si muovono egualmente nell'orbita francese. L'Austria, succeduta alla Spagna in Italia, vi ripete il suo ufficio, impedendo a questa di mutarsi in provincia borbonica ed improvvisandovi col regno indipendente delle due Sicilie un dispotismo illuminato e benevolo.

Venezia, Genova e la Corsica.

La storia italiana di questo periodo non è che una appendice e un episodio della rivoluzione di Luigi XIV. Solo la decadenza dei vecchi principati indipendenti e il rigoglio dei due nuovi regni vi hanno carattere nazionale. Il problema del futuro regno italico comincia a precisarsi nella rivalità di Torino e di Napoli, libere entrambe dallo straniero e capaci di assimilarsi altre forze nazionali.

Venezia, segregata dalla storia italiana, nella quale non rappresenta più nè un'idea nè una forza, si consuma in un lungo duello coll'oriente. Attirata, nel 1644, dalla pirateria dei cavalieri di Malta in una nuova guerra contro Costantinopoli, vi prodiga le ultime ricchezze e le estreme prove di quel valore, col quale aveva anticamente conquistati tutti i mari. Invano i suoi ammiragli affondano replicatamente le armate turche, e Lazzaro Mocenigo, sublime di lirico eroismo, muore vittorioso sotto le mura di Costantinopoli nell'incendio che gli divora la nave; più invano ancora Francesco Morosini, ultimo capitano, offusca la gloria di tutti i suoi predecessori, resistendo vent'anni all'assedio di Candia e soggiogando più tardi tutta la Morea. La repubblica morente sulle lagune non può mantenere la vita nelle proprie colonie: gli scarsi aiuti del papa e dei nobili venturieri francesi capitanati da La Feuillade e da Navailles, gli accordi con Sobieski e le vittorie del principe Eugenio di Savoia in Ungheria non bastano ad impedirle il trattato di Passarowitz (1718), nel quale, abbandonando tutti i possessi d'oriente, conserva appena le isole Jonie, quasi per lasciare in quella culla della poesia il testamento della propria storia.

Genova, sua eterna rivale già salvata dall'eroica generosità di Andrea Doria, resiste con maggiore energia ai nuovi attacchi, ma il suo spirito republicano langue nell'equivoca libertà misuratale dal protettorato francese. Carlo Emanuele II, fedele al programma politico della propria casa, le insidia la vita instancabilmente e invade le sue frontiere, compra in Raffaele della Torre un ribaldo peggiore del Vachero per assassinarla con una insurrezione di banditi: Genova, forte contro tale invasione, si torrebbe facilmente di dosso l'avvoltoio savoiardo, se Luigi XIV non la costringesse al disarmo, conculcando il suo orgoglio cittadino colla propria vanità dispotica (1688). L'umiliazione del doge Francesco Maria Imperiale-Lercaro a Versailles prostra lo spirito dell'altera republica e chiude per sempre l'altera tradizione di Andrea Doria. Quindi una prosperità commerciale inalterata, mentre quella di Venezia diminuisce giorno per giorno, non basta più a mantenerle nella esistenza di grosso comune la vita di piccolo stato.

Infatti le nuove insurrezioni della Corsica (1731) rivelano tutta l'insufficienza politica e militare della republica destreggiantesi meschinamente per opporre all'odio patriottico dei ribelli l'autorità equivoca dei vescovi, e invocante contro il Ciaccaldi e il Giafferri, generali improvvisati della rivolta, i reggimenti imperiali d'Austria. Ma, pochi anni dopo, la Corsica insorge di nuovo, dichiarando la propria franchigia ed eleggendo a re Teodoro Neuhof, ardito avventuriero e ciarlatano (1736): poi la guerra prosegue così atroce che Genova è costretta a chiamarvi i francesi per soffocarla nel sangue senza ottenere alcuna pace. Oramai l'isola non può essere per la republica nè uno stato soggetto, nè una colonia: pel primo Genova dovrebbe avere l'antica forza militare, per la seconda possedere attitudini agricole estranee alla propria natura. Invece, travolta nelle guerre di successione, deve cedere col trattato di Worms (1743) il marchesato di Finale e sopportare le ingiurie dell'Inghilterra, per soccombere abbandonata dai francesi e dagli spagnuoli sotto le forze riunite dell'Austria e del Piemonte.

Se non perisce interamente, come la inanità del suo governo vorrebbe, solamente la reciproca diffidenza dei due conquistatori e lo slancio della sua plebe marinara, insorta al grido di un fanciullo rimasto poi nella storia col nome di un eroe, lo impedisce. In un giorno solo gli austriaci del parricida Botta sono respinti. Ma la momentanea energia della plebe, capace di resistere trionfalmente agli sforzi combinati dall'Austria, del Piemonte e dell'Inghilterra, non bastano a risollevare la viltà del senato: così quando gli aiuti di Francia e di Spagna liberano la città dall'assedio, Richelieu ne diventa il generale supremo, e Genova, reintegrata dal trattato di Aquisgrana (1748) in quasi tutto il proprio dominio sotto la protezione degli interessi europei, non è più che la larva di se medesima. Il suo senato, equivoca clientela di tutte le corti, non ha fede nel popolo e non gliene ispira; la sua borghesia dimentica nell'acquisto delle ricchezze la passione della libertà; il suo governo, sempre schiavo di protettorati stranieri, non conserva dell'antica grandezza che il fasto presuntuoso e l'inutile duplicità. Infatti la Corsica, insorta alla voce dell'ultimo e migliore dei suoi eroi, costituendosi in una republica di tipo olandese sotto lo statolderato di Pasquale Paoli, batte tutte le truppe genovesi, sgomina ogni combinazione del senato, profitta dell'attrito fra Genova e la Santa Sede, improvvisa un governo talmente superiore a quello di Genova, che questo con inetto e codardo espediente è costretto a vendere l'isola alla Francia (1768).

Così finiscono contemporaneamente Genova e la Corsica. Pasquale Paoli, soldato non meno prode di Guglielmo d'Orange e politico generoso quanto Giorgio Washington, dovette esulare, povero e vinto, perchè l'Italia, incapace di risorgere come l'Olanda e l'America con una vera rivoluzione, non poteva ancora affermarsi in faccia al mondo se non coll'apparente inutilità di politiche grandezze individuali e solitarie.

Gli altri principati italiani.

Mantova, scaduta ad un principe poeticamente lussurioso, dopo la liberazione di Torino (1706) espia l'errore di essersi appoggiata ai francesi nella futile speranza di salvarsi da essi coll'appoggio dell'Austria, vedendo il suo ultimo duca tradito dalla Francia e destituito dall'imperatore morire di tristezza a Padova. L'imprendibile rocca della contessa Matilde, indarno agognata dai Veneziani, diventa quindi la più terribile fortezza dell'impero austriaco in Italia. Lo splendore della sua vita si spegne fra le nebbie silenziose dei suoi stagni, mentre Venezia, antica rivale, deve rimpiangerla come unico baluardo contro l'espansione imperiale. Ferdinando Gonzaga, principe di Castiglione delle Stiviere, e Pico della Mirandola spariscono egualmente dal numero dei principi, riparando a Venezia, città morente mutata in ospizio di moribondi. Più fortunato, il duca di Modena per aver aderito alla parte imperiale può conservare il proprio stato ed insidiare persino Ferrara al pontefice; mentre la famiglia dei Farnesi, colpita nella discendenza, deve cedere il piccolo trono ai Borboni di Spagna (1731). Elisabetta Farnese maritata a Filippo V ottiene nel trattato di Londra per il proprio primogenito, incapace di succedere al padre nel regno di Spagna perchè figlio di secondo letto, i ducati di Toscana e di Parma dichiarati, per un richiamo alle antiche formule, feudi dell'impero. Il pontefice protesta vigorosamente per Parma e Piacenza immuni da ogni diritto imperiale, e solo dalla chiesa e per la chiesa costituite in ducato; Cosimo III di Toscana imita il papa dichiarando Firenze piuttosto pronta a perire che a perdere la propria libertà. Vane proteste di minimi ed inutili regnanti condannati a sparire dalle necessità della nuova storia! L'Europa non bada ai guaiti dei due principati decrepiti, che passano dai Farnesi e dai Medici ai Borboni e da questi ai Lorena. Giangastone, ultimo pronipote di Lorenzo il Magnifico, più vile dell'ultimo Gonzaga, accoglie in Firenze l'infante don Carlo che deve succedergli, e chiude la storia della propria casa coll'osceno suggello di una spintria (1737). Dell'antico governo fiorentino, al quale Cosimo I aveva dato la terribile unità del proprio spirito, non resta più che una memoria lontana nel popolo e la gloria immortalata dai monumenti dell'arte. Ma i trattati di Londra, di Siviglia e di Firenze, coi quali si era disposto della successione dei due grossi ducati, non possono in tanta tempesta delle guerre di successione essere rispettati. L'Italia è preda e campo di tutti i contendenti: da un lato la Spagna e la Francia, dall'altro l'Austria, in mezzo il Piemonte sempre vinto e sempre invincibile, giacchè necessario all'equilibrio dei maggiori avversari, sollecitato da tutti e da tutti regalato di qualche provincia al finire di ogni guerra. Coll'insediamento dei Borboni nel cuore d'Italia la bilancia delle potenze precipita da un canto: la Santa Sede spodestata di Parma e di Piacenza, asserragliata dal ducato di Toscana e dallo stato di Napoli, teme di perdere altre terre; il Piemonte pensa con terrore ad una conquista borbonica del Milanese che contemporaneamente minaccerebbe gli ultimi giorni e gli ultimi possessi di Venezia. L'Austria respinta definitivamente dall'Italia perderebbe così quasi ogni importanza europea sotto l'impero di Luigi XIV formato dalla Francia e dalla Spagna.